L’internato – Sebastian Fitzek
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Sebastian Fitzek è uno dei principali autori di thriller tedeschi e sicuramente, cari avventori del Thriller Café, sarete felici di sapere che è uscito il suo nuovo romanzo “L’internato” anche in Italia, per i tipi di Fazi, che ormai da anni segue questo scrittore nella sua collana Darkside. E proprio di lato oscuro si tratta quando ci si accosta a Fitzek, come sanno bene gli appassionati dei suoi thriller psicologici, claustrofobici e sognanti.
In questo caso la storia ha a che fare con un serial killer psicopatico, Guido Tramnitz, che rapisce, tortura e uccide bambini. Un padre, Till Berkhoff, straziato dal dolore dopo un anno dalla scomparsa di suo figlio Max, si convince che il piccolo è stato vittima del folle uccisore, che nel frattempo è stato internato in una clinica psichiatrica, la Steinklinik. Decide allora di fingersi pazzo, per riuscire a entrare nel luogo dove è ricoverato Tramnitz e per tentare, a quel punto, di avere ulteriori notizie di Max e se dovesse essere necessario, uccidere il serial killer. Un piano certamente azzardato e rischioso, che lo porterà a contatto con un ambiente che lo metterà a dura prova.
Fitzek, che nell’esergo cita una celebre frase di Poe che ci ricorda che si può essere felici anche nei sogni (o solo nei sogni?) descrive il “non luogo” della clinica psichiatrica. Un ambiente dove spesso il rifugio nei sogni è l’unica possibilità per sfuggire a un destino di oppressioni e angherie, che possono arrivare da chiunque, non solo dal personale della clinica, ma anche dagli altri pazienti. Ma il suo non è un racconto che denuncia la metafora della clinica come prigione (come per esempio nel celeberrimo Kesey di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”), ma vuole invece mettere in luce la dimensione di estraniamento, di confusione, di distorsione della percezione, per farci entrare in una sorta di labirinto kafkiano nel quale rischiamo di perderci anche noi.
In questa sorta di viaggio claustrofobico, che punta a farci riflettere sul senso e il valore della vita in certe circostanze, ci sono mille avventure, ricche di colpi di scena e di imprevisti, con un ritmo che si fa sempre più incalzante e frenetico, verso un finale che punta a stupire il lettore. Il tutto con una serie di personaggi che non sono mai quelli che a prima vista appaiono, un po’ perché gli accadimenti prendono una piega non prevedibile, un po’ perché è l’ambiente stesso della clinica a essere straniante e misterioso.
Fitzek ama, non solo generare queste atmosfere claustrofobiche e stranianti, ma anche scendere a fondo negli abissi della psiche umana, in particolare in quelle zone poco esplorate e oscure nelle quali si annida il lato peggiore degli esseri umani. Ogni personaggio del libro ha il suo lato oscuro, che prima o dopo manifesta, talvolta anche in maniera drammatica. Non credo che sia voyeurismo o peggio una sorta di sadismo latente, ma credo che il messaggio che lo scrittore ci vuole lasciare sia una sorta di esorcismo nei confronti del male. Solo scendendo negli abissi più oscuri si possono comprendere bene anche le situazioni più ordinarie e confortevoli.
Ovviamente merita una menzione il fatto che Fitzek si concentri sulla condizione dei bambini e sul ruolo di genitore. Mi pare di poter dire senza dubbio che i genitori in questo libro appaiono sempre scarsamente all’altezza del loro ruolo. Sono in affanno, non sanno se le cose che si accingono a fare sono giuste o meno, espongono i loro figli a rischi assurdi quando non mettono addirittura a repentaglio la loro vita. Credo soprattutto per impreparazione e ritengo anche che questo rifletta bene il sentimento della generazione X cui Fitzek appartiene (e anche chi scrive). Come se ci si trovasse talvolta a vivere situazioni che non si è preparati ad affrontare, in questo stato continuamente sospeso tra sogno e realtà nel quale crollano le certezze e non sappiamo più chi siamo, anzi, addirittura ci spaventiamo per quello che potremmo diventare.
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