La tratta delle bianche – James Hadley Chase
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Oggi al Thriller Café scendiamo nei bassifondi più oscuri e scomodi della letteratura di genere con un pezzo di storia criminale (e giudiziaria), un romanzo che negli anni Quaranta fece tremare i tribunali britannici. Parliamo di “La tratta delle bianche” (titolo originale “Miss Callaghan Comes to Grief“, 1941) di James Hadley Chase, riproposto nell’edizione 2026 da timeCrime, dopo essere transitato nei Gialli Mondadori Extra.
Prima di aprire le pagine, serve inquadrare l’autore. James Hadley Chase non era uno scrittore abituato alle mezze misure. Britannico di nascita, costruiva i suoi hardboiled ambientati in un’America sordida e violenta senza averci mai messo piede, basandosi su un immaginario nutrito a scrocco dai maestri d’oltreoceano. E lo faceva pestando duro: questo specifico romanzo gli costò nel 1942 un processo per oscenità, una multa di 100 sterline e la messa all’indice da parte delle autorità britanniche, nonostante la strenua difesa di intellettuali come John Betjeman. Un autore perennemente sul filo del rasoio, tanto che qualche anno dopo Raymond Chandler lo avrebbe incastrato per plagio costringendolo a scuse pubbliche. Insomma, Chase era un corsaro della macchina da scrivere.
La storia si apre con una cornice macabra: un obitorio. Un inizio che puzza di formaldeide, dove un gruppo di amici in cerca di riparo dalla calura estiva si ritrova a fissare il cadavere di una certa Julie Hallagen, l’ennesima prostituta finita sul tavolo di marmo. Da qui parte l’immersione nell’incubo, che ci trascina a East St. Louis, nel regno di Raven. Possiamo scordarci dei gangster romantici di tanti libri di mafia. Raven è un predatore assoluto. Un sociopatico spietato che nel tempo libero gioca con i trenini a molla e per lavoro gestisce un impero del vizio, rapendo e schiavizzando decine di “Miss Callaghan”, ragazze qualunque inghiottite dal nulla e costrette alla prostituzione. A cercare di smantellare questa rete immonda ci penserà un reporter investigativo, addentrandosi in un labirinto di sangue e depravazione.
Prima di tutto una nota importante: non è un romanzo per stomaci deboli. Chase non lesina efferatezza e degrado. È un testo profondamente figlio del suo tempo, crudo, infarcito di un linguaggio razzista e di un disprezzo sociale che riflettono fedelmente il marciume dei personaggi. Le aggressioni fisiche descritte con dettagli denigratori, la misoginia dilagante e le mutilazioni (l’evocazione di castrazioni fu la goccia che fece traboccare il vaso della censura inglese) compongono un quadro asfissiante. Eppure, proprio in questa oscurità senza filtri risiede la forza del libro. Chase prende il clamore mediatico dell’epoca attorno al Mann Act – la legge federale americana del 1910 contro il traffico di esseri umani – e lo trasforma in un pulp d’assalto, nerissimo e senza speranza.
La scrittura va via veloce. Non c’è la poesia chandleriana né le riflessioni morali di un Ross Macdonald. Qui siamo nei territori primordiali del pulp, quelli che decenni dopo avrebbero fatto la fortuna di altri autori estremi come Jim Thompson. E l’epilogo non fa prigionieri: la caduta del cartello criminale sfocia in una catarsi ferina, quasi mitologica, in cui i carnefici vengono letteralmente fatti a pezzi dalle loro stesse vittime.
Concludo dicendo che “La tratta delle bianche” è un reperto storico. Un hardboiled imperfetto, cinico e disturbante, che dietro la facciata del sensazionalismo nasconde una critica spietata all’avidità umana, ricordandoci quanto certi orrori siano, purtroppo, ancora drammaticamente attuali.
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