Nel 1940, “Lady Here’s Your Wreath“, apparve in origine come scritto da un certo “Raymond Marshall”, uno dei vari pseudonimi che James Hadley Chase usò nel corso della sua lunga carriera. In Italia la prima pubblicazione arrivò nel 1962 come “Sul mio cadavere“, Giallo Mondadori n° 652. Ora TimeCrime riporta questo romanzo all’attenzione dei lettori con una traduzione a cura di Fabio Valeriani, e noi lo recensiamo al Thriller Café.
Si tratta di un noir che indossa l’impermeabile del classico hard-boiled ma cammina con passo sghembo, incerto se raccontarci una storia di redenzione o una discesa all’inferno; un romanzo dove la voce narrante è più cinica del mondo che descrive, e l’amore – se c’è – ha sempre un doppio fondo.
Il protagonista, Nick Mason, è un giornalista di quelli duri a morire, che riceve una soffiata criptica da una voce femminile e metallica: assistere all’esecuzione di un certo Vessi, condannato per un omicidio che potrebbe non aver commesso. L’ultima frase del condannato lo mette sulla pista di un complotto che affonda le radici nella rispettabile, ma apparentemente corrotta, Mackenzie Fabrics. Da lì in poi, Mason si trova risucchiato in un’indagine sporca di denaro, bugie, minacce e donne pericolose – una più ambigua dell’altra.
Chase costruisce attorno a Mason una galleria di personaggi che sembrano usciti da un fumetto pulp: Blondie, prostituta letale dal profumo troppo intenso per essere innocente; Katz, picchiatore professionista con l’hobby di rompere ossa; e soprattutto Mardi Jackson, segretaria dall’aria da brava ragazza che fa girare la testa al protagonista… e al lettore. Il loro rapporto è il vero motore emotivo del romanzo: si innamorano, si sposano, e poi tutto va a rotoli. Perché Chase, si sa, non crede al lieto fine. Dietro ogni bel viso c’è un segreto, dietro ogni bacio una trappola.
Lo stile è secco, tagliente, pieno di slang, idiomi e frasi scolpite nella pietra: i dialoghi sembrano usciti da una radio anni ’40, e se da un lato contribuiscono all’atmosfera noir, dall’altro oggi possono apparire un po’ datati. Ma ciò che funziona è l’atmosfera sporca, fatta di camere d’albergo luride, uffici pieni di fumo, pugni nei vicoli e sguardi che non promettono niente di buono.
Il Thriller Café ve lo serve così: un cocktail amaro e nero, con note di disillusione romantica e un retrogusto di vendetta. Un libro che sa di pioggia, whiskey economico e sigarette spente di fretta. Non è il miglior Chase ma resta comunque una lettura affascinante per chi ama il noir alla vecchia maniera, con una donna fatale al centro di tutto e un uomo che ci casca dentro fino al collo.
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