Un colpo di pistola, e la tranquilla vita del paesino di Cuzzole, in Toscana, viene sconvolta: chi poteva volere la morte della maestra Sonia? Moglie, madre, vicina perfetta, forse troppo, e nelle chat di paese i dubbi come le maldicenze sono molti: poche invece le certezze per il brigadiere Caso e l’appuntato Pozzessere, che arrancano nelle indagini. Ma si sa, la calunnia è un venticello e pian piano il cercio dei sospettati si allarga al marito Giorgio, al figlio Nicola, all’anziana mamma Marcella e ai colleghi di lavoro.
Possono thriller e commedia coesistere nello stesso romanzo? Questa è una domanda che si insinua nella mente dalle prime pagine, e trova risposta quando “La bestia che cercate” fa una scelta precisa piuttosto avanti nella storia, scelta che arriva forse un po’ in ritardo e forse troppe pagine sono passate a strizzare l’occhio al lettore con un registro da commedia nera che non sempre centra il bersaglio. Intendiamoci, Tofani sa mettere sulla carta quell’umorismo toscanaccio molto piacevole e che, come dire, rende: lo abbiamo già visto ad esempio con i libri di Malvaldi, è un tipo di umorismo ruvido che, per chi è alla ricerca di un thriller piacevole ma anche di facile lettura, può essere piacevole.
Ma è un tipo di ibridazione che si regge su un equilibrio precario, dove tempismo e misura danzano su una linea sottile.
Partiamo da ciò che funziona: l’impianto narrativo ha una sua solidità. L’idea di partenza è interessante, la struttura regge, e ci sono passaggi in cui la tensione si costruisce con mestiere autentico. L’autore sa scrivere, questo non è in discussione. Conosce la meccanica del genere, sa dove posizionare un colpo di scena e come dosare le informazioni per tenere il lettore agganciato. Quando il romanzo si concede di essere quello che dovrebbe — un thriller con le unghie — lo fa con una certa efficacia. Il nodo, però, è proprio nel tono.
La vena comica che attraversa la narrazione non è un elemento accessorio: è una scelta strutturale, pervade i dialoghi, il modo in cui i personaggi si relazionano tra loro, perfino certe scene che avrebbero richiesto un registro completamente diverso. E qui sta il cortocircuito. L’umorismo, quando funziona dentro un thriller, deve essere un bisturi: preciso, chirurgico e perché no, crudele, usato nel punto esatto in cui il lettore ha bisogno di respirare prima di essere trascinato di nuovo sott’acqua. Qui invece diventa un rumore di fondo costante, una specie di colonna sonora che finisce per anestetizzare la paura invece di amplificarla, sottrae tensione in un genere dove la tensione è uno dei pilastri sui quali regge il patto con il lettore. Alcune battute suonano forzate, certi scambi tra i personaggi sembrano scritti per strappare il sorriso a tutti i costi, anche quando la posta in gioco narrativa richiederebbe che il lettore avesse il fiato corto.
E alla fine il risultato è uno strano ibrido che non riesce a sposare fino in fondo nessuna delle due anime.
Chi cerca la tensione pura la trova diluita; chi apprezza la commedia noir potrebbe trovare che manca di cattiveria vera, e se cattiveria deve essere, che lo sia fino in fondo: è come se l’autore cercasse di piacere a quanti più lettori possibili, assumendosi il rischio di non lasciare un segno davvero profondo in nessuno. I personaggi secondari soffrono di più di questa indecisione tonale, rischiando lo stereotipo là dove avrebbero potuto diventare ingranaggi inquietanti. Il protagonista ha una complessità maggiore che emerge soprattutto quando i toni della commedia si smorzano e prende maggior carattere negli ultimi capitoli dove si trova un’urgenza narrativa che mancava nella parte centrale, come se il libro avesse finalmente fatto una scelta, forse un po’ tardiva, ma sufficiente chiudere la storia con una connotazione più marcatamente noir. “La bestia che cercate” è un romanzo che si legge senza troppa tensione, e senza che lasci un segno reale, nonostante una buona storia e un’ambientazione con un grande potenziale.
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