Intervista ad Antonio Pagliaro

Intervista ad Antonio Pagliaro

Federica Cervini
Protocollato il 28 Maggio 2026 da Federica Cervini
Federica Cervini ha scritto 64 articoli
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L’ospite al bancone del Thriller Café è oggi Antonio Pagliaro, autore di “Storia terribile delle bambine di Marsala – il delitto che sconvolse l’Italia intera”, Zolfo Editore 2020.

La lettura di questo drammatico true crime ha suscitato particolare interesse e l’autore si è reso disponibile ad approfondire la vicenda raccontata rilasciando alla nostra Federica una interessante intervista.

[Federica Cervini]: ciao Antonio buongiorno, iniziamo parlando della tua “Sicilia noir”: vuoi descriverci questa regione così come la presenti ai lettori nei tuoi libri.

[Antonio Pagliaro]: la mia Sicilia non è quella delle cartoline e non è nemmeno quella, altrettanto consolatoria, di un’isola eternamente vittima.
Nei miei libri convivono due Sicilie sovrapposte.
Una è visibile, vigneti, mare nero di catrame, sole africano, le saline, le pirrere, il tufo.
L’altra è nascosta: le banche di provincia gonfie di soldi di dubbia provenienza, le ville signorili dove «si tengono festini», le case popolari con una sola bambola, probabilmente rotta.
È nello scarto fra queste due Sicilie che nasce il noir, non in un crimine: nasce dalla distanza fra ciò che una città mostra e ciò che custodisce.
In “I cani di via Lincoln” è la Palermo dei cinesi e degli affari incrociati; in “Il bacio della bielorussa è l’isola crocevia di mafie europee; in “Storia terribile delle bambine di Marsala” è una città che i giornali del 1971 chiamano «quieta», e proprio in quella quiete si consuma l’inimmaginabile; in “La Forestiera” è la Sicilia di oggi, un paese del Ragusano che chiude i ranghi attorno a un segreto e respinge chi viene da fuori.
Anche la lingua, in questo, non è un ornamento folclorico: il dialetto è la sintassi del pensiero dei miei personaggi, e dei testimoni veri quando lavoro al true crime.
Senza, alcune verità, e troppe sfumature, si perdono per strada.

[FC]: Come è nata in te la passione per il genere true crime e quali sono le tue motivazioni a scrivere di casi irrisolti.

[AP]: La storia di Marsala mi entra in casa da bambino: ricordo i miei genitori che leggevano sui giornali prima, e seguivano in televisione poi, i resoconti dei processi.
Era una di quelle storie che in Sicilia non si raccontavano: si evocavano.
Una formula -«le bambine di Marsala» – bastava a riportare al gelo di quegli anni.
Da scrittore mi interessa proprio quel passaggio: dalla cronaca alla rimozione collettiva, e dalla rimozione, decenni dopo, alla restituzione letteraria.
Ma se quella passione è rimasta, è per un motivo più profondo. Il crimine è una lente di ingrandimento sull’umano: amplifica ciò che, nella vita ordinaria, resta sotto la soglia della visibilità.
Le nostre debolezze – la vanità, la paura, l’invidia, il bisogno di essere amati, la rabbia muta che cova per anni – quando entrano in una storia di sangue smettono di essere private e diventano leggibili. Le fratture, soprattutto: quelle silenziose dentro un matrimonio, dentro una famiglia, dentro una testa, che nessuno aveva visto e che poi un fatto criminale rende, retrospettivamente, ovvie.
Il true crime, quando è scritto bene, non parla del «mostro»: parla di noi a piena luce.
Per questo non smette di interessarmi: ogni caso è un trattato di antropologia applicata, in cui le stesse cose che siamo tutti – fragili, contraddittori, capaci di danno – si vedono per intero perché qualcuno, una volta, non ha tenuto.

Sulla parola «irrisolti» ho un piccolo distinguo.
Di rado un caso è davvero irrisolto.
Il delitto di Marsala ha un colpevole reo confesso e condannato; il delitto della White House Farm di “Morirono nella notte” ha sentenze definitive; il caso Zowada di “Pelle” e il caso Panarello di “La Forestiera” sono giudicati. Mi fermo un istante su “La Forestiera” – che considero il libro più riuscito tra i miei true crime: di fatto un secondo volume di “Storia terribile”, ambientato nella Sicilia di oggi.
Il titolo dà già la chiave del caso, che è quello molto notodi Veronica Panarello: una madre venuta da fuori, mai accolta in una piccola comunità del Ragusano, un figlio di otto anni morto, e una verità processuale che a tutt’oggi non spiega davvero.
Quello che resta irrisolto, in questi e altri casi, è proprio il significato: cosa rende possibile la frattura fra una persona normale e ciò che chiamiamo «mostro»?
Esiste, davvero, il mostro?
È quel punto cieco che mi attrae, ed è anche il patto editoriale della collana Zolfo Nero, che curo per Zolfo Editore: storie sulla frattura, quasi sempre un misto di fragilità, danno, solitudine, cattiva sorte – e di un’umanità che dopo non si ricompone più.
È lo stesso terreno che ha arato Emmanuel Carrère.

[FC]:«Storia terribile delle bambine di Marsala» è un libro thriller ed al contempo un documento storico su quello che accadde nel 1971 a Marsala: come riesci a mantenere l’equilibrio tra spettacolarizzazione del tema trattato, dati di realtà e l’alto livello di inquietudine e dolore che vive in ogni pagina?
E quali sono state le tue maggiori difficoltà nella stesura di questo libro?

[AP]: Il rischio della spettacolarizzazione non si neutralizza con dichiarazioni di buone intenzioni: si previene con la sintassi: ho scritto il libro nella convinzione che l’autore, in una storia come questa, debba diventare invisibile.
Entro a viso scoperto soltanto nell’epilogo, per dedicare il libro ad Antonella, Ninfa e Virginia; per il resto sono assente: niente commento, niente lirismo, nessuna emozione delegata al lettore.
Le voci sono quelle dei testimoni in dialetto, dei verbali, dei giornali, dei senatori e deputati in seduta, della maestra che il giorno dopo fa il dettato in classe.
Il dolore non va decorato, va visto; e il lettore di un libro non è il pubblico di un programma.

La difficoltà maggiore è stata un’altra, e di segno opposto a quello che si potrebbe pensare: resistere alla tentazione di complicare ciò che Leonardo Sciascia, fra i pochi che ne capirono, definì una storia semplice.
Ogni volta che ci si avvicina alla scena del delitto si è tentati di immaginare una rete, dei mandanti, qualcuno «in alto».
Paolo Marchese, padre di Ninfa e Virginia, fino alla morte fu certo che Michele Vinci non avesse agito da solo.
È uno sbaglio comprensibile, umanissimo: serve a non accettare che un uomo qualunque, debole, di quoziente intellettivo molto basso, possa avere fatto tutto questo. E invece sì. Riconoscere quella semplicità, senza addolcirla e senza ingrandirla, è la fatica del libro.

[FC]: Parlaci della diffusione mediatica che ebbe allora questo tristissimo caso – che tu stesso nel libro riconosci sarà ripetuta solo 10 anni più tardi alla scomparsa del piccolo Alfredino Rampi a Vermicino.
Che funzione ebbero i media nella vicenda di Marsala: aiutarono o rallentarono le indagini?

[AP]: Fu uno dei primi grandi casi mediatici italiani, ma «mediatico» nel 1971 voleva dire ancora soprattutto carta stampata.
Il 7 novembre la prima pagina di un quotidiano francese titola «In Sicilia il delitto più mostruoso del secolo».
In Italia il caso occupa per intero le prime pagine del Corriere della Sera, della Stampa, della Sicilia, dell’Ora. Sulla Stampa, Leonardo Sciascia gli dedica due Taccuini; sull’Ora, qualche anno dopo, l’ultima parte del processo viene raccontata da Vincenzo Consolo, e quegli articoli sono poi confluiti in Esercizi di cronaca (Sellerio).
Fu letteratura, prima che televisione.
Vermicino, dieci anni dopo, segna invece la soglia: lì la televisione è il caso, il paese assiste in diretta a un bambino che muore.
A Marsala il paese leggeva; a Vermicino il paese guardava. C’è, va detto, un’eco anche fisica: le bambine Marchese furono gettate in un pozzo di tufo, in campagna.
Quella geografia del pozzo, dieci anni dopo, divenne uno schermo.

Quanto al ruolo dei media in quei giorni, è doppio.
Aiutarono: il primo testimone, il benzinaio tedesco Hans Hoffmann, si presenta perché ha letto della scomparsa sui giornali; molte informazioni risalgono per quel canale.
Ma il clamore complica anche le indagini: alimenta i depistaggi, le piste false, la psicosi delle Fiat 500 blu (in provincia di Trapani ce n’erano quattrocento, chi ne aveva una la nascondeva), le spedizioni punitive, l’arresto-lampo dell’innocente Francesco Luminari.
E poi c’è la pressione politica – interrogazioni parlamentari, la Destra che dall’aula del Senato invoca il ripristino della pena di morte.
Quello stato d’animo collettivo è di per sé un fattore d’indagine, perché spinge tutti a cercare il mostro fuori, lontano, mai vicino. E invece, come quasi sempre nei casi di violenza sui minori, il colpevole era in casa: lo zio di una delle vittime.
Oggi, immagino, un caso simile non sarebbe affidato ai giornali ma alle trasmissioni televisive che del crimine fanno spettacolo.
Non saprei dire se le tre bambine ne uscirebbero raccontate meglio.

[FC]: Oltre ad essere scrittore, so che sei il curatore della collana di True Crime di Zolfo Editore – eppure la tua formazione è di tutt’altro tipo: sei astrofisico e ricercatore INAF, l’Istituto Nazionale di Astrofisica cioè il principale Ente di Ricerca italiano per lo studio dell’Universo.
Quali elementi della tua formazione, se ce ne sono, sono stati utili al tuo lavoro di scrittore?

[AP]: In apparenza nulla; in profondità, quasi tutto.
All’INAF di Palermo applico metodi di intelligenza artificiale e di apprendimento dai dati all’astrofisica delle alte energie e alla finanza quantitativa.
Tre cose di quel mestiere tornano utili sul tavolo della scrittura. La prima è il metodo: si parte dai dati. Per il caso di Marsala ho lavorato sugli atti giudiziari, sui giornali – Sicilia, Stampa, Ora, Corriere, Gazzetta del Sud – sui resoconti parlamentari, sulle perizie; solo dopo ho scritto.
La seconda è la disciplina dell’assenza dell’autore: una pubblicazione scientifica non narra, espone. Nel true crime, dove ogni rigo poetico aggiunto sarebbe un’indecenza, quella disciplina diventa un’etica.

La terza è l’abitudine al confronto fra casi.
Nell’appendice di Storia terribile, affianco Michele Vinci a Phineas Gage – l’operaio del Vermont che nel 1848 sopravvisse a una sbarra di ferro nel cervello e ne uscì un altro uomo – a Gianfranco Stevanin e a Henry Lee Lucas; e cito Antonio Damasio sul ruolo dei lobi frontali.
Non è una giustificazione: è il tentativo, da scienziato, di vedere se davvero esistesse un «mostro», o se non si trattasse – più semplicemente, e più tristemente – di un uomo con plurimi traumi cranici e una struttura cerebrale in cui le punizioni avevano smesso di significare qualcosa.
Lo scrittore, in quei momenti, deve avere il coraggio di lasciare entrare lo scienziato.
E viceversa: come ricercatore, il mestiere della scrittura mi ha insegnato che anche un articolo scientifico, dietro le formule, ha un lettore

[FC]: Parlaci di Antonio Pagliaro lettore: cosa leggi di preferenza?
Hai degli autori di riferimento in particolare per il genere true crime?

[AP]: Leggo molto, e con disordine. In narrativa prediligo la non-fiction romanzata e i romanzi che non rinunciano al pensiero: Sciascia su tutti, Giuseppe Fava di “Processo alla Sicilia”. Fra i contemporanei, David Szalay: il suo “Nella carne”, Booker 2025, è un libro che lavora sui vuoti – dialoghi monosillabici, ellissi programmate – e che insegna a scrivere un personaggio facendolo tacere.
Già con “Tutto quello che è un uomo”, nove ritratti di maschi europei a età diverse, aveva costruito un’antropologia del nostro tempo.
Sul versante del noir e del crime, amo in particolare tre voci: Ferdinand von Schirach, Jean-Patrick Manchette, Don Winslow.

Per il true crime, i miei modelli sono due: Meyer Levin per “Compulsion” ed Emmanuel Carrère – da “L’Avversario a “V13” – che resta a mio avviso il vertice contemporaneo del genere.
Da loro si impara che il true crime non è cronaca lunga, ma una forma narrativa rigorosa, in cui il fatto pretende la stessa cura della prosa.
Tra gli italiani contemporanei, mi permetto di citare gli autori della collana Zolfo Nero, che curo per Zolfo: con ciascuno di loro ho condiviso lo stesso patto di lealtà col lettore – nessuna invenzione, nessun riempitivo, nessuno spettacolo.

Thriller Café e Federica Cervini ringraziano l’autore per la squisita disponibilità.