Intervista ad Alison Layland

Intervista ad Alison Layland

Nicola Mira
Protocollato il 14 Gennaio 2017 da Nicola Mira
Nicola Mira ha scritto 99 articoli
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Thriller Café è lieto di ospitare Alison Layland, traduttrice letteraria e autrice di “Someone Else’s Conflict“, un thriller originale e avvincente ambientato tra lo Yorkshire Dales e la Croazia devastata dalla guerra.

[D]: Ciao Alison, piacere di conoscerti e grazie per essere con noi. Partiamo con un po’ di background: la narrativa è stata la tua prima vocazione professionale? Se no, come e quando hai iniziato a scrivere?

[R]: Grazie per avermi accolta qui. Ho sempre accarezzato l’idea di scrivere romanzi e ho inventato storie nella mia testa fin da quando ho memoria, ma è solo di recente che mi sono decisa a fare il grande salto. Sono affascinata dalle lingue e faccio la traduttrice da oltre vent’anni, passando gradualmente dai testi commerciali alla traduzione letteraria a tempo pieno. È stato proprio attraverso il mio amore per le lingue che ho iniziato a scrivere narrativa. Quando ci siamo trasferiti in Galles nel 1997 ho iniziato a imparare il gallese; uno dei miei insegnanti era poeta e tutor di scrittura creativa. Dopo la fine del corso di lingua, alcuni di noi si sono iscritti alle sue lezioni di scrittura, anche come modo per continuare a praticare il gallese. Scrivere in un’altra lingua non era solo affascinante di per sé, ma mi liberava anche dalle inibizioni che fino a quel momento mi avevano impedito di mettere nero su bianco le mie storie.

[D]: Sei anche un’acclamata traduttrice letteraria dal tedesco, francese e gallese. Puoi dirci in che modo, se c’è differenza, il mestiere di scrivere la tua narrativa si distingue dal tradurre quella di un altro autore?

[R]: Credo che per essere un buon traduttore si debba anche saper scrivere bene nella propria lingua. Quindi la mia scrittura e la mia attività di traduzione si alimentano a vicenda. Nella traduzione letteraria hai la voce dell’autore originale ed è importante essergli il più fedele possibile. In questo senso, il ruolo del traduttore potrebbe essere paragonato a quello di un attore che interpreta una parte, portando abilmente in scena un copione per il pubblico. È il motivo per cui non esistono due traduzioni identiche della stessa opera. Devo anche “spegnere” il mio editor interiore: ovviamente si revisiona una traduzione, ma non si fanno i cambiamenti strutturali radicali che tendo a fare quando revisiono i miei romanzi! In sintesi: per me la traduzione riguarda il trasmettere la voce, il carattere e l’atmosfera, mentre quando si scrive si deve anche plasmare la storia e la trama.

[D]: Someone Else’s Conflict, volendogli dare un’etichetta, potrebbe essere descritto come un “noir inglese”, caratterizzato da un mix di suspense psicologica, thriller d’azione e giallo. Sei d’accordo con questa definizione? E come hai bilanciato questi elementi nella narrazione?

[R]: Mi piace l’etichetta di “noir inglese”! Aggiungerei che c’è anche un forte elemento sentimentale (romance) nel libro. Quando ho iniziato a scriverlo, il punto di partenza era la suspense psicologica, in particolare tra Jay e Marilyn. Man mano che il lato oscuro del passato di Jay emergeva e si allineava col suo presente, le tensioni esterne aumentavano, soprattutto con lo sviluppo di Vinko come personaggio centrale. Ho dovuto bilanciare tutti gli elementi, esplorando i temi legati ai personaggi e alla narrazione, mantenendo al contempo alta la tensione. In generale tendo a evitare le etichette e leggo io stessa generi molto diversi, quindi è stato gratificante vedere dai commenti come lettori differenti apprezzino e si concentrino su aspetti diversi del romanzo.

[D]: Il romanzo affronta questioni spinose sia a livello personale che sociale, e il modo in cui ne scrivi è chiaramente sentito. Qualcuno dei temi che affronti (fiducia, legami familiari, bisogno di appartenenza) ti è particolarmente caro? E perché?

[R]: Credo che il senso di colpa e il bisogno di appartenenza — a un luogo, a una relazione o persino a un’identità personale — siano le due emozioni potenti che guidano il romanzo. Mi interessava l’idea di come perseguire quel bisogno di appartenenza possa portare a errori e, di conseguenza, alla colpa. Anche l’idea di assumersi responsabilità, per se stessi e per gli altri — crescere, per così dire — è molto importante per la storia. Questo è particolarmente vero per Jay, che si trova a dover pensare a qualcun altro (Marilyn) dopo molti anni di vita solitaria autoimposta. È anche spinto a prendersi cura di Vinko, un modo per espiare il suo passato, ma una mossa che risveglia vecchi fantasmi e pericoli. Mi interessava inoltre esplorare gli effetti delle proprie azioni sui “vincitori” di un conflitto (anche se è discutibile se ci siano veri vincitori in una guerra, specie se civile): i perpetratori di un’atrocità, oltre alle ovvie vittime. Sebbene gli eventi narrati siano inventati ed estranei all’esperienza della maggior parte delle persone, spero che i lettori possano riconoscersi in queste emozioni universali di appartenenza, colpa e responsabilità che tutti abbiamo sperimentato in un modo o nell’altro.

[D]: Jay Spinney, uno dei personaggi principali, è una creazione molto originale: un cantastorie/artista di strada con un passato turbolento da soldato nel conflitto balcanico degli anni ’90, sul fronte croato. A cosa ti sei ispirata per crearlo?

[R]: Sono una grande fan della narrazione orale, ma come spettatrice piuttosto che come performer. Amo l’idea che miti, leggende e mondi immaginari vengano usati per gettare luce su aspetti del nostro mondo reale. Quindi la mia ispirazione iniziale per Jay proviene dai tanti meravigliosi cantastorie che ho visto nel corso degli anni. Ho immaginato che usasse le storie per nascondere il suo lato oscuro — a se stesso e, con un velo di allegria e irrealtà, al resto del mondo. Parallelamente, da molto tempo mi interessavo ai Balcani, in particolare alla Croazia. Tutto è andato al suo posto e aveva senso che il passato oscuro di Jay fosse legato al conflitto seguito alla dissoluzione della Jugoslavia. Ho accarezzato per un po’ l’idea di collocare la guerra in uno stato fittizio, in parte perché si adattava al personaggio di Jay e in parte perché volevo evitare di schierarmi in quella situazione storicamente complicata. Tuttavia, si è presto rivelato chiaro che, sebbene gli eventi descritti e personaggi come il comandante Lek siano interamente fittizi, la storia funzionava meglio ambientata in un contesto reale, supportata da ricerche, viaggi e persino dallo studio della lingua.

[D]: Una delle caratteristiche interessanti di Someone Else’s Conflict è l’insolito trio di protagonisti: uomo, donna e ragazzo (Jay, Marilyn e Vinko) e la relazione tra queste tre voci indipendenti. Quali sono state le sfide nel far funzionare le loro dinamiche?

[R]: La mia scrittura tende a essere guidata dai personaggi (character-driven) ed erano le loro voci a condurre la storia per me. È stata una sfida ritrarre il mistero, l’incertezza e la natura turbolenta di Jay, garantendo al contempo che risultasse abbastanza intrigante e affidabile perché Marilyn, una donna forte ma ferita di recente, lo accettasse nel suo mondo. Man mano che i problemi di lui (e la situazione in cui si trova coinvolto) diventano più evidenti, fino a che punto lei sarebbe disposta a sostenerlo e perché? Per quanto riguarda Vinko, si trattava di entrare nella mentalità di un adolescente ribelle, indipendente, scaltro (“della strada”) e volubile, ma con un fondo di innocenza e insicurezza. Con tutti e tre, in modi diversi, c’è un forte desiderio di credere e fidarsi, che è in definitiva ciò che li unisce e guida le dinamiche.

[D]: Immigrazione ed emigrazione sono altri temi potenti nella tua storia, particolarmente attuali oggi. Come hai deciso di integrarli nella trama?

[R]: Viviamo in un mondo in cui le persone si spostano costantemente, per scelta o per necessità. Volevo esplorare cosa significhi essere uno “straniero”, non solo in termini di nazionalità, ma anche di sentirsi estranei nella propria vita o comunità. Vinko rappresenta l’immigrato che cerca le sue radici, mentre Jay è un esule nel proprio paese, in fuga da se stesso. Marilyn, pur essendo stanziale, si sente isolata nella sua stessa casa. L’interazione tra queste forme di “spostamento”, fisico ed emotivo, mi ha permesso di riflettere su come costruiamo il concetto di “casa” e su come i confini, sia geografici che mentali, possano essere valicati o eretti a difesa delle nostre fragilità.

Photo © Trina Layland.