Intervista a Enrico Franceschini

Intervista a Enrico Franceschini

Federica Cervini
Protocollato il 8 Aprile 2026 da Federica Cervini
Federica Cervini ha scritto 58 articoli
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Enrico Franceschini – classe 1956, giornalista di “La Repubblica” – torna con piacere ospite al bancone del nostro Thriller Café: lo avevamo conosciuto attraverso una piacevole chiacchierata in occasione dell’uscita del suo precedente romanzo “Le notti di Mosca”, Baldini Castoldi 2025; recentemente Federica Cervini ha letto il suo nuovo thriller “Arrivederci Londra”, Baldini Castoldi 2026 e gli ha poi rivolto qualche domanda per approfondire la trama.

Trovate le due interviste qui a seguire, iniziando con la più recente.

[Federica Cervini]: ciao Enrico grazie per la tua consueta disponibilità a rispondere alle mie curiosità.
Quale è la Weltanschauung (ovvero “una nuova concezione del mondo”) che gli inglesi immaginavano di creare con la Brexit?
[Enrico Franceschini]: ciao Federica! Si tratta dell’idea di una Gran Bretagna che torna ad essere una grande potenza, indipendente ed in grado di influenzare il mondo, come era stata per tutto l’Ottocento e fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Ma nel mondo di giganti come America, Cina e Russia, questa idea si è presto rivelata un’illusione.
L’unico modo di fare valere la propria importanza, per gli inglesi, è facendo parte dell’Europa.
Soltanto menzogne propagandistiche e furori nazionalisti hanno permesso dieci anni fa ai brexitiani di vincere il referendum sulla Ue, sia pure di poco, 52 a 48 %; e il mio romanzo aiuta a capire, con un po’ di thriller e un po’ di commedia, come un errore simile sia stato possibile.

[FC]: cito dalle pagine di “Arrivederci Londra”: “L’unione fa la forza: il medesimo principio che a partire dal 1957 ha spinto gli Stati del continente a coalizzarsi”.
Perché gli inglesi non ci hanno creduto?
[EF]: per quel che dicevo poco fa e che si potrebbe chiamare ‘il complesso dell’Impero’, il British Empire nel loro caso.
I Paesi che un tempo sono stati molto potenti, ma non lo sono più, tendono ad avere nostalgia della gloria passata ed a sopravalutare la propria forza odierna.
Certo, è vero che gli inglesi sono sempre stati più euroscettici di altri popoli europei – più ‘americani’, per banalizzare.
Ma in quanto tali svolgevano un ruolo utile, anzi necessario, all’interno della Ue, sottolineando problemi, ritardi, eccessi burocratici.
E comunque potevano scegliere di restare nella Ue ma non del tutto, avevano mantenuto la sterlina invece di aderire all’euro, avevano ancora i controlli dei documenti all’aeroporto perché non erano entrati negli accordi di Schengen che li hanno aboliti.

[FC]: quale è a tuo avviso il fascino di Londra oggi – tra East India Company (la prima multinazionale), British Empire (l’Impero più grande della storia), e Old England (un concetto che non tramonterà mai)?
[EF]: Londra è affascinante per tanti motivi, ma soprattutto uno, secondo me: il suo mix di tradizione e innovazione.
È la capitale del Paese che ha inventato non solo le multinazionali del commercio ma la rivoluzione industriale.
Le sue sessanta ex-colonie, ancora oggi legate a Londra attraverso l’associazione del Commonwealth, rappresentano 2 miliardi di persone, un quarto della popolazione mondiale.
E certe caratteristiche della Vecchia Inghilterra, mai tramontate, continuano a essere una lezione per tutti: il fair-play, il sense of humour, l’understatement.
Ma Londra è anche una delle metropoli che più si sono trasformate e continuano a farlo: metà dei suoi abitanti sono stranieri, è l’unica grande città europea con un sindaco musulmano, nelle sue strade ci sono tutte le lingue e tutte le religioni della terra, una miscela che produce dinamismo, competitività, nuove mode e tendenze, dall’arte all’economia digitale”.

[FC]: voto dei giovani e dei laureati vs voto degli anziani e dei non laureati: come sarebbe a tuo avviso l’esito di un medesimo referendum “Britain Exit” (Brexit appunto) oggi, a 10 anni da quello effettuato?
[EF]: secondo gli ultimi sondaggi, il 58-60 % circa dei britannici oggi ammette che la Brexit è stata un errore.
Ed è una percentuale destinata a crescere, perché nel referendum del 2016 la Brexit prese più voti tra gli anziani che tra i giovani. Anche di questo parla il mio romanzo”.

[FC]: cosa è il brokenenglish – la lingua più parlata sulla Terra?
[EF]: lo spiega una dei personaggi del mio libro, citando una famosa battuta dell’allora principe Carlo, oggi re, secondo il quale la lingua più parlata sulla Terra non è l’inglese bensì l’inglese scorretto, quello di chi lo ha imparato come seconda lingua, di chi lo pronuncia con accento straniero, e che è diventato la lingua globale del nostro pianeta”.

[FC]: parlaci dei due personaggi di Scotland Yard, cioè Rachel (“pervasa da un senso di disagio, di non appartenenza”) e Jim (“le sue tranquille, solide convinzioni”) e della loro diversa posizione circa il referendum.
[EF]: l’ispettrice Rachel e il sergente Jim sono i due poliziotti chiamati a indagare sulla strana serie di incidenti che si verificano a Londra.
Non capiscono subito che si tratta di una specie di vendetta contro i brexitiani, né che a compierla sia una dozzina di giornalisti europei, uno per Paese, corrispondenti da Londra dei loro giornali.
Non rivelo cosa succede poi, ma Rachel e Jim rappresentano due diversi tipi di inglese: a lei piace la Londra cosmopolita e multietnica, è curiosa di tutto ciò che è nuovo e diverso; lui è nostalgico della Londra di una volta, dove si poteva mangiare solo roastbeef o fish and chips.

[FC]: la forza del tuo stile narrativo nella dark comedy “Arrivederci Londra” è l’ironia: come la utilizzi all’interno del romanzo?
Perché l’ironia è un linguaggio che attira sempre l’interesse?
[EF]: ho cercato di seguire, nel mio piccolo, la lezione dei grandi umoristi inglesi, dal J.K. Jerome dell’intramontabile “Tre uomini in barca” al P.G. Wodehouse del maggiordomo Jeeves, senza tralasciare la lezione dei formidabili giallisti di questo Paese, da Agatha Christie in poi.
Un po’ di ironia, a cominciare dall’autoironia, aiuta a vedere il bicchiere mezzo pieno, a sorridere anche dei drammi, sperando che non diventino tragedia. Per questo, pur essendo un romanzo sulla Brexit, il mio libro si intitola ‘Arrivederci Londra’: non è un addio per sempre, contiene l’augurio di ritrovarsi prima o poi di nuovo insieme, noi europei del continente e gli inglesi dell’isola al di là del canale della Manica, a cui rimaniamo legati attraverso il cordone ombelicale dell’EuroTunnel, la galleria sottomarina da cui passano i treni che in due ore portano da Londra a Parigi.

[Federica Cervini]: grazie a Enrico Franceschini per il tempo che ha voluto dedicarci, arrivederci!


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Qui a seguire trovate la prima intervista relativa a “Le notti di Mosca”.

[Federica Cervini]: Ciao Enrico grazie per la tua disponibilità a parlare con noi del tuo romanzo “Le notti di Mosca”, protagonista del quale è la delicata situazione geopolitica della Russia; essa diventa la trama di un thriller. Cosa succede fra le pagine del tuo romanzo: da un lato ai tuoi personaggi, dall’altro alla Russia?
Ed a proposito dei tre protagonisti Selina, Jack e Marco: parlaci del triangolo amoroso che descrivi nel tuo libro.
[Enrico Franceschini]: L’enigma di ogni thriller è che fine faranno i protagonisti. È così anche nel mio, ma in più si tratta appunto di capire che fine farà la Russia.
Il romanzo si svolge infatti negli ultimi mesi del 1999, quando la Russia, dopo il crollo dell’Urss e un decennio di fragile e corrotta democrazia postcomunista, doveva decidere che strada prendere dopo le riforme di Mikhail Gorbaciov e il caos del suo successore Boris Eltsin.
Nella realtà sappiamo come è andata: il 31 Dicembre 1999 arrivò al potere Vladimir Putin e un quarto di secolo dopo è ancora al Cremlino.
Nella mia storia si apre anche la possibilità di uno scenario diverso: bisogna però leggere fino alle ultime pagine per scoprire quale dei due si realizzerà, la dittatura putiniana o un destino migliore.
E in questo scenario storico, popolato di personaggi reali, si muovono i tre succitati personaggi immaginari: Selina, la vedova di un guerrigliero ceceno considerato il Robin Hood del Caucaso; Jack, un ex-commando delle celebri forze speciali britanniche; e Marco, un giornalista italiano che arriva in Russia per seguire la guerra fra Mosca e la Cecenia, piccola regione indipendentista ricchissima di petrolio, e finisce per restarci.
Selina e Jack vogliono entrambi vendicare un torto.
Jack e Marco sono legati da una lontana parentela.
Dall’intreccio dei loro rapporti nasce una ragnatela di affetti, un triangolo d’amore che fa da sottofondo alla spy story, al thriller vero e proprio.

[FC]: La dedica della tua spy story recita “ai miei amici russi con l’augurio che un giorno possano vivere liberi”: perché? Cosa auguri loro oltre a potere e gloria? Cosa desidererebbero oggi i tuoi amici russi e cosa manca loro di più?
[EF]: Auguro la libertà ai russi perché oggi non ce l’hanno e l’hanno goduta raramente nella loro storia millenaria.
Il potere e la gloria, da soli, non bastano: come dimostrano i tanti russi coraggiosi che nel corso del tempo si sono battuti per poter vivere liberi.
Ai miei amici russi oggi mancano la democrazia e la pace, trascinati da Putin in una guerra d’invasione contro l’Ucraina di cui la guerra in Cecenia da me descritta nel romanzo fu il primo modello: bombardamenti a tappeto dei civili e abusi dei diritti umani.
In più, penso che ai miei amici russi manchi la libertà di visitare l’Italia e l’Occidente: prima dell’invasione dell’Ucraina, un milione di russi venivano in vacanza ogni anno nel nostro Paese … non credo che preferiscano fare le vacanze in Corea del Nord.

[FC]: Enrico parlaci di Londongrad, la Mosca-sul-Tamigi.
Ed inoltre, parlaci delle differenze o similitudini (se ce ne sono) tra la Mosca del 1999 che descrivi nel tuo romanzo e la Mosca di oggi 2025.
[EF]: Prima della guerra contro l’Ucraina, che ha interrotto i viaggi dei russi in Occidente – perché tra le sanzioni contro Mosca c’è stato lo stop ai visti di ingresso e ai voli aerei – 200 mila russi vivevano a Londra: era una delle più vaste comunità di immigrati, dopo gli italiani e i polacchi.
Erano così tanti da fare ribattezzare la città Londongrad, per evocare Leningrado, il nome di San Pietroburgo in era sovietica: una Mosca-sul-Tamigi, come la chiamo nel romanzo.
E fra loro c’erano molti oligarchi, i russi che si sono arricchiti con la privatizzazione selvaggia dei beni di stato dopo la fine del comunismo in Urss, diventati proprietari di petrolio, gas, carbone, con un patrimonio di miliardi.
Un paio di questi sono fra i personaggi del mio libro, che si svolge quindi fra Londra, Mosca, la Cecenia e la località sciistica di Courchevel, nelle Alpi francesi, diventata la prediletta di questi nuovi ricchi russi.
Ti posso dire Federica che la Mosca del 1999 era diversa da quella odierna, soprattutto per una cosa: c’era ancora la speranza di libertà e democrazia.
Oggi è una Mosca autoritaria e autarchica, in cui tutto è in mano a Putin, e da dove sono fuggite tutte le aziende e i marchi occidentali.

[FC]: Perché Marco non dissuade Selina dal diventare una “vedova nera”?
Come mai nel cuore di Selina c’è spazio solo per l’odio e la vendetta?
Non è quindi vero che “omnia vincit amor”?
Perché non hai immaginato un futuro felice per loro?
[EF]: Selina vuole diventare una vedova nera, come si chiamano nel romanzo e come si chiamavano nella realtà le donne cecene che hanno perso il marito nella guerra contro la Russia, e che sono determinate a vendicarsi, anche a costo della vita.
Da un lato Marco prova a dissuaderla, per i sentimenti che prova per lei.
Dall’altro capisce che, nella cultura cecena, dominata dalla legge del taglione – occhio per occhio, dente per dente – la vendetta ha la priorità su tutto.
Ma in qualche modo, nel romanzo, il detto latino viene rispettato, l’amore trionfa su tutto: nel senso che anche un cuore in cui, a causa di un immenso dolore, si era spenta ogni passione, ricomincia a battere.
E se il loro futuro sia felice o meno, lascio che lo stabilisca il lettore, giunto alla fine del libro.

[FC]: Parliamo di vendetta e giustizia: quale significato e quale valore hanno questi due termini per i ceceni?
[EF]: Come ho detto, in Cecenia domina la legge del taglione.
A noi occidentali sembra primitiva e feroce.
Per questo piccolo popolo del Caucaso, invece, è una forma di giustizia semplice e diretta.
Se non può eseguirla chi ha subito un torto, spetta si suoi figli o ai suoi congiunti farlo.
È una giustizia molto distante dalla nostra concezione.
Anche in questo caso, io mi limito a raccontare quello che succede: lascio al lettore il giudizio sul desiderio di vendetta dei protagonisti, notando soltanto che a volersi vendicare non è soltanto la cecena Selina, ma anche il britannico Jack, che davanti al cinismo della politica non crede più nella giustizia tradizionale e decide di provare a farsi giustizia da solo.

[FC]: Enrico, Dostoevskij ha detto “la verità è sempre inverosimile”: è una frase ancora valida oggi a tuo parere, sia in Oriente che nel nostro Occidente?
[EF]: Significa che le cose non sono così semplici come appaiono. E questo credo che valga per la vicenda di fantasia del mio romanzo, in cui cito questa frase dell’autore di ‘Delitto e castigo’, così come per la realtà, in Occidente come in Oriente.

[FC]: Quali sono gli autori del genere thriller / giallo che leggi di preferenza?
[EF]: I miei modelli, per la storia che racconto in “Le notti di Mosca”, sono due maestri inglesi del genere thriller: John le Carrè e Frederick Forsyth – in particolare, per il primo il romanzo “La passione del suo tempo“, e per il secondo il romanzo “Il vendicatore“.
Ma di autori di gialli o thriller ne apprezzo molti altri, anche fuori dalla categoria della spy story, da Simenon a Chandler, per limitarmi a due grandissimi classici.

[FC]: Siamo alle ultime battute della nostra piacevole intervista: vuoi lasciare un saluto ai lettori di Thriller Café?
[EF]: Volentieri Federica! Vi saluto ringraziando per lo spazio e l’attenzione che mi date.
E con una scommessa: leggendo il mio romanzo, non vi annoierete.

La foto di Enrico Franceschini è pubblicata su concessione dell’autore.