“Dead Gone“, il romanzo d’esordio di Luca Veste, rappresenta una rarità nel suo genere, essendo ambientato a Liverpool. Ho trascorso nove anni lì e credo fermamente che sia una delle città migliori al mondo. Vanta una popolazione e un’architettura uniche, un patrimonio di cui andare fieri e una storia tutta sua. La città ha visto ondate di persone diverse arrivare, partire e ritornare: un flusso costante. Mi ha sempre sorpreso che non sia un’ambientazione più diffusa per il genere giallo; a parte i romanzi della serie di Harry Devlin di Mark Edwards, non ricordo molto altro.
L’ispettore David Murphy e l’agente Laura Rossi si trovano alle prese con un omicidio brutale e sconcertante. Una giovane studentessa è morta e accanto al corpo è stata trovata una lettera che descrive un famoso, ma terribile, esperimento psicologico. Dalla causa della morte appare evidente che l’assassino abbia replicato lo stesso esperimento sulla vittima. Inizialmente Murphy sospetta che la lettera sia un depistaggio, ma poi iniziano ad apparire altri cadaveri. E ognuno accompagnato dalla sua lettera.
Dall’altra parte della città, anche un impiegato amministrativo dell’università sta affrontando una perdita. Il suo compagno è scomparso da quasi un anno e tutti sospettano che l’uomo sappia più di quanto voglia ammettere. Quando queste due circostanze, apparentemente slegate, entrano in collisione, Murphy e Rossi si rendono conto di dare la caccia a un assassino diverso da chiunque abbiano mai affrontato prima.
Dead Gone è un thriller teso e imprevedibile, con una serie di risvolti psicologici che vi terranno col fiato sospeso e potrebbero persino gelarvi il sangue.
Luca Veste si descrive come uno scrittore di origini italo-scouse (di Liverpool), anche se ammette di vivere sulla sponda “sbagliata” del fiume Mersey. Ha studiato Psicologia e Criminologia, il che potrebbe significare che ne sa più di molti altri su ciò che passa per la testa di un assassino.
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