Conta fino a due – Søren Sveistrup
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Le strade innevate di Copenaghen sono lo scenario su cui oggi alziamo la saracinesca del Thriller Café: vi parliamo di “Conta fino a due” di Søren Sveistrup, seguito del fortunato “L’uomo delle castagne” (anche trasposto nell’omonima serie Netflix).
Siamo nel rigido inverno danese del 2025 e la quiete della capitale viene spezzata dai ritrovamenti di una serie di vittime, apparentemente scollegate tra loro (una liceale, una donna in via di separazione, un avvocato e un’altra donna fidanzata). L’assassino terrorizza le sue prede usando i loro stessi smartphone: le vittime ricevono messaggi anonimi, foto rubate in segreto e sinistre filastrocche basate sul gioco del nascondino (e da qui il titolo). La minaccia digitale si trasforma quindi in carneficina fisica, con omicidi di una brutalità sconcertante e smembramenti. A indagare sono Naia Thulin e Mark Hess, che dopo la prima indagine assieme si riuniscono per dare la caccia a un serial killer sfuggente. Ben presto capiranno che il movente di questo massacro affonda le sue radici in un tragico giorno di primavera di oltre trent’anni prima, nel 1992, quando una gita di un orfanotrofio si trasformò in un macabro incubo infantile.
Andando oltre la superficie del semplice intrattenimento, “Conta fino a due” si rivela un’opera ambiziosa, caratterizzata fortemente dall’estrazione televisiva di Sveistrup, che tra le altre cose è la mente dietro serie cult come “The Killing“.
Il romanzo sfiora le 700 pagine ed è strutturato quasi come fosse un’intera stagione televisiva, con un lungo prologo e una prima metà del volume ricca di sotto-trame orizzontali, come il dramma familiare della famiglia Holst o le vicissitudini cliniche del fratello di Hess. Mutuare il linguaggio televisivo in quello narrativo non sempre è semplice e questi momenti di respiro tra una scena e l’altra possono piacere o meno, a seconda delle preferenze personali sul ritmo della storia.
La storia la regge bene Mark Hess, ben tratteggiato nel suo ruolo di antieroe tormentato. La Naia Thulin che avevamo conosciuto nel romanzo precedente pare invece subire qui una parziale involuzione. L’autore la mostra spesso chiusa e ostile senza un motivo reale, quasi usando la sua scontrosità come un espediente per creare conflitti interni alla polizia e dilatare i tempi di risoluzione del caso. Venendo invece all’antagonista, il killer è un cattivo interessante se si accettano le sue abilità di hacking ai limiti del sovrannaturale (telefoni che si accendono da soli in momenti cruciali, reti violate in un secondo).
Ci sono quindi delle spigolosità strutturali, ma è anche vero che quando Sveistrup decide di premere sull’acceleratore si riconferma un grande maestro della suspense. L’ultimo terzo del romanzo ripaga il lettore della pazienza nelle pagine precedenti, e quando si svelano l’identità del colpevole e le sue reali motivazioni radicate nel trauma del 1992, tutto va al proprio posto in modo soddisfacente.
“Conta fino a due” in conclusione è un buon thriller; pur gravato di qualche pagina di troppo, soddisferà gli appassionati del genere, soprattutto se si è già letto il capitolo precedente della saga Thulin.
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