Intervista ad Adriano Giotti

Intervista ad Adriano Giotti

Federica Cervini
Protocollato il 7 Marzo 2026 da Federica Cervini
Federica Cervini ha scritto 58 articoli
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L’ospite al bancone del Thriller Café oggi è Adriano Giotti, in libreria con “Anna non dimentica”, Longanesi Editore – il vertiginoso thriller che conduce il lettore nel lato oscuro dell’adolescenza, fra paura, fantasie e mostri. Il romanzo è stato recentemente recensito da Federica Cervini e l’autore le ha poi concesso una interessante intervista.
[Federica Cervini]: Ciao Adriano, spiega ai nostri affezionati lettori cosa sono i creepypasta: al contempo “mostri, casi inspiegabili ed un rifugio per gli adolescenti”.
[Adriano Giotti]: Superare la paura è diventare adulti. Ci illudiamo che sia una soglia, che arrivi un momento in cui si smette di aver paura. Anche se non è così. Per questo gli adolescenti sono attratti dalla paura. Vogliono dimostrare di essere grandi. “Se smetto di aver paura, allora sono grande”, pensano.
La mia generazione aveva le case infestate, le leggende metropolitane, i racconti del terrore attorno al fuoco nelle notti buie senza stelle. Le nuove generazioni hanno i creepypasta ovvero dei racconti horror che circolano online su blog e forum, dove gli utenti sono liberi di copiare e incollare aggiungendo ogni volta nuovi dettagli, sempre più spaventosi e misteriosi. Sono storie che permettono loro di provare a capire chi sono e di cosa hanno paura, ma anche a definire aspetti del loro mondo che ancora non hanno metabolizzato – per questo li trasformano in racconto: per poterli superare. Solo che noi eravamo in molti davanti al focolare o a esplorare le case infestate; adesso gli adolescenti, invece, sono in molti soltanto virtualmente, perché è ognuno da solo davanti al proprio schermo. E quindi il confine tra realtà e fantasia si assottiglia, diventa sfumato e allo stesso tempo pericoloso, perché è nella solitudine che nascono i veri mostri.
[FC]: Gli adolescenti sono protagonisti nel tuo thriller: come li hai avvicinati per conoscerne così a fondo le caratteristiche? Come vivono il labilissimo confine tra mondo virtuale e realtà? Perché sono così fragili a tuo parere?
[AG]: Per me l’adolescenza è stato un periodo intenso e per certi versi violento, nel senso di rapido. Sono cambiato radicalmente in un’estate. Per questo l’ho raccontata in diverse mie storie, sia per capire me stesso che per capire gli altri. Alla fine è per questo che ci raccontiamo: scrivere è mettere in pausa il flusso della vita e tornare nelle zone d’ombra, quelle poco chiare, per provare a dar loro una forma. Inoltre ho avuto modo di entrare in contatto con gli adolescenti di oggi grazie al mio lavoro di regista di videoclip e i corsi di scrittura creativa che mi è capitato di tenere, oltre a completare con saggi di psicologia e molte ore passate su blog e forum. Quello che ho scoperto è che per loro non c’è quasi differenza tra identità virtuale e identità reale; se quasi non c’è più per i miei coetanei, figuriamoci per loro che sono letteralmente cresciuti con lo smartphone in mano.
Perché sono fragili? Perché si confrontano costantemente con il mondo intero. Noi siamo cresciuti confrontandoci con chi viveva nel nostro quartiere, o nella città; ma pur sempre era un confronto limitato dove era più facile emergere o perlomeno costruire un’identità più solida. Loro attraverso i social entrano in contatto con il mondo e non hanno il tempo di formare le proprie sicurezze. Ci sarà sempre qualcuno più bravo di loro in quello che vogliono fare. Ci sarà sempre qualcuno migliore di loro.
Il confronto attraverso i social è spiazzante. È normale per loro sentirsi inadeguati. Non per tutti ovviamente. Ma la maggior parte la vive così.
Per questo se noi postavamo ogni giorno, qualsiasi cosa, credevamo nel “se posto allora esisto”, loro invece postano molto poco; passano molte ore a scrollare, ma non postano quasi mai. Perché sanno che ogni post è sia un modo di esistere, ma soprattutto un bersaglio per il giudizio da parte del mondo. E questo genera ansia, stress e insoddisfazione.
[FC]: “Anna non dimentica” è il tuo esordio letterario: cosa c’è in questo avvincente thriller della tua precedente esperienza di regista e sceneggiatore?
[AG]: Scrivere e dirigere mi ha aiutato a capire cosa vuol dire raccontare l’essenziale – quella che io considero la migliore qualità per uno scrittore. Scrivere sceneggiature è stata un’ottima palestra per i dialoghi, per il ritmo della struttura e per visualizzare in modo intenso le scene. “Anna Non Dimentica” è come io vedo quella storia nella mia testa, le frasi compongono le sequenze in modo inesorabile come se fosse una macchina da presa, creando un’atmosfera coinvolgente. E allo stesso tempo, il cinema mi ha fatto capire come costruire dei personaggi il più reale possibile, altrimenti non avviene l’immedesimazione dello spettatore. Essendo abituato con gli attori a scavare a livello profondo nella loro psicologia, ho cercato di fare la stessa cosa con i personaggi del thriller, rendendoli tridimensionali. Nessuno si riduce a sola funzione, nessuno è solo buono o solo cattivo. Ognuno di loro è complesso, come la vita, come le persone che conosciamo. E soprattutto ognuno di loro ha una ferita. Come noi.
[FC]: Parlaci dell’Abruzzo di “Anna non dimentica”, in cui dici che scompaiono più di 200 persone all’anno. Come ti sei documentato su questi dati? Parlaci di questo territorio anche in riferimento ai problemi lì creati dai cambiamenti climatici.
[AG]: L’Abruzzo è un territorio selvaggio, con queste montagne altissime e molti boschi, c’è scarsa densità abitativa fuori dalle città, alcune zone sono addirittura difficilmente raggiungibili e mi ha sempre affascinato ogni volta che ci sono stato. L’Aquila poi, nonostante siano passati quasi 17 anni dal terremoto, è tutt’ora una città ferita purtroppo. Mi sembravano ingredienti perfetti per ambientarci un thriller che parla di solitudine e mistero. La natura abruzzese soprattutto d’inverno non è affatto rassicurante, io mi sono spesso sentito fragile e disarmato in alcune zone: c’è molta bellezza, ma anche la sensazione che qualcosa potrebbe scomparire per sempre là dentro. E infatti il dato delle oltre 200 persone scomparse è reale, ho fatto molta ricerca. Così come le stazioni sciistiche abbandonate esistono davvero. Settimana scorsa per esempio, sono tornato a Marsia, la stazione sciistica abbandonata dove sono ambientate alcune scene del mio thriller. È impressionante vedere questi giganti di ferro arrugginito abbandonati che deturpano la natura e il paesaggio. È qualcosa che fa male dentro, vederli. Nel thriller ho ipotizzato che non nevicasse quasi più, proprio perché volevo porre l’attenzione sul cambiamento climatico. E pensare che ci sono persone che ancora lo stanno negando. Ma le temperature sono impazzite, sono quasi schizofreniche. Quando sono stato a Marsia adesso c’era la neve. Ma il termometro dell’auto segnava 17 gradi. Vuol dire che pochi giorni prima era nevicato e quindi le temperature erano vicine allo zero. E poi? 17 gradi? A Febbraio? È assurdo ma è così.
E le piogge sono sempre più torrenziali, ed è un disastro per l’agricoltura e per l’intero ecosistema. Senza la neve e la formazione del ghiaccio, le piogge finiscono nel mare troppo velocemente; il terreno non fa in tempo ad assorbire l’acqua come invece avverrebbe con il graduale disgelo. Io credo che anche raccontando un thriller si possa dare degli spunti per riflettere su argomenti importanti.
Ed è quello che ho provato a fare.
[FC]: Nel tuo thriller c’è un piccolo spazio anche per i rapporti d’amore: parlaci della relazione esistente tra Veronica e Francesco, sia dal punto di vista professionale che dei loro sentimenti.
[AG]: Non posso entrare nel dettaglio per non fare spoiler, ma posso dire che volevo creare un personaggio che non fosse solo il suo lavoro. Veronica non è solo un’ispettrice di polizia. Veronica è una madre che ha un figlio adolescente proprio della stessa età di Pietro Marcelli che scompare a inizio libro. Veronica è anche una moglie, che affronta un periodo particolare in cui comincia a farsi delle domande sul suo matrimonio. Ma Veronica è soprattutto una donna presa in un punto della sua vita in cui sta facendo i conti con se stessa e con quello che è diventata e con quello che non vuole diventare, e questo caso in cui viene coinvolta farà tornare a galla molto di lei, compreso qualcosa che credeva di aver sotterrato per sempre.
[FC]: Cosa è il love bombing e come si genera a tuo avviso la dipendenza nella nostra mente?
[AG]: Tutti noi vogliamo essere compresi, tutti noi vogliamo essere visti nella nostra inequivocabile unicità. Quindi quando qualcuno dimostra di farlo, di cogliere i nostri lati positivi, facendoci sentire accolti e capiti, le nostre difese si abbassano. E cominciamo a sentirci trasportati verso questa persona che ci sta facendo sentire come vorremmo. Ma il problema è che le persone possono fingere, ci possono ingannare, far finta di comprenderci solo per poterci manipolare, per renderci dipendenti. Infatti spesso il manipolatore fa finire il love bombing bruscamente e nella vittima rimane soltanto la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato. È come perdere improvvisamente il paradiso. E la vittima si sente ancora più sola e non fa altro che rincorrere il manipolatore per tornare a vivere in modo illusorio quello che ha creduto vero. E qua, purtroppo, si crea la dipendenza e la sottomissione.
[FC]: Acquistare ogni genere di prodotto via web, uscire sempre meno da casa, vivere relazioni a distanza spesso tramite le chat online: parlaci di quella che definisci la società desensorializzata.
[AG]: La società, oggi, ci spinge a essere produttivi al massimo, efficaci e efficienti sempre. In ogni momento della nostra vita. I corpi invece hanno bisogno di spazio e di tempo. Online possiamo avere tutto quello che vogliamo senza spostarci. Risparmiamo tempo. Anche per quanto riguarda le relazioni, spesso, non possiamo permetterci di sbagliare, di sprecare le nostre risorse. Nel senso che si ha paura di perdere tempo. Meglio fare una scrematura online. Vedere l’altro come un prodotto, capire prima dell’uso se può esserci utile, se è davvero quello che vogliamo. Ci illudiamo così di aver fatto la scelta giusta prima ancora di averla vissuta davvero, ma in realtà quello che resta è soltanto il vuoto. Ognuno è magico nella sua fragilità e imperfezione. Nei suoi unici difetti. Abbiamo bisogno di sbagliare e siamo umani proprio quando sbagliamo. Ma la produttività ci spinge a rinunciare alle nostre emozioni, ad accontentarci di viverle nei romanzi e nelle serie. O nelle vite degli altri spiate sui social, illudendoci che prima o poi ci sarà tempo anche per noi. Ma quel tempo sparisce ogni giorno di più, perché lo spazio che riserviamo agli altri è sempre più esiguo. L’ironia è che per non concederci il lusso di sbagliare, stiamo compiendo l’errore più grande delle nostre vite. E da produttivi, stiamo diventando freddi prodotti.
[FC]: Genitori e figli: parlaci dei diversi rapporti Veronica – Luigi e Veronica – sua madre Rebecca, ed inoltre dell’assunto secondo il quale le colpe dei padri ricadono sui figli.
[AG]: Ognuno di noi maneggia un universo di pianeti. C’è il pianeta famiglia. C’è il pianeta lavoro. C’è quello benessere. C’è quello amicizia.
Ognuno prova come può a tenere in equilibrio il suo sistema solare, ma è sempre più difficile andare avanti senza perdere pezzi. Veronica, nel momento in cui è colta dentro al romanzo, è troppo presa dal suo lavoro e da se stessa; si sta dimenticando degli altri. Lei stessa a sua volta ha un rapporto burrascoso con sua madre Rebecca. Tra i loro silenzi si consuma una battaglia che non si è mai conclusa. Purtroppo, spesso, quando si hanno dei rapporti complicati con un genitore, non è così semplice costruire un rapporto sano con i propri figli. Quindi Veronica prova nel migliore dei modi a tenere in equilibrio i suoi pianeti, ma lo stesso suo figlio finisce per sentirsi messo da parte e, per certi versi, sfidato. In questo senso la colpa dei padri ricade sui figli.
Loro imparano quello che diamo loro, ma soprattutto assimilano quello che gli trasmettiamo in maniera inconscia.
[FC]: Tornerai al cinema o possiamo immaginare che ci sarà un seguito al tuo primo thriller? Che progetti hai per il futuro?
[AG]: Diciamo che vorrei portare al cinema “Anna Non Dimentica”. Ovviamente i tempi non sono immediati, ma io credo fermamente in questa storia e in come riuscirei a raccontarla attraverso le immagini: devo soltanto trovare il produttore giusto che ci creda come ci credo io. Nel frattempo, però, sto anche lavorando al secondo thriller. “Anna Non Dimentica” si chiude come trama, ma ci sono degli aspetti di Veronica e di altri personaggi che rimangono aperti e sto buttando giù idee per scrivere il seguito. Anche perché la maggior parte delle persone che hanno letto Anna me lo stanno chiedendo.
Thriller Café e Federica Cervini ringraziano Adriano Giotti per la disponibilità.