Intervista a Stefano Iachetti

Intervista a Stefano Iachetti

Redazione
Protocollato il 9 Febbraio 2026 da Redazione
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Alcune settimane fa abbiamo presentato, qui al Thriller Café, il suo romanzo “Bocca chiusa“; oggi Stefano Iachetti ce lo racconta più in dettaglio attraverso un’intervista. Qui a seguire trovate quanto ci siamo detti…

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Ciao Stefano, benvenuto al Thriller Café. Prima domanda semplice: chi è Stefano Iachetti nella vita e come scrittore?

Nella vita lavoro con le immagini e con ciò che le immagini trattengono: cinema, archivi, memoria. Mi interessa la parte materiale delle storie: una didascalia sbagliata, una foto consumata, un dettaglio che resiste più delle parole. Da lì nasce il mio modo di guardare.

Come scrittore porto la stessa disciplina: taglio, montaggio, ritmo. Scrivo noir perché è un genere che chiede precisione, chiede ombre. E perché mi permette di fare una cosa che reputo necessaria: osservare senza alzare la voce, lasciando che siano gli oggetti, i suoni e le omissioni a parlare.

 Il tuo romanzo si sviluppa su due binari temporali e geografici molto distanti: la Roma del 1975 e la Cuba del 2002. Cosa lega questi due momenti storici così significativi?

A legarli, in superficie, è un segno ripetuto: un filo troppo sottile e una moneta posata come un gesto deliberato. Nel ’75 a Roma quel segno apre una ferita e subito la richiude: il condominio guarda, mormora, poi si rimette a vivere. Nel 2002, a Trinidad, la stessa firma riappare e chiama Andrea come un richiamo che non ha bisogno di spiegazioni.

Sotto, però, c’è un legame più duro: due società attraversate dalla pressione. Nel ’75 la pressione è domestica e collettiva: “non nominare”, “non sapere”, “non dire”. A Cuba la pressione è anche istituzionale, burocratica, fatta di timbri, registri, mancanze. Cambia la lingua, non cambia il meccanismo: per sopravvivere si riduce il mondo, si stringe la verità, si sceglie un silenzio.

 Roma e L’Avana non sono solo sfondi, ma sembrano quasi personaggi. Come hai lavorato per restituire le atmosfere così diverse di queste due realtà, tra il grigiore degli anni di piombo e il calore malinconico dell’isola caraibica?

Ho lavorato per sottrazione, come in un sopralluogo: non descrivere “Roma” o “L’Avana”, ma farle entrare dalla porta laterale. A Roma ci sono il ferro delle rotaie, le cabine SIP, il proiettore che tossisce sul lenzuolo del cineforum, il caldo che appiccica e quel fischio di tram che taglia la sera. È un grigiore che non è solo politico: è una luce stanca, un quartiere che ingoia i fatti e li rimette in circolo come pettegolezzo basso.

Cuba, invece, è calore che non consola. È sale e benzina sul Malecón, TuKola tiepida, maní nei cartocci, la luz che va e torna, i boleros che segnano l’ora meglio di un orologio. Ho scritto quella parte come si registra un paesaggio sonoro: lasciando che la città facesse la sua musica e che la malinconia arrivasse senza essere dichiarata.

 Il titolo “Bocca chiusa” rimanda sia a una scelta etica del protagonista, Andrea, sia a una pressione sociale. Quanto è difficile, in un genere come il noir, raccontare un personaggio che sceglie di “osservare e non aggiungere rumore”?

È difficile perché il noir, per tradizione, è verboso: interrogatori, confessioni, spiegazioni. Andrea fa il contrario. Si allena a non dire nomi, a restare dentro tre coordinate essenziali — ora, luogo, luce — e a non concedere il resto. È una scelta narrativa rischiosa, perché toglie al lettore la scorciatoia dell’informazione. Ma proprio lì nasce la tensione. Un personaggio che osserva e non aggiunge rumore costringe la storia a farsi corpo: passi, suole, odori, minime imprecisioni. E costringe anche il lettore a un lavoro attivo: non “sapere tutto”, ma stare dentro un’ombra e capire che cosa significa, davvero, tacere.

 Il silenzio nel tuo libro non è assenza, ma una “forza che orienta la verità”. In un’epoca di sovraesposizione comunicativa come la nostra, che valore assume questa scelta di discrezione?

Oggi il rumore è spesso spacciato per verità: si parla per esserci, si commenta per non sparire. In questo contesto la discrezione può sembrare una virtù antica, quasi sospetta. Nel libro, però, il silenzio non è mai neutro: è una forza che orienta, e quindi è una responsabilità. Il punto è scegliere che tipo di silenzio. C’è un tacere che protegge, che evita di trasformare il dolore in spettacolo. E c’è un tacere che copre, che sposta la colpa, che lascia che “le voci facciano il resto”. “Bocca chiusa” sta nel mezzo, senza morale pronta: mostra quanto è facile confondere prudenza e complicità.

 Nella storia si parla di un’assunzione di responsabilità che ribalta l’idea stessa di colpevole. Quanto ti interessa esplorare la colpa non solo dal punto di vista legale, ma soprattutto da quello morale e psicologico?

Mi interessa molto più la colpa come macchina interiore che come etichetta giuridica. La legge cerca un nome e una catena di prove; la coscienza lavora con altro materiale: paura, vergogna, fedeltà familiare, bisogno di ordine. In Bocca chiusa quel conflitto è esplicito: non è solo “chi ha fatto cosa”, ma “chi paga”, e perché. Andrea arriva a una forma di “assunzione” che è anche un ribaltamento: non prende su di sé per riparare, prende su di sé per governare il danno. È una colpa operativa, quasi logistica. E proprio per questo mi interessa: perché somiglia a molte colpe quotidiane, non eroiche, che non finiscono in tribunale ma restano addosso.

 Andrea, il protagonista, sembra vivere in un labirinto di rimorsi. È possibile per lui trovare una forma di redenzione, o il passato è un debito che non si estingue mai?

Il labirinto di Andrea è costruito su un paradosso: per anni ha pensato di salvarsi tacendo, e a un certo punto scopre che quel tacere ha continuato a lavorare contro di lui. La redenzione, se esiste, non è un colpo di scena “pulito”. È un cambio di postura: smettere di spostare di un metro la verità, smettere di cercare nomi comodi. Nel finale lui arriva almeno a un atto nudo: nominare se stesso, senza pubblico e senza assoluzioni. Non è catarsi. È presa d’atto. Il passato, in questo libro, resta un debito che non si estingue: si può solo decidere se continuare a farlo pagare a qualcun altro. 

 La struttura del romanzo somiglia a una “doppia elica” dove gli oggetti (una moneta, un filo) fanno da ponte tra il passato e il presente. Com’è stato il processo di costruzione di questo puzzle narrativo?

Sono partito da un’immagine semplice e crudele: una moneta posata, un nodo quasi “gentile” nella sua precisione. Quell’immagine aveva già una grammatica: oggetto piccolo, gesto enorme. Poi ho costruito una seconda immagine speculare in un altro luogo e in un altro tempo, e ho lasciato che i due fili cominciassero a tirare. Il puzzle si è fatto per vincoli, non per accumulo: frasi-chiave che ritornano (“tre cose, sempre uguali”), oggetti che non sono simboli astratti ma prove materiali, e tagli di montaggio tra ’75 e 2002 nei punti in cui un suono o un gesto poteva fare da raccordo. La “doppia elica” è questo: due spirali che non si incontrano mai del tutto, ma si riconoscono continuamente.

 Il finale del libro viene definito “onesto” e privo di soluzioni miracolose. È stata una scelta difficile resistere alla tentazione di un classico happy ending o di una risoluzione netta?

Sì, è una scelta difficile, perché come lettori siamo educati a cercare una chiusura che rassicura: il colpevole, la punizione, la morale. Ma il noir, quando è onesto, non consola. Lascia un residuo. E a me interessava quel residuo: la parte che resta in gola quando capisci che la verità può essere detta, eppure non ripara. Resistere al happy ending, qui, significa non offrire un alibi emotivo. Andrea non “guarisce” e non “salva” nessuno. Fa una scelta e se la porta dietro. In fondo, l’onestà del finale sta nel riconoscere che certe storie si chiudono solo in superficie: sotto, continuano a lavorare.

 In alcune scene descrivi in modo vivido il son cubano e l’atmosfera delle strade di Cuba. Che ruolo gioca la musica nella tua scrittura e come aiuta a definire il tono della narrazione?

La musica, per me, non è decorazione: è tempo. A Cuba, almeno nell’anno in cui è ambientata la storia, i boleros sono un orologio morale, segnano l’ora in cui le cose accadono o in cui è più facile mentire. Il son, con il suo passo lento e ostinato, dà alla prosa un respiro diverso: una frase può stare un secondo in più, come fa una clave prima di chiudere la battuta. E poi la musica è una forma di comunità: in strada si balla anche quando manca altro. Questo contrasta con la solitudine di Andrea e la rende più evidente. In parallelo, a Roma, il suono è un altro: tram, proiettore, voci basse nel cortile. Sono due colonne sonore diverse che portano lo stesso tema: il rumore non dice la verità, ma la accompagna.

Progetti futuri?

Continuo a lavorare su storie dove l’indagine non è solo “chi è stato”, ma “che cosa abbiamo scelto di non vedere”. Mi interessa il noir quando diventa lente sociale e psicologica, senza trasformarsi in tesi. Parallelamente porto avanti progetti di narrativa civile, dove la memoria e il corpo delle vittime non siano pretesto, ma presenza. E resto vicino al cinema: perché, alla fine, il mio modo di scrivere nasce sempre da lì, dal montaggio e dall’ombra.

Vuoi aggiungere qualcosa prima di salutarci?

Solo una cosa: “Bocca chiusa” non è un invito a tacere. È un invito a capire quando stiamo tacendo e per chi. Il silenzio è un gesto, quindi ha un peso. E spesso pesa più delle parole che diciamo “per dovere”. Se il libro lascia qualcosa, spero sia questo: l’attenzione ai dettagli minimi — una suola, un nodo, una moneta — perché è lì che la verità, a volte, fa meno rumore e fa più male. 

Grazie per essere passato al Thriller Café.