Il Thriller Café oggi serve mojitos e vi presenta “Bocca chiusa – Omicidio a Cuba“, un romanzo di Stefano Iachetti che dalla Roma degli anni settanta ci porterà all’isola dei Caraibi dei primi duemila.
La storia inizia nella capitale nel 1975, con il ritrovamento di un cadavere in uno dei tanti anonimi appartamenti delle città. La vittima è una ragazza: al collo un sottilissimo filo, e una moneta da cinque lire poggiata sul pube. Clamore nel palazzo, voci incontrollate, ma le indagini non portano a granché. Il giovane Andrea, protagonista del romanzo, all’epoca è un ragazzo timido e solitario che vive dei suoi appunti da studente e poco altro. Che ha imparato a tacere e andare avanti.
Anni dopo, nel 2002, lo ritroviamo che giunge a Cuba accompagnato da un taccuino e una regola appresa tanto tempo prima: tre cose, sempre le stesse — ora, luogo, luce. La sua vita all’Avana si dipana ogni giorno come quello prima, in una sorta di gioco del trova le differenze. Pochissime variazioni fino a che un giorno su un quotidiano legge di una giovane trovata morta. I dettagli sul corpo riaprono la vecchia ferita: un filo da pesca al collo e una moneta posata sul corpo. Da lì parte la sua ricerca personale a caccia di risposte.
Questa, senza anticipare troppo, è la storia che narra “Bocca chiusa“, un giallo d’autore che sposta il fuoco dal “chi è stato?” al come si costruisce una verità: indizi minimi, parola misurata, un’indagine che tiene insieme due tempi e due rive senza promettere soluzioni facili. Nel metodo di Andrea — rigore, sottrazione, nessun clamore — il lettore troverà la chiave: osservare il mondo come una scena da imprimere con luce radente, lasciando che siano i segni a parlare. E scoprire che, nelle storie, qualcuno paga sempre, anche — e talvolta soprattutto — chi non entra nell’anagrafe ufficiale della colpa.
Se questa breve presentazione ha destato in voi curiosità nel saperne di più sul libro di Iachetti, ecco che proseguiamo con tre domande all’autore e un estratto.
Domande all’autore
Com’è nato questo libro?
Da due scintille che si sono incontrate a distanza di anni: un appunto giovanile sulla “regola delle tre cose” (ora, luogo, luce) e un taccuino di viaggio cubano pieno di suoni, odori, piccoli segni. Mi interessava meno “scoprire l’assassino” e più capire come nasce una versione dei fatti: chi parla, chi tace, cosa resta fuori dall’inquadratura. Il romanzo è cresciuto così, spostando lo sguardo di un metro e ascoltando cosa cambia quando non nomini qualcosa.
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Tre elementi, credo:
- L’atmosfera sensoriale: la luce che taglia le scene, il rumore dei neon, il salmastro del Malecón—indizi non “spiegati” ma sentiti.
- La doppia elica Roma ’75 / Cuba ’02: due tempi che si rispondono per oggetti e gesti (una moneta, un filo, una Chevy), finché il lettore ricompone il disegno.
- L’onestà del finale: niente enfasi, nessuna soluzione “miracolosa”; piuttosto un’assunzione di responsabilità che ribalta l’idea stessa di colpevole.
Perché il titolo “Bocca chiusa“?
Perché è insieme un metodo e un tema. “Bocca chiusa” è l’etica dello sguardo di Andrea: osservare, annotare, non aggiungere rumore. Ma è anche la pressione sociale del non detto—le versioni che si consolidano per omissione, le parole che mancano proprio quando servirebbero. Nel romanzo il silenzio non è vuoto: è una forza che orienta la verità.
Estratto
La notte odorava di zucchero cotto e sale. Nel patio dietro una bottega di strumenti avevano tirato un cavo tra due chiodi e appeso una lampadina a filo. Tremava già da sola. Quattro sedie, un tavolo con TuKola e Malta tiepide, un vassoio coperto. Un ragazzo provava il tres con tre accordi corti; un altro picchiettava claves, poi bongó. Due donne ballavano in strada per scherzo, anca e spalle; due signore col sigaro serrato tra le labbra guardavano dal balcone come fosse un rosario. Andrea rimase in piedi, non parlò. Bevve un dito di ron tiepido: imbevibile dopo due sorsi. La luz fece un colpo, restò. Arrivò un vecchio col cappello. Qualcuno disse Compay senza presentazioni. Mise la mano sulla spalla al ragazzo del tres, si schiarì la voce: «Uno, dos…» La tromba provò una nota lunga e non decise se salire o scendere. Poi entrò il son: basso di legno, maracas, claves a tenere il conto. Dei bambini giocavano con niente: una lattina era la palla, due infradito segnavano la porta. Compay sorrise tra una strofa e l’altra. «Las canciones recuerdan mejor que la gente,» disse piano nel microfono che gracchiò. Le canzoni ricordano meglio della gente. Andrea annuí senza farsi vedere. La lampadina tremò sul ritornello. Qualcuno batté le claves fuori tempo, poi rientrò. Il patio si strinse, caldo di schiene e fumo lento. Una coppia ballò stretta e si fermò a ridere. Andrea tenne il quaderno sotto il braccio. Non scrisse. Guardò le mani: sul bordo della porta una mezzaluna di calcare segnavano i passaggi. Il son tornò al giusto ritmo, Compay alzò appena il cappello. Quando la luz fece un altro capriccio, la tromba rimase appesa un secondo al buio e poi atterrò. Andrea ascoltò fino alla fine. Non disse nomi. Non fece domande. Uscì nel vicolo con la musica addosso. Dal Malecón arrivava vento con spruzzi piccoli.
Bocca chiusa.
Stefano Iachetti
Stefano Iachetti è un autore, fotografo e operatore culturale con sede a Roma. Per oltre quarant’anni ha lavorato nel campo della comunicazione, del cinema e degli archivi audiovisivi presso la Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC). Come scrittore ha pubblicato numerose opere di saggistica e narrativa per editori quali Electa Mondadori, Edizioni Sabinae, Edizioni Il Foglio, Edizioni Akkuaria, Scalpendi Editore. Bocca chiusa è il suo primo giallo.

