Intervista a Giuseppe Tecce

Intervista a Giuseppe Tecce

Redazione
Protocollato il 26 Luglio 2026 da Redazione
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Dopo aver presentato alcuni giorni fa il suo romanzo “Sette e Quarantacinque“, pubblichiamo oggi un’intervista allo scrittore irpino Giuseppe Tecce, che ci ha raccontato qualcosa di sé, del libro, e dei progetti futuri.

Trovate la chiacchierata qui a seguire.

[Thriller Café]: Ciao Giuseppe, benvenuto al Thriller Café. Prima domanda semplice: chi è Giuseppe Tecce nella vita e come scrittore?

[Giuseppe Tecce]: Giuseppe Tecce ha sostanzialmente due vite. La prima è quella di più vecchia data, cioè quella da cooperatore sociale. Mi sono occupato di attività sociali sin dal lontano 1999, e sono stato Presidente di diverse Cooperative Sociali, nonché di un Consorzio regionale, in Campania, che per tanti anni ha funzionato come acceleratore di imprese. Ecco, questo è il Giuseppe più classico, quello che combatte le battaglie sociali da tanti anni e chi gli ha dato, almeno fino ad ora, l’etichetta piu riconoscibile. Accanto a questo Giuseppe, però, ne convive un altro, che, in realtà, è stato sempre li, su un piano diverso, e che è venuto fuori pian piano, con il passare del tempo. Si tratta del Giuseppe scrittore, quello dedito alla stesura di poesia e narrativa, sin dai tempi del liceo. Si anche poeta, perché mi capitò, negli anni novanta, di pubblicare anche due raccolte di poesie, prima di dedicarmi con maggiore assiduità e con maggiore fortuna alla narrativa. Ecco, questi sono i due Giuseppe Tecce, che convivono, come due anime, all’interno di un corpo unico.

[TC]: Mimì Gagliardi è un antieroe affascinante proprio per le sue imperfezioni: burbero, disordinato e tormentato dal senso di colpa. Hai dichiarato che “esisteva già nella tua testa da tempo”. Qual è stata la scintilla, l’evento o l’intuizione che ti ha fatto capire che il caso di Monia era esattamente la storia in cui dovevi “lasciarlo andare”?

[GT]: Mimì Gagliardi esisteva nella mia mente, perché sono stato sempre affascinato dal mondo del giornalismo, e perché, nelle sue abitudini, ricalca il modo di fare sciatto e apparentemente superficiale del popolo irpino, che, invece, nasconde un’intelligenza al fuori del normale. E Mimì Gagliardi, rappresenta, almeno nel mio immaginario, la somma delle virtù e dei difetti di un intero popolo, che, sicuramente, si vedrà ben rappresentato in questo personaggio. Poi anche Mimì Gagliardi è cresciuto, ed è diventato maturo, e allo stesso modo del buon vino di queste terre, anche lui ha avuto l’esigenza di uscire dalla botte che lo aveva affinato, per offrire al mondo intero i suoi aromi e suoi sentori. Mimì è diventato così un eroe al contrario: un uomo che non lascia il suo territorio nonostante le difficoltà oggettive, un uomo che si dà da fare per migliorarlo, o quantomeno per farne emergere le verità nascoste, che, a volte, sono scomode. Monia è stata solo la scusa perfetta per farlo venire al mondo al momento giusto.

[TC]: L’orologio fermo sulle 7:45 dà il titolo al romanzo ed è il dettaglio che innesca l’indagine. Quanto è importante il concetto di “tempo fermo” o “sospeso” in una terra come l’Irpinia, che sembra custodire caparbiamente le cicatrici del proprio passato?

[GT]: La storia origina, così come il titolo, proprio da un orologio fermo sulle 7:45. Un orologio, che per prestigio e per concezione, non dovrebbe fermarsi mai. Eppure, si è fermato, incarnando, quasi, una esigenza sostanziale dei luoghi, che vivono da sempre in una sorta di sospensione temporale, tra un passato glorioso e un futuro che stenta a decollare. Vedi, in queste terre passava la Via Appia Antica, la prima via di comunicazione in senso moderno, costruita dall’uomo. Quella via è stata, per tanto tempo, il viatico di ricchezza e di modernità, che, dal centro dell’impero, attraverso di essa arrivava fino a luoghi più remoti dell’impero stesso. Poi arrivò Traiano, che cambiò il percorso della Via Appia, che da Benevento, andando verso Brindisi, diminuì di diversi giorni il tempo di percorrenza. Quel tratto di Via Appia che attraversava l’alta Irpinia diventò obsoleta e da quel momento cominciò un isolamento che perdura ancora oggi. Un po’ di tempo fa scrissi un articolo per un giornale che si intitolava “Dal Grano all’algoritmo”, proprio per sottolineare come in queste terre fosse mancata la fase intermedia dell’industrializzazione, e come si fosse passati da una economia di tipo contadino, ad una di tipo digitale attraverso l’uso delle intelligenze artificiali. L’Irpinia, per questi motivi, non porta le cicatrici del passato, ma è essa stessa il passato, cristallizzato in un’epoca moderna, che non sa ancora bene in che modo muoversi e dove andare a parare.

[TC]: Nell’estratto che abbiamo letto, i sogni di Mimì sono vere e proprie torture psicologiche in cui Lucrezia gli ricorda che “è troppo tardi”. In che modo questo senso di colpa paralizzante per il passato si trasforma nel motore che lo spinge a cercare la verità nel presente?

I traumi del passato, spesso, sono le cicatrici che ci fanno ricordare che la vita è movimento, e che non bisogna essere bloccati in eterno nei propri traumi, e che se ciò accade, prima o poi finiremo per essere sopraffatti dagli stessi. Mimì questo lo sa bene, così come sa che i traumi del suo passato possono essere lo stimolo per fare sempre meglio e per evitare che certe situazioni possano ripetersi. Mimì non si lascia sopraffare dalla paura. E’ un uomo coraggioso, un cinquantenne che ha conosciuto la morte e attraverso di essa ha capito meglio anche il senso della vita, e per questo sa che deve far leva sulle proprie paure per migliorare se stesso e la società che lo circonda.

[TC]: Hai descritto l’Alta Irpinia – tra Gesualdo, Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi – come un territorio non innocente, segnato dal sangue del principe uxoricida e dalle ferite del terremoto dell’Ottanta. In che modo, concretamente, la conformazione e i silenzi di questi luoghi ostacolano o favoriscono l’indagine di Mimì?

[GT]: Hai colto bene l’essenza di questa terra, che da una parte ti affascina con una natura bellissima, visivamente impeccabile, ma dall’altra ti trascina dentro a dei meccanismi così violenti ed inaspettati, che, se non sai gestirli bene, rischi di esserne stritolato. La gente da queste parti è schietta e genuina, ma questo non vuol dire necessariamente che sia buona o che sappia realmente dove stia il male o dove stia il bene. Spesso le persone agiscono per tornaconti personali e più è aspro e duro il territorio, più le persone diventano simili ad esso. I contadini, gli allevatori, sono da sempre avvezzi ad avere a che fare con la morte e con quella parte dura della natura, che non appare nelle cartoline, ma che può renderti difficile la vita e ostacolarti a tal punto da farti arrivare a odiarla. La conformazione montuosa del territorio è sicuramente elemento che ha forgiato il carattere delle sue genti, rendendoli più chiusi e meno avvezzi alle novità, o anche semplicemente al confronto con lo straniero. Le idee stesse, da queste parti, circolano con lentezza, come se fossero portate a dorso di mulo. Questo territorio e questo modo di fare delle persone, spesso, ostacolano le indagini di Mimì, che non solo si trova a combattere contro il male, ma anche contro l’ignoranza delle persone e le aspre difficoltà del territorio.

[TC]: Sostieni di aver scelto il noir perché “non mente, non abbellisce, ma guarda in faccia” le dinamiche provinciali. Quali sono i vizi, le ipocrisie o le ombre della società di provincia che volevi assolutamente smascherare con “Sette e Quarantacinque“?

[GT]: Credo che il noir sia la forma perfetta per parlare, non solo di un fatto di cronaca nera, ma anche per mettere l’accento su tutto ciò che accade intorno, che in un posto di provincia, è rappresentato da quel territorio, che, sottolineo ancora, è visivamente bellissimo, ma anche duro da vivere. I vizi e le ipocrisie che sono venute fuori, altro non sono se non i vizi e le ipocrisie del popolo italiano in generale, a volte accentuate, a volte smussate dalle peculiarità del territorio. Ovunque, l’essere umano mantiene intatta la sua bramosia di potere, che si può declinare in tante forme diverse: il potere economico, quello politico, ma anche semplicemente il potere di controllare e predominare su altre persone. E allora anche questa provincia, in apparenza innocente, viene fuori con tutti i suoi colori più accesi, che non necessariamente vengono smascherati, ma a volte vengono semplicemente raccontati come si può raccontare una cosa semplice che sta lì da sempre e che va presa per quello che è.

[TC]: Hai promesso un libro profondamente onesto, privo di eroi senza macchia e di lieto fine confezionato. In un mercato editoriale che spesso richiede rassicurazioni e chiusure perfette, quanto è stato difficile mantenere questa coerenza narrativa e lasciare intatte le ombre del racconto?

[GT]: In verità non ho avuto grandi difficoltà, perché, almeno nel mio immaginario, la conclusione dell’opera è la conclusione migliore che si potesse avere. Diciamo che non c’è stato un grosso ragionamento dietro a quest’aspetto, ma piuttosto mi sono lasciato trascinare dai luoghi, dalla storia e dai personaggi, andando verso quella che mi sembrava la conclusione più logica. Sono contento che i lettori non la pensino allo stesso modo, perché ho avuto tanti feedback da parte loro, che invece, quel tipo di finale non se lo aspettavano proprio. Ma, che vuoi farci, Mimì è fatto così, burbero e disordinato e le cose lineari proprio non gli piacciono.

[TC]: Nella tua vita professionale sei Presidente di una cooperativa sociale e ti occupi di persone non autosufficienti, affrontando quotidianamente le fragilità umane. Quanto di questa tua sensibilità ed esperienza sul campo confluisce nel modo in cui descrivi i traumi e le miserie dei tuoi personaggi?

[GT]: Credo che la palestra formativa più grande della mia vita sia stato proprio il mio lavoro, che seguo sempre con costanza e passione. Io mi ritengo un fortunato, perché faccio due lavori che mi piacciono da morire e che ho scelto con forza e nei quali mi sono imposto con le mie doti di costanza e caparbietà. Avere il contatto diretto con le sofferenze, con le fragilità, mi ha aiutato tantissimo a capire il vero senso della vita, a comprendere che, in fondo, siamo tutti collegati tra di noi e che la nostra stessa sopravvivenza, molto spesso, dipende dall’intervento di altre persone, che devono e possono prendersi cura di noi. Credo che, anche involontariamente, molti personaggi tratteggiati nei miei libri, hanno queste caratteristiche “umane” che li rendono quasi degli eroi ante litteram e fuori dal tempo.

[TC]: Mimì torna a Gesualdo dopo aver vissuto a Milano. Qual è il conflitto principale che affronta nel riadattarsi ai ritmi e ai silenzi del suo paese natale, rispetto alla frenesia e all’anonimato della grande città?

[GT]: Mimì torna a Gesualdo da uomo maturo. E’ consapevole di quello che fa, e sa bene che ha vissuto una parentesi della sua vita fuori dal suo habitat. Tornare a Gesualdo significa tornare a casa, e come ogni abitante della propria casa, anche Mimì ne conosce bene difetti e pregi. Ma lo fa da uomo adulto, da persona consapevole, e, soprattutto, lo fa conscio che, da uomo di mezza età, sta tornando in quella che è casa sua, dove vorrà restare per l’eternità, almeno per quanto riguarda le sue spoglie mortali.

[TC]: Vista la propensione naturale di Mimì a trovare i guai da solo, e considerando il tuo profondo legame narrativo con le leggende e le strade dell’Alta Irpinia, credi che lo vedremo affrontare nuove indagini in futuro, o la sua parentesi si chiude con “Sette e Quarantacinque“?

[GT]: Ma è scontato che l’ultima pagina del libro è un arrivederci e non un addio. Può un lettore distaccarsi da un personaggio del genere, che ti entra nel sangue, dopo il primo caso? Ma dai. E’ scontato che ci rivedremo. Le indagini di questo giornalista nascono con l’intento di farne almeno una trilogia. Dico almeno, perché l’editore non esclude che possiamo andare anche avanti ad oltranza. Intanto sto già lavorando sul secondo intrigatissimo caso, ambientato sempre in Alta Irpinia. Questo lo possiamo svelare: tutti i libri di Mimì Gagliardi saranno ambientati in Irpinia. Co protagonista, insieme a lui, saranno la natura, i vigneti, l’ottimo vino e il buon cibo. Non mancheranno mai le belle donne irpine, dal carattere forte, e, soprattutto, non mancheranno mai i colpi di scena.

[TC]: Grazie per essere stato ospite al Thriller Café. Alla prossima!