Oggi la serranda del Thriller Café si alza in Irpinia per presentare “Sette e Quarantacinque“, un noir civile e profondamente atmosferico scritto da Giuseppe Tecce e pubblicato da Graus Edizioni.
Al centro di questa storia lontana dalle luci metropolitane troviamo Mimì Gagliardi, un giornalista di cronaca che ha fatto ritorno da Milano alla sua terra d’origine, Gesualdo. Burbero, disordinato, fumatore autolesionista, Mimì si trascina addosso il peso di un trauma mai rimarginato. Le sue notti sono un inferno popolato dal fantasma di Lucrezia, una ragazza assassinata nel passato che torna nei suoi sogni a bussare a una porta, ricordandogli un senso di colpa straziante.
È proprio nel mezzo di questo abisso personale che l’istinto mai domo del cronista viene bruscamente risvegliato. Una donna affascinante e misteriosa di nome Monia viene trovata morta in quello che le apparenze vorrebbero archiviare come un tragico incidente stradale. Ma gli occhi di Mimì, allenati a scorgere la polvere sotto i tappeti del perbenismo, notano subito le stonature. La scena del ritrovamento è troppo pulita, il corpo della vittima è innaturalmente composto e i segni dell’impatto sono troppo scarsi per risultare credibili. E poi c’è quel dettaglio: un orologio fermo esattamente sulle 7:45. Quell’ora immobile diventa l’ossessione del protagonista e la crepa attraverso la quale iniziano a spurgare segreti da tempo sepolti e relazioni inconfessabili.
“Sette e Quarantacinque” è un noir che conduce il lettore in un territorio ancestrale, tanto magnifico quanto spietato custode di ombre e tragedie. Se siete pronti a sfidare i segreti dell’Irpinia e a guardare in faccia i fantasmi di Mimì proseguite nell’approfondimento con tre domande all’autore e un breve estratto.
Tre domande all’autore
Com’è nato questo libro?
Io scrivo di questo territorio da sempre, ho girato l’Alta Irpinia in bicicletta, ho raccontato i borghi abbandonati, le strade, le leggende che sopravvivono di generazione in generazione. Ma a un certo punto ho sentito che queste storie meritavano un contenitore diverso, più oscuro, più teso, capace di reggere il peso di certe dinamiche che esistono davvero in provincia e che raramente vengono raccontate. Il noir mi sembrava il genere giusto proprio per questo: non mente, non abbellisce, ma le guarda in faccia.
E poi c’era Mimì. Mimì Gagliardi esisteva già nella mia testa da tempo, prima ancora che io sapessi cosa gli sarebbe capitato. Un giornalista che torna a casa dopo anni a Milano, con una ferita che non si è mai del tutto rimarginata e un istinto che non sa stare zitto. L’ho messo su quella strada provinciale e l’ho lasciato andare. Ha trovato i guai da solo, come fanno sempre le persone come lui.
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Credo il fatto che sia profondamente onesto. Non ci sono eroi senza macchia, non c’è una giustizia perfetta che alla fine sistema tutto, non c’è un lieto fine confezionato per far stare tranquillo il lettore. C’è Mimì con i suoi difetti enormi: le sigarette, il carattere impossibile, quella ferita del passato che riemerge nei momenti peggiori. È un uomo complicato, a volte insopportabile, eppure alla fine ti ritrovi a fare il tifo per lui senza nemmeno accorgertene.
E poi c’è il territorio. Ho lavorato molto perché l’Irpinia non fosse un semplice sfondo, una cartolina pittoresca dietro ai personaggi. In questo libro il paesaggio entra dentro la storia, la condiziona, quasi la determina. Le strade, i boschi, il silenzio dei paesi, tutto questo non è decorazione, è parte dell’indagine stessa. Chi conosce l’Irpinia si riconoscerà in ogni pagina. Chi non la conosce, spero, avrà voglia di scoprirla.
La storia è ambientata in Alta Irpinia tra Gesualdo, Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi. Come mai hai scelto di scrivere questa storia in questi luoghi?
Perché sono i luoghi che conosco meglio e che amo di più e forse anche quelli che mi interrogano di più.
L’Alta Irpinia ha qualcosa di ancestrale che non riesco a trovare altrove. I silenzi, le strade che si perdono tra le colline, i paesi aggrappati alla pietra come se temessero di scivolare a valle. È una terra che custodisce segreti con una naturalezza impressionante e questo, per un noir, è tutto.
Gesualdo poi ha una storia che già di per sé è un romanzo. Carlo Gesualdo, il principe musicista che uccise la moglie adultera. Quel sangue è ancora nell’aria, in qualche modo. Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi portano invece i segni del terremoto dell’ottanta, ferite fisiche e psicologiche che non si sono mai del tutto chiuse. Questi luoghi non sono innocenti e non fingono di esserlo. Erano il teatro perfetto per una storia come questa. Non avrei saputo ambientarla da nessun’altra parte.
Estratto
Il primo risveglio di quella notte, passata tra una veglia e l’altra, fu alle 3:20 del mattino. Un battere incessante al di là della porta del sogno l’aveva costretto a rifugiarsi nella realtà, tanto paca tra le mura della casa della sua infanzia, che poteva sentire il frinire dagli alberi popolosi di grilli e il fruscio di folate passeggere scuotere le fronde dei faggi. Riaddormentarsi fu una prova di perseveranza e l’unico aiuto risiedeva nel pensiero che l’aria s’era rinfrescata.
L’incubo riprese da dove l’aveva interrotto: la ragazza bionda riprese a bussare alla porta instancabilmente. Un sogno ricorrente, la targa elogiativa del suo lavoro e il senso di colpa erano tutto ciò che Mimì aveva portato con sé da Milano a Gesualdo, così Lucrezia avrebbe continuato ad accanirsi sul rostro della porta finché, questa volta in sogno, Mimì non fosse riuscito ad aprirla in tempo.
In quella occasione, lei, con poche parole, gli aveva ricordato che era troppo tardi e l’inevitabile avrebbe continuato a ripetersi ai suoi occhi… “È troppo tardi” e poi lo sparo della pistola da un vicolo cieco alla fine del corridoio: qualcuno le sparava senza che lui riuscisse mai a vederlo in volto. La ragazza a terra perdeva sangue impregnando la moquette, mentre a quella vista, le urla degli altri inquilini lo risvegliarono per la seconda volta quella notte.
Erano le 4:06 e di chiudere nuovamente gli occhi non se ne parlava nemmeno. Il riaddormentarsi s’era fatto l’incubo stesso. “Non è nottata” pensò, mentre cercava di intrattenersi fino al sorgere del sole per non dover ripiombare nell’inferno del suo passato. Prese l’iPad dal comodino, giocò a tetris e quando si fu annoiato passò ai video dei campionati di biliardo; l’ipnotico movimento di bilie d’avorio sul tappeto verde lo tradì e Lucrezia Santini ancora una volta aspettava di essere aperta per dissanguarsi sul pianerottolo. Non c’è controllo nei sogni e a questo Mimì quasi mai partecipava se non come osservatore esterno, che resta escluso e impotente. Ma prima dell’ultimo risveglio aveva sentito la sua volontà aprire la porta e, come di rado era accaduto, Lucrezia disse qualcosa di diverso: “Non è troppo tardi”. Aperti gli occhi poté tirare un sospiro di sollievo nel vedere l’orologio segnare le 7:45.
Giuseppe Tecce
Giuseppe Tecce è nato a Benevento nel 1972; si è laureato in Giurisprudenza, abilitato alla professione di Agente in Attività Finanziaria, e si occupa da molti anni di cooperazione sociale, sia a livello nazionale che internazionale. Attualmente è Presidente della cooperativa sociale Medina, è coordinatore di una Struttura Tutelare per persone non autosufficienti, ed è coordinatore dei soci di Banca Etica per il Sannio, Irpinia e Molise. È autore di diversi libri: “L’agente della Terra di Mezzo“, “Storia di un Presidente che si credeva un topo“, “Il Portiere” e “Ljuba senza scarpe“. Nel 2023 pubblica, con Graus Edizioni, “Tramonti occidentali” e, nel 2024, il successo di cui è coautore: “L’inaffondabile“. A marzo del 2025 pubblica “A mezz’ora da tutto” e a maggio dello stesso anno “Racconti dall’Irpinia“. Dal 2023 è Direttore Artistico del Festival Letterario “Letture dal Bosco“.

