Il rabbino e il commissario. Non desiderare – Michel Bergmann
Ma che bella scoperta questo mr Bergmann! In Germania è molto famoso, avendo spaziato tra sceneggiature, regia e produzione cinematografica, ma da noi è apparso solo grazie allo sforzo encomiabile di Emons, l’editore ultrafamoso per aver sdoganato ovunque l’audiolibro, che da tempo va a caccia di penne tedesche con risultati davvero interessanti. Avevo già adocchiato Andrea Nagele, di cui ho recensito qualche episodio dei suoi gialli ambientati a Grado, ma ora che ho assaggiato la prosa di Michel non solo mi comprerò il primo episodio della serie (“Non uccidere“) ma aspetterò con trepidazione che esca il prossimo, già annunciato nelle ultime righe.
Il trigger dell’interesse che spero di trasmettervi anche solo in parte è la presenza centrale di un personaggio davvero ben riuscito, il rabbino Henry Silberbaum, residente a Francoforte sul Meno, responsabile religioso della locale comunità ebraica liberale, diviso tra le lezioni ai ragazzini e il conforto agli anziani ricoverati in casa di riposo e mille altri vari impegni tra cui suonare il pianoforte, cucinare kosher, nuotare in piscina, dilungarsi in sterili audiotelefonate con la fidanzata che vive a New York e … investigare!
Al rabbino i casi criminali capitano in maniera poco ortodossa: un membro della comunità gliene parla, oppure più semplicemente ne resta vittima, ma Henry ha un fiuto eccezionale, gode della stima di tutti e soprattutto è molto amico di Robert Berking, commissario alla Omicidi, molto meno stiloso di lui (mangia solo bratwurst mentre Henry manteca un guacamole secondo la ricetta originale inca), ma altrettanto tifoso di calcio. I due condividono colloqui esilaranti e cacce all’indizio senza sosta che, se per uno sono mestiere, per l’altro sono esercizi di intelligenza e buone maniere.
Il romanzo è davvero molto originale, sapido, condito di quell’umorismo yiddish che, per una groopie come me di Woody Allen, è un festival di risate intelligenti. Encomiabile poi lo sforzo di illuminarci sul lessico, alternando tra espressioni ormai note a tutti – come il bar mizvah o mazel tov – altri più ricercati (la mezuza che appendono allo stipite all’inizio del volume è un oggettino che anche io ho portato dal mio viaggio in Israele) fino a certi modi di dire intraducibili ma fantastici come il klern, operazione di far chiarezza nei propri pensieri che può essere veicolata da azioni piacevoli come galleggiare sull’acqua.
Due parole sulla trama: un violento miliardario ha sposato in seconde nozze una giovane atleta di nuoto, molto bella, che sparisce ma nessuno vuole sporgere denuncia e questo impedisce che la polizia si metta a cercarla. La fanciulla però è nota ad Henry, perché caritatevolmente si presta ad insegnare acquagym alle vecchiette della casa di riposo, e tutte la reclamano e sono preoccupate per lei. Anche la madre (una vera mama ebraica) sembra disperata ma annichilita davanti al veto dell’oligarca, che se la vuole sbrigare coi metodi suoi. Ed intanto la bella Galina è sparita, ad onta del fatto che dovrà partecipare alle olimpiadi e dovrebbe allenarsi. Un sogno propizio spinge il rabbino nella direzione giusta: che le sia permesso di scendere in vasca anche nelle sue condizioni di ostaggio?
Tra esercizi di logica, cenette per convertire il palato dell’amico, scorrazzate in bici col caschetto di cuoio e colloqui forbiti condotti con aplomb sempiterno anche davanti ai bruti buttafuori della mala sovietica, questo personaggio stupendo ritagliato a metà tra Don Matteo e Dylan Dog arriverà alla soluzione, riuscendo comunque a celebrare matrimoni, insegnare Torah e resistere alle tentazioni della carne… quella che fodera la bella direttrice della casa di riposo.
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