Il canto del lupo – Lorena Cavallini

Il canto del lupo – Lorena Cavallini

Redazione
Protocollato il 8 Dicembre 2025 da Redazione
Redazione ha scritto 911 articoli
Archiviato in: Sponsorizzati

Abbiamo presentato il primo romanzo di Lorena Cavallini, “Lievito madre“, alcuni giorni fa; oggi è la volta del suo secondo libro dal titolo “Il canto del lupo“, in cui ancora una volta è protagonista Viola Bardo, professoressa di Storia e appassionata di indagini investigative.

In questa seconda avventura vediamo Viola trasferitasi in una sperduta baita di montagna, dove il tempo è scandito dai suoni del bosco e dal calore del caminetto. Una vita solitaria e tranquilla, ma non priva di pericoli. Un’ombra silenziosa la osserva dagli alberi, un lupo antico che rievoca leggende di madri disperse, di voci spettrali e di presenze impossibili da ignorare. E mentre i greggi della zona sono sterminati da un’ondata di attacchi, Viola scopre che l’animale che sta facendo strage nella comunità potrebbe essere il filo che intreccia realtà e mito, follia e riscatto. Tra sospetti, indagini e rivelazioni, la donna dovrà affrontare non solo la sfida della natura, ma anche i silenzi dei vicini e soprattutto il vuoto più profondo del proprio cuore.

Il canto del lupo” è un thriller psicologico ma anche una favola nera, dove la natura si fa testimone e protagonista di un segreto capace di scuotere le certezze più salde.

Tre domande all’autrice

Com’è nato questo libro?
È nato dalla curiosità, dalla voglia di approfondire alcuni argomenti permeati di fascino e di mistero come le verità nascoste dietro le antiche leggende o alle paure e alle ansie dettate dalla solitudine. È nato dalla voglia di capire cosa può legare natura e uomo, realtà e immaginazione, pazzia e lucidità.

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Il far uscire allo scoperto le paure ancestrali che appartengono ad ognuno. La ricerca del sottile filo che separa e allo stesso tempo lega i vissuti con le fantasie. Lo scoprire chi dei personaggi abbia l’anima più ferita e dove si staglia il confine tra la vita e la morte.

Perché questo titolo?
Il lupo è legato a ricordi e narrazioni che lo mettono in contrasto e in antitesi con l’uomo. Il suo ululato lo spaventa. Ma questo animale è capace di metterci in contatto con il nostro io più profondo, facendoci scoprire qualcosa di noi che tenevamo nascosto. Il suo “canto”, infatti, quando non è mescolato al branco è unico, diverso da tutti gli altri. Canto e ululato: due facce della stessa medaglia.

Estratto

La primavera in montagna, quell’anno, era esplosa con tutte le sue profumazioni di pino e ciclamini. Viola era uscita sul portico a respirare l’aria balsamica e l’odore di muschio bagnato.
Ancora avvolta nella leggera felpa di cotone indossata sopra il pigiama, assaporava una tazza di caffè bollente che sprigionava aromatiche volute di vapore. Intanto guardava verso il limitare del bosco.
Zoe non si era fermata per la notte come a volte faceva. L’attendeva un impegno con un’azienda tessile brasiliana per organizzare l’origine di un nuovo brand.
Pensava alle ultime parole che si erano dette “Professoressa, qual è la cosa più pericolosa?” Già… Pericoloso poteva essere camminare in montagna senza conoscere il sentiero o senza il giusto equipaggiamento. Pericoloso poteva essere confidare un segreto a qualcuno. Ancor più pericoloso poteva essere custodire un segreto e non poterlo confidare a nessuno.
Mentre ragionava ancora tra sé e sé vide qualcosa muoversi in mezzo alla pineta. Fu l’apparizione di un attimo, un’ombra veloce, un passo silenzioso e uno sguardo attento e guardingo che Viola si sentì addosso. Cercò di scrutare ancora tra gli alberi. Era reale quella sensazione? Aveva immaginato? Forse la conversazione con Zoe alla quale stava ripensando la stava portando inconsciamente all’idea di un pericolo. Rientrò in casa turbata.
Dopo quel primo episodio prese l’abitudine di uscire tutte le mattine sul portico. Inquieta socchiudeva gli occhi per scrutare tra il folto dei tronchi. Ogni volta le sembrava di avvertire un’entità nascosta, come di uno spirito di cui percepiva la presenza ma che non aveva materia. Fu così per parecchi giorni. Lei usciva, scrutava. Si sentiva guardata senza tuttavia vedere. La cosa, pur mettendole soggezione, la incuriosiva. Si sentiva attratta da quella presenza. Era sempre stata affascinata dal mistero, fin da bambina. Amava scoprire cosa nascondessero le più semplici azioni delle persone, le parole apparentemente casuali, gli oggetti a prima vista abbandonati e insignificanti. Un’attrazione, a volte più forte della sua volontà, la spingeva a incidere la corteccia degli eventi per scoprire in che direzione scorresse realmente la loro linfa. Da quando aveva lasciato la città, Viola aveva affinato ancor di più il suo intuito e i suoi sensi. Gli odori della montagna le portavano sensazioni nuove che le penetravano dentro suscitandole emozioni che piano piano aveva imparato a leggere senza esserne impaurita. Percepiva i rumori potenti della montagna e i più lievi fruscii del bosco con la stessa lucidità. Così tutte le mattine, come se si trattasse di un appuntamento fisso con l’ignoto, usciva a scrutare il buio dei pini nella speranza di dare una forma a quel respiro invisibile che sentiva vivo e presente. Conviveva da sempre, come un dono o una maledizione, con una innata curiosità che l’aveva sempre spinta a cercare la verità oltre le apparenze. Non aveva mai creduto alla magia né era tipo da lasciarsi suggestionare da leggende o superstizioni. Eppure, in montagna di storie se ne raccontavano tante, e lei le conservava nella memoria per ritrovarle talvolta negli agitati sogni che spesso la accompagnavano. Erano perlopiù racconti ancestrali, permeati da credenze ataviche e abitati da personaggi suggestivi, talvolta spaventosi. Non tutti gli spiriti della montagna erano benevoli, le era stato detto. Aveva sentito raccontare che da quelle parti si aggirava lo spirito di una ragazza del luogo morta in circostanze misteriose. La ragazza tutte le notti percorreva il sentiero che costeggiava la baita dove ora abitava Viola e che portava in alto, sulla cresta che vi si stagliava di fronte. Arrivata in cima intonava un canto, tutte le notti uguali, simile a una ninna nanna. Si diceva che avesse dato alla luce un bambino ma che le fosse stato portato via perché troppo giovane e ritenuta incapace di accudirlo. Divorata dal dolore tutte le notti prese allora a salire sul punto più alto della montagna così che la sua voce potesse arrivare in ogni punto della vallata e il bambino si potesse addormentare cullato dalla voce della mamma. Una notte gli abitanti del paese sentirono la ragazza lanciare un grido acutissimo prima di lanciarsi nel vuoto. La gente era convinta che, liberatasi del suo corpo, come spirito si sentisse più libera di cercare il figlioletto.
Viola pensava che questa fosse una storia molto triste ma anche molto bella ma, appunto, solo una storia. Tuttavia, la presenza che avvertiva ogni giorno proprio ai piedi della vetta dove si narrava si fosse suicidata la ragazza, le aveva insinuato una leggera inquietudine.
Un giorno, alle prime luci dell’alba, decise di inoltrarsi nel bosco. Doveva capire se le sue erano solo suggestioni o se c’era un pericolo reale. E in questo caso voleva scoprire chi la stesse controllando così assiduamente.
Albeggiava appena. L’orizzonte si era vestito di sfumati vapori rosati e i contorni delle cose erano ancora sagome scure. “O adesso mai più!” si disse. Per sentirsi più protetta raccolse i capelli che nascose sotto un berretto, come se celare la sua natura femminile la rendesse meno vulnerabile.
Indossò giacca e pantaloni pesanti e scuri. Appese al collo il binocolo e infilò i pugni in tasca con i quali strinse nervosamente un piccolo coltello a serramanico. Di sicuro non sarebbe stato uno spettro, pensò, quello che avrebbe incontrato.
Respirò profondamente per infondersi coraggio e partì. Si era abituata a camminare con passo veloce ma anche leggero. Giunta al limite della pineta fece scattare la molla del coltellino per estrarre la lama e piano piano si spinse al suo interno. Gli scarponi affondavano nel sottobosco soffice senza produrre alcun rumore. D’un tratto, inavvertitamente, calpestò dei ramoscelli secchi che crepitarono. Si bloccò. Rimase immobile per alcuni attimi fintanto che il sangue non smise di pulsare furiosamente nella cavità cardiaca. Tese l’orecchio per captare se qualcosa si muovesse intorno a lei.
Niente.
Tutto appariva tranquillo e silenzioso come prima. Stava per riprendere il passo quando le sembrò di sentire un respiro, un ansimare ritmato ma lieve. Si girò adagio, appoggiando lentamente il piede che era rimasto sospeso ed estraendo piano l’arma dalla tasca. Rimanendo immobile incurvò la schiena per spiare nella penombra quella che le si mostrò come una grande macchia scura, seminascosta dai tronchi nudi degli alberi. Concentrò lo sguardo su quel punto.
E finalmente lo vide.
Un lupo.
La presenza eterea si era manifestata in un animale bellissimo e maestoso.
La fissò per un attimo, poi la bestia si volse e sparì.

Lorena Cavallini

Lorena Cavallini nasce nel 1966 in un piccolo paese della provincia di Padova, in quella porzione di Pianura Padana adagiata tra i Colli Euganei e il Mar Mediterraneo. Insegna nella scuola primaria per scelta e per passione. Coltiva da sempre la passione per la scrittura e “Il canto del lupo”, edito Albatros il Filo, è il suo secondo libro, al quale ha dato la connotazione di un giallo psicologico. Per Abrabooks ha pubblicato anche il thriller “Lievito Madre”.
Se potesse essere qualcun altro, sceglierebbe di essere Jessica Fletcher!