Lievito madre – Lorena Cavallini

Lievito madre – Lorena Cavallini

Redazione
Protocollato il 24 Novembre 2025 da Redazione
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Quando i protagonisti di un libro sono… altri libri. Con talmente tanti casi di successo basati su questo impianto, possiamo di certo affermare che la formula funziona. E oggi vi presentiamo a tal proposito “Lievito madre” di Lorena Cavallini: un romanzo che proprio nel mondo sommerso, misterioso e affascinante che si rivela dietro ai libri antichi ha il proprio filo conduttore.

Partiamo come sempre dalla trama, ambientata in una città del Veneto, tra un variegato paesaggio che abbraccia campagna, mare e collina. Qui tutto comincia con il ritrovamento del cadavere del bidello nella biblioteca scolastica.
Cinque ragazzi di un liceo, al loro quinto anno di scuola, diventano loro malgrado i protagonisti della vicenda. Ad accompagnarli un team di docenti, tra cui spicca la figura di Viola Bardo, professoressa di Storia e appassionata di indagini investigative, ma anche due personaggi enigmatici. Il primo è un monaco benedettino di un’abbazia in cui si restaurano libri antichi e si producono vino, balsami e tisane. La sua comparsa condurrà il romanzo dal Veneto a Firenze, città in cui i protagonisti saranno coinvolti in un mondo di traffici in cui la posta in gioco è molto alta. E quindi una misteriosa venditrice celtica che farà volare la storia fino ad attirala in Irlanda, terra permeata da antiche leggende. Le indagini torneranno infine nel luogo da cui erano partite grazie a un inconsueto preside.
“Lievito madre” è un giallo che ci porta alla scoperta dell’arte degli amanuensi, tra antichi ricettari
rubati, Vangeli scomparsi, erbe officinali, avidità umana e aste antiquarie.

Senza svelarvi oltre cosa accadrà, vi invitiamo ad approfondire questo romanzo proseguendo con le nostre tre domande all’autrice e un breve estratto.

Tre domande all’autrice

Com’è nato questo libro?
E’ nato un po’ per caso, soprattutto dalla mia passione per i gialli sia letterari che televisivi.
Ho sempre ammirato i protagonisti che, a vario titolo, risolvono misteri, penetrando con arguzia in particolari e dettagli che sfuggono ai più. Questo libro ha voluto essere una sfida e nello stesso tempo un riscatto.
Una sfida, perché volevo scrivere anche per un pubblico under 18 e per chi, a tutte le età, d’estate si rilassa leggendo un libro.
Riscatto, per tutti quei giovani e giovanissimi sottoposti da noi adulti al gusto dell’orrido, del perverso, dell’efferato. In una parola del “cattivo gusto”, che li offusca e li disorienta. Mi sono chiesta: “ Può esistere una letteratura priva di effetti speciali macabri, esasperatamente violenti ed erotici per catturare alla passione per la lettura?

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Ritengo che i personaggi, nelle loro caratteristiche e sfaccettature, possano piacere. Il punto di forza, a mio avviso, sono le descrizioni. La trama è appassionante. La protagonista può essere identificabile in ciascuno di noi.
È un libro che, pur essendo un thriller, può essere letto da tutti.

Perché questo titolo?
“Lievito madre” è l’odore acre e pungente delle pergamene, ma nello stesso tempo dolce ed evocativo di stanze rivestite di libri, fatti di carta e cuoio. E’ l’odore buono del pane. È, soprattutto, un omaggio all’arte degli amanuensi che hanno fatto lievitare la cultura classica attraverso il loro lento, costante lavoro. E’ la consapevolezza che si può crescere e maturare attraverso il libro.

Estratto

Dall’altro lato dell’edificio esisteva un secondo ingresso che dava in un vicolo stretto e ombroso.
Oltre una cancellata arrugginita dal tempo e dalla mancanza di manutenzione, si trovava una massiccia porta in noce, originaria del ‘500, miracolosamente rimasta al suo posto fin dalla costruzione del palazzo. Da qui entravano principalmente studenti e professori che abitavano nella zona nord della città e che volevano evitare il traffico dell’ora di punta. Da uno stretto corridoio, passando per lo stanzino dei bidelli e il deposito, ci si poteva immettere facilmente nel corridoio della biblioteca e da lì raggiungere in velocità la 5^C. Non a caso questa era la via d’accesso preferita dai ritardatari cronici, come il Briga.
Anche quella mattina era arrivato sul filo di lana. Attraversò di corsa la cancellata, salì in un sol balzo i due gradini, spinse la porta e si lanciò all’interno con veemenza. La capocciata fu terribile.
Aveva urtato contro il casco di uno che probabilmente era in ritardo tanto e forse più di lui, visto che non aveva ancora avuto il tempo di togliersi quell’affare contundente dalla testa.
Appena l’attentatore si fu sfilato il casco, anch’egli dolorante e tramortito dall’impeto di quell’ottantina di muscoli compatti, lo stupore fu tale che entrambi rimasero per un attimo senza parole.

Marco! Ma che ci fai qui?

La Matiz, quel catorcio, stamattina non ne ha voluto sapere di partire e mi ha lasciato a piedi. Ho fatto salire mia sorella in autobus e ho preso la sua moto.

Quella?- e indicò una Special rosso fiamma incatenata alla ringhiera – Chiamarla moto mi sembra un eufemismo. E si sganasciò a trentadue denti.

Guarda che non c’è niente da ridere. Il suo moroso l’ha lavorata con i fiocchi e ti assicuro che è una bomba. E adesso muoviti, che siamo in un ritardo fotonico!
Lo disse tagliando corto, in realtà si trattenne dall’impulso di mollargli un cazzotto. Vuoi per la botta che aveva preso, vuoi per il sogghigno, vuoi perché lui non era abituato ad arrivare tardi, fatto sta che quella mattinata era cominciata davvero male, era di umore nero pece e lui non c’era abituato.
Scivolarono nel piccolo corridoio ed arrivarono a quello principale, ormai semivuoto perché la maggior parte dei ragazzi era già entrata in aula. Qualche professore si aggirava controllando l’orario provvisorio nella mail del cellulare per sapere in quale porta entrare.
Costeggiarono la parete in fila indiana, telepaticamente si erano convinti che fosse la strategia migliore per non essere notati. A Marco bruciava: ieri aveva marinato e oggi doveva entrare in aula senza potersi sottrarre allo sguardo di tutti.
Sembrava che anche i ritratti alle pareti dei nobili personaggi che avevano dato lustro e nomea alla scuola fossero tutti lì a ricordargli che quella era l’età in cui certe ragazzate non andavano più fatte.
Arrivarono all’ingresso della biblioteca dalla quale non usciva più un profumo dolciastro, ma acre, simile alla fermentazione di un vino di bassa qualità.
Istintivamente si accostarono all’uscio e quello che videro fece loro dimenticare il dove e il quando.
Zoe, impietrita, pallida come un cencio, stava in piedi con lo zaino in una mano, mentre l’altra se l’era portata alla bocca nell’evidente tentativo di soffocare un grido. Poi si accasciò a terra come un’ombra.
Tra il corpo di Zoe e la fotocopiatrice spuntavano due scarpe.
Vinicio era steso a terra, la faccia contratta, le mani irrigidite e l’odore di vino fermentato si era fatto più forte.

Presto, chiama aiuto – urlò Marco, mentre si apprestava a soccorrere l’amica.
Il Briga si diresse immediatamente all’ufficio del Preside. Era forse innata quella capacità riflessiva e deduttiva del padre brigadiere, ma anche lui capì subito che si doveva agire con discrezione: per non creare panico e … per non distruggere le prove…
Quando il professor Tommasi entrò nella biblioteca la scena che gli si presentò fu chiara e per questo agghiacciante.
Vinicio era morto!
Morto?!
Ma quelle non erano cose che si vedevano solo in televisione o al cinema? Quella era una scuola, non era il posto adatto per morire, per diamine!
Era accorsa anche Clorella, che, finalmente, lanciò un urlo potentissimo. Per fortuna coincise con il trillo della campanella d’ inizio lezione e nessuno se ne rese conto.

Oddio oddio oddio! Mentre dalla gola uscivano suoni sempre più confusi e gutturali, gli occhi le si riempirono di lacrime. Poi il suo senso del dovere le fece rivolgere l’attenzione su Zoe: – Tranquilla tesoro, adesso chiamiamo un’ambulanza – e la prese tra le braccia.
Lo sguardo tra la bidella, i ragazzi e il Preside fu loquace.
Anacleto Tommasi chiamò i Carabinieri: – Queste sono cose per quelli come tuo padre – disse rivolto al Briga, mentre componeva il numero. Poi, per essere certo che tutti avessero realmente capito: – Non una parola con nessuno di quello che è successo, per il momento. Capito?

Perché i carabinieri? Non basta l’ambulanza? – chiese ingenuamente Marco all’amico.

C’è un morto Marco! L’ambulanza non gli serve più… – lo freddò il Briga.

E poi, secondo me… – ma non finì la frase.
Spettò a Clorella il compito di bussare a tutte le porte, avvisando che per quel giorno le lezioni dovevano essere sospese e che avrebbero ricevuto indicazioni successive.
La voce che serpeggiò fu che un’allieva si era sentita male e tutti dedussero che la scuola fosse stata infettata da un virus sconosciuto e pericoloso.
Era pur vero che tutti si aspettavano che quell’anno finisse presto, ma che durasse un giorno e qualche minuto, sembrò davvero eccessivo.
I docenti furono convocati in aula magna. Il Preside desiderava che ognuno avesse una sedia a disposizione, visto l’annuncio che avrebbe dovuto fare.
Un silenzio irreale era calato nella grande sala, resa d’improvviso gelida nonostante la stagione ancora mite.
I carabinieri avevano fatto sfollare la scuola, invitando i docenti a fare altrettanto. Sicuramente avrebbero messo i sigilli alla biblioteca.
Viola Bardo non poteva permettere che questo succedesse prima di aver messo il naso dentro quella stanza.
Erano arrivati i Carabinieri per i rilevamenti accompagnati dal medico legale e da una squadra speciale, la faccenda dunque era seria.
Entrò senza far rumore, quasi scivolando sul pavimento, mentre gli uomini incappucciati e vestiti di bianco perlustravano centimetro per centimetro lo spazio intorno al corpo del bidello, individuando i più piccoli pertugi e anfratti dove potevano essere nascosti chissà quali indizi. Poi un uomo in borghese si avvicinò al povero Vinicio steso a terra e diede una prima, rapida occhiata, annotando qualche appunto su un notes mentre un fotografo scattava ininterrottamente foto da ogni angolazione, come in un set. Ma non c’erano star del cinema. C’era invece un uomo ancora vestito del suo grembiule blu.
Il patologo, senza spostare il corpo, premette sulle macchie violacee che chiazzavano il braccio sul quale si era riverso. Poi tentò di muovergli i muscoli di braccia e gambe. Osservò il volto, le labbra, gli occhi, posò una mano sulla gola.
Viola era come ipnotizzata.

Lorena Cavallini

Lorena Cavallini nasce nel 1966 in un piccolo paese della provincia di Padova, in quella porzione di Pianura Padana adagiata tra i Colli Euganei e il Mar Mediterraneo. Insegna nella scuola primaria per scelta e per passione. Coltiva da sempre la passione per la scrittura e “Lievito Madre”, edito da Abrabooks, è il suo primo racconto thriller. Per Albatros ha pubblicato il thriller psicologico “Il canto del lupo”.

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