Falso – Franz König

Falso – Franz König

Serie: Doc Roversi
Redazione
Protocollato il 14 Settembre 2026 da Redazione
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A distanza di qualche settimana dalla segnalazione di “Branco“, torna al Thriller Café Franz König con il suo Doc Roversi impegnato in una nuova avventura dal titolo “Falso“.  Art-thriller fuori dagli schemi tradizionali, che mescola l’investigazione poliziesca con la storia dei grandi maestri del Novecento, questo romanzo mette in scena un duello d’ingegno tra chi l’arte la protegge e chi ha imparato a manipolarla.

La storia inizia un lunedì mattina con un’anomalia sottile ma inequivocabile per il nucleo di tutela e conservazione del patrimonio artistico: manca il profumo del caffè. L’ispettrice Angelina Carta non si è presentata in ufficio e non ha avvertito nessuno, cosa di certo strana per la sua natura precisa e rigorosa. Il Colonnello Grandi e Doc Roversi capiscono subito che la situazione è grave e danno il via alle ricerche, brancolando inizialmente nel buio dato che l’ispettrice non stava seguendo piste apertamente pericolose.

La verità è che Angelina è stata rapita ed è ora rinchiusa in una stanza blindata che assomiglia a una suite lussuosa ed elegante. Il suo carceriere, che si presenta al citofono con il nome di “Amedeo”, si scusa continuamente per il disagio e cerca di farsi perdonare cucinandole pranzi e cene da ristorante stellato.

Oltre a essere un maniaco, l’uomo è anche un falsario geniale e colto. Per spiegare ad Angelina le ragioni del suo sequestro, comincia a raccontarle una storia affascinante ambientata nella Parigi del 1916, tra le tavole del miglior ristorante della capitale, in compagnia di geni sregolati come Amedeo Modigliani, Maurice Utrillo e la leggendaria musa Kiki di Montparnasse.

La reclusione dell’ispettrice e quell’aneddoto storico su Modigliani sono intrecciati con la creazione di un falso impeccabile, pronto per il mercato globale. L’indagine all’esterno e il bizzarro dialogo in prigionia condurranno la vicenda fino al prestigioso palcoscenico della casa d’aste Sotheby’s, a Parigi. Lì, tra fari puntati e martelletti pronti a battere cifre da capogiro, Angelina e Roversi assisteranno alla vendita di un inganno così perfetto da sfidare la possibilità stessa di essere denunciato.

Questa, in breve, la storia che ci racconta “Falso, un thriller che potrebbe essere la lettura ideale per chi ama le storie d’indagine eleganti e le ambientazioni nel fastoso e sregolato mondo dell’arte. Se volete saperne di più, continuate l’approfondimento con un breve estratto qui a seguire.

Estratto

Angelina Carta scomparve un lunedì mattina della fine di settembre. O meglio, gli amici si accorsero che Angelina era scomparsa quella mattina, per via del caffè. L’ispettrice Carta, addetta al nucleo di tutela e conservazione del patrimonio artistico presso la centrale diretta dal Colonnello Grandi, quella mattina non fece il caffè come era solita, e i colleghi, entrando, non sentirono il solito profumo della caffettiera, come succedeva abitualmente, dato che Angelina entrava in servizio regolarmente mezz’ora prima degli altri, si cambiava, apriva le finestre per migliorare l’aria e metteva sul fuoco la macchinetta da 5 tazzine, spegneva dopo il gorgoglìo fumante e profumato e si sedeva alla scrivania, accendeva il pc e aspettava l’arrivo degli altri, che si mettevano in fila con calma e assonnati e si versavano il caffè. Era un rito. Gradito da tutti e soprattutto da Angelina stessa, che aveva la possibilità in quel modo di entrare nello spogliatoio da sola, usare il bagno, pettinarsi la frangetta nera, senza dover sottostare agli sguardi curiosi e indiscreti dei colleghi. Troppe poche donne in servizio in centrale, per allestire due spogliatoi separati. E Angelina non sopportava i riti collettivi del cambio divisa o del bagno a turno, sempre con i commenti sussurrati o sottintesi e intrisi di maschilismo esibizionista, e non accettava nemmeno quel femminile gocciolante di ipocrisia delle poche donne del gruppo, impegnate a osservarla attentamente per poi chiacchierare fra di loro della sua femminilità, dei suoi fianchi stretti e delle tettine puntute, o della sua incapacità di usare il trucco, o dei suoi vestiti essenziali. Detestava tutto ciò, e lo evitava semplicemente arrivando prima. Era perfettamente conscia che questo suo modo di fare l’avrebbe resa antipatica, e aveva inventato il rito del caffè per compensare il suo individualismo innato o tribale, così maledettamente sardo che ormai anche i gatti la chiamavano “la sardina”. Con tutti i luoghi comuni del caso, che lei conosceva bene, li sentiva sussurrati al telefono “Sono qui con la sardina, tranquilla, non succede niente, torno subito cara, butta la pasta…” o dietro la porta di vetro opaco che chiudeva il suo ufficio “E’ lì dentro… sono fitti come in una scatola di sardine…” o alle riunioni di squadra “Sento odore di sardine…”. Detestava quelle espressioni, le odiava profondamente, le facevano venire mal di pancia, e anche reazioni spinose. E Angelina sapeva che, spinosa, era pericolosa. Rischiava di offendere se andava bene. Se andava male poteva anche produrre di peggio. Era anche abituata ad alzarsi presto, a casa sua, all’alba, con il gallo che si schiariva la voce, sua madre aveva già munto le capre e messo in tavola il latte, il caffè e il pane della settimana prima, da inzuppare fitto nella tazza grande, fino che il cucchiaio non stava dritto da solo. E quando lei si alzava suo padre era già nei campi, anche se la luce del giorno era appena iniziata. E d’inverno il camino era già acceso. Lì, in città, era tutto diverso, uno spreco di energia e di luce, la gente si svegliava quando già il giorno era nato da ore, andava a lavorare con riluttanza, come se lo stipendio fosse un dovere da parte dello stato e la loro presenza al cartellino una gentile concessione. Angelina Carta era scappata dalla vita rurale sarda per fare la poliziotta, non per entrare nella cultura del benessere. E così, da mesi, da quando era stata trasferita al gruppo di tutela e conservazione eccetera, aveva scelto di arrivare prima degli altri. Salutare il piantone del turno di notte, timbrare, passare con calma nello spogliatoio deserto, aprire le finestre del suo ufficio, condiviso con un agente perennemente in malattia, quindi scrivania privilegiata, senza fumo né rumore, poi quel cretino del collega stava benissimo, lo sapevano tutti, cercava solo di diluire gli ultimi anni prima di andare in pensione. Mettere su la caffettiera grande e accendere il pc, leggendo le mail di servizio, mentre la macchinetta cominciava a sbuffare gorgogliando e riempiendo i corridoi di profumo di caffè, in attesa di sentire il rumore dei cucchiaini che mescolavano lo zucchero.
Per questo quella mattina di settembre inoltrato la sua assenza fu subito notata.
Mancava il caffè. Qualcuno disse “Mah… sarà in ferie” altri “Ma no… lei in ferie d’estate non ci va. In missione?”… poi “Missioni in giro non ce n’è… avrà mal di pancia… sai… le donne…” e anche “Quella non è una donna! Ti garantisco… quella ha due…” “Ma lascia perdere te… è stata fortunata! Ci ha azzeccato un paio di volte per merito del suo amico dottore…” “Ma sta zitto… coglione. Fa il caffè piuttosto”!
“Non mi viene buono, chiama la Giovanna dei passaporti che lo sa fare bene” “Sì… giusto. Chiama Giovanna. Angelina tornerà.”
Ma non tornò.
Il Colonnello Grandi la fece chiamare a metà mattina, sorpreso che non ci fosse sulla sua scrivania il rapporto della settimana precedente. Lui non partecipava al rito del caffè mattutino per via della sua lotta interiore con un Helicobacter antipatico, e aveva dovuto rinunciare. Però l’ispettrice Carta era stata sempre puntuale nella consegna dei rapporti e la mancanza dei suoi appunti dattiloscritti sulla scrivania l’aveva sorpreso. Dopo un’estate deludente per i risultati del suo lavoro e una vicenda oscura di ragazzi e festini che esulava dai suoi compiti e che s’era comunque conclusa nella polvere, senza neanche una denuncia, (ma lui non si era interessato), dopo un agosto caldo e demotivato, pareva che l’ispettrice Carta si fosse ripresa d’umore. Era quindi stata incaricata di inserirsi silenziosamente nel mondo dei commercianti d’arte moderna, e seguire i movimenti di alcuni quadri e disegni che lasciavano importanti dubbi sulla loro autenticità. Era un’inchiesta ancora abbozzata, senza delitti né colpevoli da incastrare, si trattava solo di frequentare il gruppo dei galleristi e collezionisti, entrare nel giro, farsi vedere, registrare espressioni dei volti, commenti, conoscere posti, luoghi degli aperitivi, ristoranti, ascoltare voci… nulla di pericoloso. Ma il rapporto era doveroso, e l’ispettrice non trascurava mai gli aspetti formali del lavoro. Al Colonnello Grandi l’ispettrice piaceva. L’aveva voluta nel gruppo pensando che era il momento di ringiovanire i quadri, prevalentemente costituiti da cinquantenni con la pancia e troppe grane familiari. E l’aveva apprezzata per il suo carattere scontroso e irruento ma anche per l’affidabilità e la passione che metteva nelle cose che doveva fare. Aveva cominciato conoscendo Beato Angelico, poi era passata a Caravaggio. Primo Rinascimento e subito Barocco Romano. E lei si era buttata in biblioteca e si stava leggendo tutto quello che trovava sui temi della storia dell’arte. E adesso i movimenti del primo Novecento… un mondo tutto da scoprire, e lei non aveva protestato, era partita sui libri e aveva divorato tutto dagli impressionisti all’informale. Un mondo intero di espressioni artistiche, tutto di sabato e domenica, la sera, perennemente corrucciata, come un adolescente all’esame di maturità. Nessun altro dei suoi collaboratori avrebbe mai rinunciato alla serata davanti alla tv o alla domenica allo stadio. E ovviamente nessuno aveva notato che mancava il rapporto del lunedì mattina. Chiamò l’appuntato di turno.
– Mi fate venire qui l’ispettrice Carta per favore?
– Non è in servizio Colonnello…
– Come… ha mandato un certificato di malattia?
– No… non sembra… non si è presentata stamattina.
– Ah… ma… non sta bene?
– Non saprei Colonnello.
– L’avete cercata?
– Io no, Colonnello.
– Quindi nessuno sa niente… giusto? Ok. La chiamo io. Mi date il suo numero?
– Subito Colonnello…
L’appuntato tornò dopo pochi secondi con un biglietto, salutò e uscì ansioso di poter raccontare ai colleghi che il Colonnello stava cercando la “sardina” al telefono e aveva la faccia incazzata… si prevedeva una scenata storica. Il Colonnello incazzato era mitico. Ma Grandi non era per niente incazzato, solo sorpreso e vagamente preoccupato, come per un presentimento funesto. Fece il numero telefonico e non fu sorpreso quando sentì la voce metallica preregistrata che segnalava che il numero richiesto era irraggiungibile o l’apparecchio era spento. Si agitò nella sedia e decise di aspettare. Qualche ora di ritardo poteva essere dovuta semplicemente a un fatto casuale. Non capiva perché si stava preoccupando. Non si sarebbe mai preoccupato di una cosa del genere per sua moglie, che scompariva a volte anche per un pomeriggio intero per poi raccontare che era stata a trovare un’amica che non vedeva da anni. Che, se invece di un’amica si fosse trattato di un bel ragazzotto… beh… pensava Grandi, alla sua età, certe cose sono tutta salute… anzi, le augurava vivamente di fare spesso pomeriggi da una vecchia amica… che magari poi, la sera, era meno inviperita del solito… la moglie, che da ragazzina era tutta pepe e ammiccamenti, e adesso aveva solo paura di contare le rughe ai lati degli occhi e nel collo, o il tricipite floscio e la cellulite ai fianchi. E lo tormentava con le sue paranoie patofobe e le infatuazioni per la medicina alternativa, ayurvedica, metapsichica, naturista, orientale… e gli impediva di leggere le ultime notizie sul Giornale dell’Arte a casa, davanti a un bicchiere di vino rosso. Povera moglie… pensava Grandi… in pensione da 15 anni per un cavillo legislativo, convinta di aver fatto l’affare del secolo, avendo riscattato gli anni dell’università, lavorato poco e controvoglia in un settore che non era il suo, una figlia che ora se ne era andata a studiare lontano, e lei divenuta fobica e ossessiva non avendo altro a cui pensare. Sì… un ragazzotto muscoloso e mal rasato le farebbe bene… Ma non c’entrava niente con l’assenza dell’ ispettrice. Riprovò a comporre il numero che gli era stato consegnato dall’appuntato e ottenne di nuovo la voce metallica. Si guardò attorno. Era ormai mezzogiorno, fece un giro nel corridoio, salutò i colleghi, sbirciò nell’ufficio dell’ispettrice, aperto e vistosamente vuoto, decise di mangiare qualcosa al bar prima di preoccuparsi davvero. Uscì e fece passare un’ora con un panino scarso e asciutto e una minerale gassata. Poi rientrò, rifece il numero telefonico e ottenne la stessa risposta. E cominciò a preoccuparsi davvero. Aspettò ancora, facendo le ipotesi più verosimili. Un incidente con la macchina, la vecchia Panda, ma avrebbe avuto il riscontro dei verbali subito, era improbabile… poi sapeva che l’ispettrice abitava vicino alla sede e si muoveva quasi solo a piedi. Un dolore… una colica, un attacco di diarrea… ma l’ispettrice avrebbe telefonato, non era il tipo da non venire a lavorare senza avvertire… poi era la ragazza più sana che conosceva, un ritratto della salute, quel fisico così spudoratamente isolano, piccola, energica, scura… non se la vedeva a letto con la febbre. Non riusciva a immaginare una causa plausibile per non arrivare puntuale come al solito prima degli altri senza avvertire.
Prese il telefono e chiamò l’ospedale, si fece passare l’ortopedia.
– Sono il Colonnello Grandi del nucleo…. della polizia… devo parlare con il Dr. Roversi.
– Ah… un attimo… dovrebbe essere agli ambulatori… provo a passarglielo.
Ci furono alcuni rumori di fondo e diversi scatti di passaggio della comunicazione e dopo pochi minuti una voce.
– Un attimo. È qui, glielo passo. Dr. Roversi!!! È richiesto al telefono.
– Eccomi. Sono Roversi.
– Colonnello Grandi del nucleo conservazione.
– Sì certo. Mi dica Colonnello…
– Mi scusi se la disturbo sul lavoro. Le volevo chiedere se ha notizie dell’ispettrice Carta… so che siete amici…
– Angelina? Perché?
– Non si è presentata stamattina in ufficio, e il suo telefono risulta staccato.
– Ah… no, non ho notizie recenti. Non la vedo da un po’… qualche mese…ci sentiamo per telefono… ma … siete preoccupati? Aveva qualche missione pericolosa?
– No. Lo escludo. Era per scrupolo mio. È strano che si assenti senza avvertire.
– Sicuramente. Non è il tipo. Mi dispiace, ma non sono in grado di aiutarvi.
– Capisco. Mi scusi. La lascio lavorare.
– Aspetti… senta, fra poco chiudo il servizio. Se passo dalla centrale, la trovo ancora lì?
– Certo. L’aspetto.
– Ok. Mi ci vorrà un’oretta. Arrivo.
Un’ora dopo era nell’ufficio del Colonnello.
– Mi dispiace averla disturbata mentre lavorava. È che mi sto preoccupando. Non la conosco bene, ma mi pareva una persona affidabile, in genere non mi sbaglio in queste valutazioni. Mi sto preoccupando. Ho rifatto il suo numero telefonico cinque minuti fa ma non risponde. Telefono non raggiungibile o spento. Non è da lei.
– Sì. Non è da lei.
– Sapevo che eravate amici e speravo che lei mi dicesse che non era successo niente, sa… magari quelle combinazioni sfortunate… tipo telefono rotto e male ai piedi… non so. È strano.
– Non è da lei. Non so dove sia purtroppo. Da qualche mese era molto coinvolta nel lavoro, studiava anche la domenica e la notte. Il suo fidanzato è fuori all’estero…
– Ha un fidanzato? Non lo sapevo.
– Sì… Guido… ingegnere biomedico e ricercatore. Attualmente in Siberia per studio sul permafrost che si scioglie.
– Ah… tema complesso…
– Sì. Guido è complesso. Buon ragazzo… ma decisamente complicato. Comunque, l’ho cercata per telefono diverse volte, l’ultima la settimana scorsa. Solo saluti. Non saprei dove può essersi cacciata.
– E questo mi preoccupa. L’ispettrice è una persona trasparente, qui tutti i suoi colleghi ci scherzano… su questa assenza. Sembrano soddisfatti, come se fosse la dimostrazione che anche lei è un essere umano e non un automa a combustibile nucleare. E invece io mi preoccupo.
– Stava seguendo qualche ricerca pericolosa?
– Ma nooo… no! Le avevo dato l’incarico di inserirsi cautamente nel giro dei commercianti d’arte e dei collezionisti, piccole cose, sa… frequentare gallerie, rinfreschi, esposizioni, ritrovi abituali. Un lavoro di mimetica. Frequentare senza farsi notare. Stiamo seguendo un giro di opere di dubbia autenticità, forse falsi, un giro che pare si sviluppi da qui, in città, è roba delicata, difficile, da non agitare tanto. Ma deve farmi rapporto tutte le settimane, il lunedì mattina, perché i gruppetti si riuniscono soprattutto fra sabato e domenica, ma stamattina non c’era nessun rapporto. E anche questo è estremamente strano. Non aveva mai mancato un rapporto.
– E avete guardato se sulla sua scrivania ci sono degli appunti?
– Niente… ma lei li faceva a casa, sul suo pc portatile. Poi la mattina me li stampava e io li trovavo sulla scrivania. E oggi niente.
– Ah…
– Lei sa dove abita… no?
– Certo. Qui vicino. L’ho accompagnata diverse volte, con Guido.
– Viene con me? Andiamo a bussare a casa sua? Al massimo si metterà a ridere per la nostra ansia… che ne dice?
– Andiamo…
Uscirono a piedi, il Colonnello in borghese, giacca con le toppe ai gomiti, stile molto inglese, il Doc il solito giacchetto in pelle, con il colletto tirato su per proteggersi la testa e il collo dal primo vento fresco dopo la stagione afosa padana. Erano ormai le 4 del pomeriggio, le strade erano intasate dal rientro dei bambini dalla scuola a tempo pieno, fecero il tragitto in silenzio, tutti due un poco preoccupati. Per entrare dal portoncino in fondo al condominio il Colonnello suonò tutti i campanelli, gridando al citofono “Consegna !!!” e qualcuno aprì la serratura. Salirono le scale e provarono a suonare all’appartamento dell’ispettrice Carta, poi bussarono.
Dall’interno nessuna risposta. Il Colonnello si girò a guardare il Doc preoccupato.
– A mali estremi… estremi rimedi. Ha per caso una tessera d’iscrizione a qualcosa? … non so… una biblioteca, o la coop… qualsiasi. Non una carta di credito, sono troppo rigide…
– Aspetti… ci guardo.
Tirò fuori dal portafogli una tessera rossa con delle scritte commerciali, che non ricordava più neanche chi gliel’aveva data.
– Questa va bene?
– Perfetta…
Il Colonnello la fece scivolare nella fessura fra i due battenti della porta, si arrestò sulla serratura, la fece oscillare un poco e la spinse di forza, la porta fece un rumore di scatto e si aprì.
– Complimenti…lo fate abitualmente?
– No. Non spesso. Me l’ha insegnato un ladro d’appartamenti. Serratura Yale di 30 anni fa. Va bene qualsiasi foglietto un poco rigido. Lui usava un pezzetto di una radiografia, diceva che era perfetto per questo servizio. Comunque entri prima lei, se per caso l’ispettrice Carta è dentro è meglio che veda una faccia familiare. Non vorrei che le prendesse un colpo.
– Ok.
Entrarono in casa e si girarono attorno. Apparentemente non c’erano segni di effrazione né grande confusione. Il letto era stato rifatto, la cucina era pulita, la macchinetta del caffè da 2 tazzine era ancora sul fornello con un fondo non bevuto, fredda. Non c’era nessuno, ovviamente. Nella camera da letto alcuni cassetti del comò erano semiaperti. Il Colonnello girava silenzioso osservando i particolari e scuotendo la testa.
– Dottor Roversi… cosa ne pensa?
– Che non è rientrata a dormire.
– Secondo lei manca qualcosa?
– Difficile da dire. Ci vorrebbe la padrona di casa. Non c’è confusione. Sicuramente una cosa però. Sul tavolino in camera c’era il pc. Non se ne separava mai. Adesso vedo la stampante e modem, ma il pc non c’è. Per il resto non saprei. Vuole guardare nei cassetti?
– Aveva gioielli e denaro contante?
– No. Gioielli nessuno. Non le piacevano nemmeno. Denaro… boh… forse qualche banconota. Credo li tenesse in cucina nel barattolo con scritto biscotti… i biscotti veri li faceva lei e li teneva in un piattino. Aspetti… qui c’è il barattolo… dentro ci sono due banconote da 50. Come al solito.
– Sono state lasciate lì. Niente furto.
– Guardi il bagno. Mancano spazzolini da denti, c’è un poco di confusione, deve aver messo tutto dentro una valigia. Partita la sera prima… direi.
– Che lei sappia prendeva farmaci?
– Non saprei. Non credo. A parte forse un analgesico per il mal di pancia…
– La pillola?
– Non ne ho idea.
– Nel bagno non c’è assolutamente niente. Neanche un’aspirina. Direi che davvero ha fatto la valigia.
– Già. Però ha lasciato sul tavolo il caricabatterie del telefono. Se intende stare via più di 24 ore… avrà il telefono scarico fra poco.
– Probabile. Però i caricabatterie attuali sono tutti uguali, compatibili. La trova da qualsiasi parte una ricarica. Poco significativo…
– Cosa pensa di fare?
– Non so. Aspetterei fino a domattina, forse, visto che non c’è la certezza che non si sia allontanata spontaneamente. Poi però avvertirei chi di dovere. Non so perché, ma sono preoccupato. Se si fosse allontanata di sua volontà avrebbe chiamato… l’ispettrice Carta non è il tipo che lascia il posto di lavoro così… oppure ho preso un abbaglio mesi fa quando le ho chiesto di entrare nel nucleo…
– Non è quel tipo.
– Lei ha guardato tutto? Le viene in mente qualcosa? Vuole rifare il giro della casa?
– Non mi viene niente. Sembra la casa di una persona che si è alzata la mattina, ha fatto il caffè, ha preparato la valigia e se ne è andata, portandosi dietro il pc e dopo aver messo in borsa il necessario per dormire fuori almeno una notte. Sì… penso che, se domani non ha dato notizie, si può iniziare a chiamare qualcuno… i parenti in Sardegna… anche se avrebbe avvisato per un’ urgenza… Guido, il fidanzato… domani… va bene. Lei torna in ufficio?
– Sì. Voglio controllare la sua scrivania. Lei vuole rimanere qui?
– Non so… mi ha trasmesso l’ansia. Non capisco questa cosa, sono allarmato. Sì… se non le dispiace rimango qualche minuto, voglio rifare il giro di casa per vedere se mi salta all’occhio qualcosa di significativo.
– Bene. Allora ci sentiamo domani. Se scopre qualcosa mi avverta.

L’autore

Franz König è uno pseudonimo. L’autore ha deciso di rimanere in ombra. Ha vissuto in ospedale per oltre quarant’anni e conosce molto bene i sentimenti, le emozioni e le atmosfere della sala operatoria e della corsia. I suoi racconti e il Dr. Roversi (Doc per gli amici) sono frutto di fantasia. Ma tutto quanto scritto nei suoi libri, che non corrisponde al vero, è peraltro assolutamente verosimile. Da molti anni si diverte a disegnare e le immagini proposte qui sono di sua produzione, matita, acquerello e qualche correzione con la grafica computerizzata.

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