Rosso Caravaggio – Franz König

Rosso Caravaggio – Franz König

Serie: Doc Roversi
Redazione
Protocollato il 16 Luglio 2026 da Redazione
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Già ospite sulle nostre pagine in numerose occasioni, torna oggi al Thriller Café Franz König con la nuova avventura del Doc Roversi. Il titolo di questo volume è “Rosso Caravaggio“; ve lo raccontiamo in breve.

La trama si apre su un’asimmetria inconsueta. Abbiamo due delitti brutali, eseguiti all’arma bianca, legati dall’assoluta assenza di una ragione. Un odio generico, freddo e inspiegabile verso uno sconosciuto. A renderli ancora più incomprensibili è la distanza temporale, visto che a separare le due pozze di sangue ci sono ben quattrocento anni.

A dover sbrogliare questa matassa intricata ritroviamo il “Doc” Roversi, investigatore atipico che si ritrova nelle vesti dei suoi abituali pazienti: immobilizzato su un divano a causa di una frattura rimediata per una banale caduta. Costretto alla stasi fisica, il Doc deve far correre la mente. E le sue deduzioni lo porteranno a incrociare la lama con un assassino del passato dal nome immortale, genio della tela e anima dannata: Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio.

 Sfruttando il ben collaudato espediente narrativo dell’immobilità, (pensiamo alla “La finestra sul cortile” di Hitchcock o “La figlia del tempo” di Josephine Tey), König in questo libro assegna al suo protagonista un esercizio intellettuale e deduttivo, con la frustrazione fisica ad amplificare la tensione del racconto. Ad aggiungere pepe alla storia c’è poi Michelangelo Merisi, sinonimo totale dell’artista dannato ed effettivamente assassino (uccise un uomo durante una rissa a Roma nel 1606).

Rosso Caravaggio” in sintesi promette di essere un cold case atipico e cerebrale; se amate l’intreccio tra la storia dell’arte, i misteri secolari e le atmosfere claustrofobiche dell’indagine a porte chiuse, potrebbe essere il libro per voi.

Per approfondirlo vi lasciamo a seguire un estratto dal capitolo 7.

Estratto

Paolo Aldati era un omaccione, alto, grosso e sudato. Quel pomeriggio poi, era particolarmente sudato e irritato, s’era vestito di giubbotto di cuoio pesante, brache rinforzate di pelle, stivaloni chiodati, grossa cintura e spadone da battaglia alla cinta, tenuta da campo di guerra, non da passeggio, per le stradine di Campo Marzio al tiepido pomeriggio primaverile. Il 28 maggio anno domini 1606 era un caldo pomeriggio di inoltrata primavera romana. Ma a Paolo era stato detto di vestirsi così, in modo tale da spaventare il pubblico, tanto da far scemare intenti bellicosi in altri astanti.
Ma lui non sapeva ancora chi avrebbe dovuto spaventare.
Sull’occhio destro portava una benda di pelle scura a coprire il buco rimasto dopo aver perso il globo oculare in una scaramuccia con gente al soldo di un’altra famiglia romana, e un ragazzetto svelto gli aveva fatto roteare la punta del coltello sotto il cappello floscio, fra i radi capelli unti, a destra del grosso naso, fino a conficcarsi dentro l’occhio. Poi un cerusico gli aveva tolto la palla intera e nei mesi successivi l’orbita s’era chiusa con un’orrenda cicatrice, che neanche le mignotte più consumate osavano guardare direttamente. Per cui, da allora, usò la benda di pelle scura e tutti lo chiamarono Paolo il “Guercio”. Ma brutto era anche prima della stoccata al volto, la barba incolta e sporca, la pelle rovinata dal vaiolo, i pochi capelli rimasti, sempre coperti dal cappello floscio che teneva in testa, la sua corporatura alta e pesante, le armi delle quali si adornava, lo rendevano una presenza inquietante, e per questo rimediava lavoretti come quello del 28 maggio 1608, quasi sempre su commissione di Petronio Troppa, vecchio amico d’armi e anche lui bolognese di nascita. Paolo aveva lavorato come militare al servizio di diverse famiglie romane, ma dopo l’incidente all’occhio aveva rifiutato incarichi pericolosi. L’altro occhio non era più fino come in gioventù, e faceva fatica a distinguere i filibustieri di una fazione dagli amici dell’altra. Aveva rinunciato a far roteare lo spadone che teneva al fianco, e viveva dei pochi spiccioli che raggranellava in lavoretti saltuari. Ma aveva mantenuto il titolo di “militare” che gli consentiva di poter camminare armato per le vie romane senza essere arrestato dagli sbirri del Papa. Anche Petronio aveva fatto quella scelta, pur avendo ancora tutti e due gli occhi. Semplicemente non aveva più voglia di menare le mani. Troppo pericoloso per un bolognese di nascita, trasferito in una città diversa, grande e deserta, troppo piena di preti e cardinali, servitori e mignotte, cavalli ferrati e greggi di pecore, dove era difficile orientarsi fra colonne romane e pertugi bizantini, dove la gente parlava con un dialetto spesso incomprensibile, e le fazioni si confondevano all’improvviso diventando nemici quelli che il giorno prima erano fratelli. Anche Petronio Troppa aveva lasciato il mestiere di militare tenendosi la spada e il coltello e gli abiti da battaglia per le piccole occasioni in cui veniva chiamato dagli amici per rapidi “servizi”. Spesso chiamava Paolo il “guercio” per far numero. Era un amico, aveva sempre bisogno di soldi, e aveva la stazza di una barca a remi del porto di Ostia, cosa che faceva comodo. Lo metteva di fronte al gruppo da terrorizzare e lo faceva urlare, Paolo apriva la bocca ed emetteva un ruggito condito d’aglio e cipolla che poteva far paura. Era sufficiente fargli agitare le braccia o mostrare i denti marci per far fuggire i nemici. A lui, Petronio, rimaneva il compito di intascare la mancia e dividerla, ogni 10 monete, 6 erano per lui, la mente, e 4 per Paolo il guercio, la pancia. Per quel servizietto, Paolo aveva pattuito 50 baiocchi, venti per il guercio, e trenta per sé, con i quali però era già passato dalle guardie di Castel Sant’Angelo a comunicare di stare lontani dal quartiere di Campo Marzio nel pomeriggio, che ci sarebbero state delle risse, ma di poco conto, senza sguainare le spade. E cinque baiocchi erano andati lì. Con i rimanenti contava di finire la serata nell’osteria della Campana, con due servette dei Caetani, mentre Paolo sarebbe rimasto con qualche mignotta dell’ortaccio. Ma lui, Petronio Troppa, era persona distinta ed elegante, anche se ex militare. Era alto, la barba ben curata, i capelli unti tenuti legati a coda e quasi nascosti dal cappello, la mantella nera sul giaccone a nascondere la spada lunga e leggera, affilata e appuntita, non lo spadone da soldato da usare a due mani facendolo roteare sulle teste dei nemici, impossibile da usare nei vicoli stretti di Campo Marzio, buono solo per fare spavento come Paolo il guercio. Ed era lui, Petronio, che teneva i contatti con i “signori” che chiedevano protezione. Proveniva, quella sera, da lungotevere Tor di Nona, aveva attraversato Campo Marzio e raggiunto la piazza della Torretta dove aveva l’appuntamento. Paolo l’aspettava sudato e innervosito seduto su un cippo angolare scuro per tutte le pisciate subite.

 

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