Al bancone del Thriller Café oggi serviamo estratti di erbe selvagge e presentiamo “Radici. Il cammino di Vavilov“, esordio narrativo di Simona Duci che segna la nascita di un’ambiziosa saga. Si tratta di un eco-thriller che nasce da un’esperienza vissuta dall’autrice sulla propria pelle nel 2022, durante una missione scientifica in Kirghizistan, e che ci porta in uno dei futuri possibili segnati dal cambiamento climatico.
Siamo nel 2050, la data che la comunità scientifica indica come un limite per la sopravvivenza del pianeta. Il mondo è sull’orlo del collasso: la natura è stremata e l’umanità si ritrova divorata dalla sua stessa voracità.
In questo scenario da incubo si muove Lucius Vargo, l’antagonista della storia, incarnazione perfetta dell’avidità e della hybris umana: un uomo che non vuole prevenire la catastrofe, ma preferisce monetizzarla, controllando le ultime risorse residue e piegando il pianeta al proprio volere.
A sbarrargli la strada c’è un gruppo di esploratori che arrancano, sbagliano, ma non si arrendono. Il loro viaggio, tra terre selvagge, foreste primordiali che rievocano quelle kirghise e città blindate, li porterà a decifrare un enigma millenario legato alla figura storica di Nikolaj Vavilov, il grande genetista russo a cui si deve il concetto di banca dei semi. Tra segreti e scoperte rivoluzionarie, la chiave per riscrivere il futuro risiede proprio nei semi di una speranza antica, custoditi da alberi leggendari.
Romanzo che bilancia rigore scientifico e ritmo del thriller, “Radici” ci porta un riflessione etica sul nostro futuro: la razza umana potrebbe scomparire, mentre la Terra sopravvivrà comunque, limitandosi semplicemente a dimenticare una specie vivente tra milioni.
Se amate storie che intrecciano scienza e avventura, questo potrebbe essere la vostra prossima lettura. Scoprite di più con le nostre domande all’autrice e un breve estratto dal prologo.
Domande all’autrice
Com’è nato questo libro?
La genesi di questo romanzo possiede la forza dei percorsi spontanei e necessari. Nonostante la scrittura rappresenti da sempre la mia quotidianità e il mio sostentamento in veste di giornalista, mai avrei immaginato di spogliarmi di quegli abiti per indossare quelli, inediti e intimi, di autrice di narrativa.
Il punto di svolta, la vera scintilla, risale al 2022, anno in cui venni coinvolta come corrispondente dall’estero per documentare una missione scientifica straordinaria in Kirghizistan, promossa dagli Orti Botanici di Ome, dall’associazione Kaki Tree Project e dall’Università degli Studi di Brescia. Quell’esperienza si è rivelata per me un’autentica illuminazione. Nei due anni successivi, ho seguito con dedizione l’evoluzione delle ricerche, assistendo al minuzioso lavoro degli scienziati impegnati nelle analisi genetiche sui germogli nati dai semi che avevamo riportato in Italia. È in questo alveo di dati e suggestioni che la storia ha iniziato a germogliare: prima come un’architettura mentale e, infine, nel Natale del 2024, traducendosi in parola scritta sulla carta.
Il mio intento primario è dare voce a un’urgenza etica: sensibilizzare il pubblico sugli effetti tangibili del cambiamento climatico e sull’importanza cruciale dei progetti di conservazione delle specie vegetali rare, quelle inserite nella Lista Rossa dell’IUCN. Le pagine del libro si muovono su un crinale sottile dove il realismo magico incontra una solida base fattuale. La scelta di ambientare il romanzo nel 2050 non è casuale, bensì un richiamo alla data che la comunità scientifica globale indica come un vero e proprio memento mori per le sorti del pianeta.
Ogni descrizione paesaggistica custodisce la memoria visiva e sensoriale delle foreste primordiali kirghise che ho avuto il privilegio di attraversare. A guidare la narrazione vi è poi la figura di Nikolaj Vavilov, un omaggio doveroso a un genetista straordinario a cui l’umanità deve il concetto stesso di banca dei semi e lo studio dei centri d’origine delle piante coltivate. Radici nasce, dunque, dall’intersezione tra l’esperienza vissuta sul campo, la fascinazione per il destino di un uomo che voleva sconfiggere la fame nel mondo e l’incanto di aver respirato l’atmosfera delle foreste più antiche della Terra.
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Credo che l’aspetto più magnetico del romanzo risieda nel suo rifiuto di farsi dogma o lezione morale; il libro non punta il dito, ma invita a una riflessione profonda sulla nostra intrinseca fragilità. Il testo suggerisce un pensiero tanto vertiginoso quanto necessario: se l’essere umano dovesse spingere il pianeta oltre il punto di non ritorno, la Terra non cesserà di esistere. Semplicemente, ci rigurgiterà. La natura sopravviverà e si rigenererà, ma lo farà escludendoci, lasciandoci fuori dal suo nuovo ciclo vitale.
Tuttavia, questo monito non grava sulla narrazione come un fardello opprimente. Il romanzo custodisce l’anima pulsante di un’avventura pura, a tratti persino leggera, che celebra il valore dell’amicizia e il potere degli ideali collettivi. In un’epoca di spiccato individualismo, ho voluto rimettere al centro l’importanza di possedere dei valori condivisi. La vera protagonista indiscussa, d’altronde, è proprio la Natura; gli esploratori che il lettore segue lungo il cammino non sono che specchi della nostra stessa condizione, figure tese tra debolezze ancestrali, paure, sogni e improvvisi slanci di coraggio. Il mio è uno sguardo attento, di pura e partecipe osservazione, mai accusatorio.
A fare da formidabile motore alla trama vi è poi una struttura thriller serrata: nel cuore pulsante dell’avventura si cela un fitto mistero da svelare, un enigma che i protagonisti dovranno decifrare un tassello alla volta. Questo percorso è scandito dallo scontro archetipico tra un’antagonista spietato e un gruppo di eroi che, in realtà, sono splendidi antieroi: personaggi imperfetti, che arrancano, sbagliano, ma non smettono di fare il possibile per raggiungere l’obiettivo. Infine, i lettori apprezzeranno credo, la promessa di un orizzonte più ampio: questo libro non si esaurisce nell’ultima pagina, ma inaugura una saga. Il viaggio sarà lungo e costellato di nuove avventure in cui gli esploratori si metteranno sulle tracce di grandi uomini e donne che hanno segnato la storia, uniti nella lotta contro un male comune che minaccia il futuro di tutti noi.
Nel libro la precisione del reportage scientifico si fonde con il ritmo del thriller. Come ha bilanciato la verità dei dati con le esigenze della finzione narrativa?
È stata la sfida più stimolante. Da giornalista, il mio primo istinto è sempre la fedeltà al fatto di cronaca e al dato scientifico. Tuttavia, la foresta kirghisa possiede un’atmosfera così primordiale che richiedeva un respiro diverso, capace di andare oltre la saggistica. Ho scelto quindi di utilizzare la realtà scientifica come l’intelaiatura logica su cui innestare il mistero, trasformando i dati in pura adrenalina.
Su questa solida base fattuale ho innestato lo scontro umano. Lucius Vargo, l’antagonista, non è semplicemente un “cattivo”, ma la personificazione della cieca hybris umana, di quell’avidità che preferisce monetizzare la catastrofe del 2050 e controllare le risorse residue piuttosto che prevenirla. Contrapporre a lui una squadra di antieroi imperfetti mi ha permesso di esplorare un contrasto profondo: da un lato il cinismo assoluto di chi vuole possedere la natura, dall’altro la fragile ma ostinata determinazione di chi vuole semplicemente custodirla.
Estratto
Prologo
Proprio mentre gli esploratori, con sguardi tesi e mani veloci, stavano ultimando i preparativi per la fuga, un tremendo boato squarciò il silenzio del sottosuolo. La terra tremò sotto i loro piedi, e un’ondata di calore e rumore li travolse, facendoli sussultare. L’esplosione, tanto potente da far vibrare l’intera città sotterranea, li colse di sorpresa. Il rifugio, che sembrava sicuro, non lo era più. L’inferno che avevano cercato di evitare, stava arrivando.
Il soffitto della cavità sotterranea crollò con un fragore che fece tremare l’intera struttura, sollevando una nuvola di polvere e macerie. La terra si frantumò, le pareti vacillarono, e il buio sembrò inghiottire ogni cosa. I nemici li avevano trovati.
Il caos esplose in tutta la sua violenza, inondando la base sotterranea della Resistenza. Centinaia di soldati invasero quella che fino a quel momento era stata una fortezza nascosta, sparando senza pietà a qualsiasi cosa si muovesse e abbattendo tutto ciò che incontravano.
«Correte! Più veloci che potete!» urlò Viktor, afferrando il braccio di Vera e trascinandola con sé. La ragazza sembrava paralizzata dal caos che la circondava, lo sguardo era fisso nel vuoto, come se ogni rumore, ogni colpo di arma da fuoco, la stesse soffocando. Polvere e fumo riempivano l’aria, l’eco delle urla e degli spari le rimbombava nelle orecchie. Ogni passo che facevano sembrava portarli più lontano, e più vicino a un abisso inesorabile.
Ayana, la guerriera dei kavun, che aveva scelto di rimanere al loro fianco, li guidò attraverso il labirinto di corridoi sotterranei con una determinazione implacabile. Ogni suo movimento era fluido, preciso, era una mossa perfetta che trasformava ogni nemico, in una pedina sacrificabile. In pochi istanti, abbatté decine di soldati. Le lame dei suoi coltelli, come un prolungamento del suo corpo, danzavano nell’aria con una violenza ritmica, abbattendo avversari che non avevano nemmeno il tempo di reagire. Era una macchina da guerra, un avversario invincibile.
Viktor, a sua volta, non esitò. Le mani scivolavano rapide sulla pistola, ogni colpo esplodeva con una precisione letale, abbattendo chiunque si avvicinasse troppo. Non c’era tempo per la pietà, solo per l’azione, la sopravvivenza. North, preoccupato per Marco e Vera, i più vulnerabili, si posizionò davanti a loro, cercando di proteggerli con colpi di pistola precisi, dalla marea di nemici che li circondava. La sua mente correva veloce, calcolava ogni mossa, ogni angolo. Non dovevano fermarsi.
Non potevano fermarsi.
Finalmente, dopo un tempo incalcolabile di corse disperate, Ayana li guidò all’esterno, dove l’aria notturna era carica di umidità e odore di terra bagnata. Si ritrovarono in un’ampia radura, ai margini di una strada sterrata usata dalla Resistenza per eludere i controlli. Era la loro via di fuga, l’unico sentiero che li avrebbe portati oltre il confine della città, lontano dagli occhi elettronici della sorveglianza.
Sopra di loro, il cielo del Kirghizistan era una tela scura squarciata da nubi minacciose, gonfie di pioggia e presagio.
Ma la quiete della campagna era un’illusione fragile, un respiro di tregua prima che l’inferno tornasse a reclamarli.
Simona Duci
Simona Duci è giornalista, fotografa e documentarista, specializzata nel racconto ambientale e sociale. Originaria di Sarnico (BG), formata in Fotografia alla LABA di Brescia e specializzanda in Antropologia Sociale e culturale, collabora con Bresciaoggi e Pressenza International Press Agency. Nel 2022 partecipa alla spedizione scientifica Eden Forever in Kirghizistan per la tutela del Malus sieversii, l’antico melo selvatico. Da questa straordinaria esperienza sul campo nasce il suo romanzo d’esordio, “Radici – Il cammino di Vavilov” (Arpeggio Libera, 2026), presentato al Salone del Libro di Torino e oggi al centro di laboratori di sensibilizzazione nelle scuole. Da sempre impegnata nell’attivismo civile, nella tutela degli animali e della biodiversità con realtà come OIPA e Legambiente, è anche regista dei documentari “I Semi del Tempo” e “Trees”. La sua narrazione intreccia mirabilmente giornalismo, antropologia e passione etica, catturando il lettore per esplorare il complesso rapporto tra uomo e natura e l’urgenza di proteggere il pianeta.

