Nove mesi di bugie – Daniela Troilo

Nove mesi di bugie – Daniela Troilo

Redazione
Protocollato il 6 Settembre 2026 da Redazione
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Il libro che presentiamo oggi al Thriller Café è “Nove Mesi di Bugie“, thriller psicologico di Daniela Troilo che ci porta dritti nelle stanze ovattate ed esclusive del Connecticut, dove il lusso e la scienza nascondono un incubo di spietata avidità.

La storia vede protagonista Anna Edison, ginecologa brillante, metodica e rigorosa. Il suo arrivo alla Withmore Clinic, uno dei centri di fertilità più prestigiosi e all’avanguardia del Connecticut, sembra il coronamento di una carriera perfetta. Ma dietro i sorrisi impeccabili del personale e i protocolli specchiati si nasconde un’ombra scura. Analizzando dei dati, Anna nota strane incongruenze: dosaggi anomali, cartelle cliniche prive di dettagli fondamentali e un tasso di mortalità neonatale inspiegabilmente alto.

Ogni suo dubbio viene rigettato con spiegazioni sempre rassicuranti, fino a quando non esplode la denuncia di Yamara Ahmed, una madre distrutta a cui è stato detto che il figlio è morto subito dopo il parto. Indagando a fondo, Anna intuisce una realtà agghiacciante: non si tratta di tragici incidenti, ma di un pattern preciso. I neonati dichiarati morti appartengono a donne fragili, emarginate, invisibili agli occhi della società. Nella clinica è in atto un vero e proprio traffico di vite umane, organizzato con lucida freddezza da un sistema corrotto di medici, amministratori e figure di potere insospettabili.

Ed è qui che entra in scena David Cox, un commissario di polizia stropicciato dalla vita, vedovo e padre di cinque figli. Un uomo che non riesce a staccarsi dai suoi casi e per cui la protezione dei più deboli è una missione personale. Insieme, Anna e David iniziano una corsa contro il tempo per raccogliere prove inattaccabili. Ma il sistema reagisce: testimoni che ritrattano, infermiere che muoiono in circostanze sospette, e madri che svaniscono nel nulla prima di poter parlare. Riusciranno i due a far emergere la verità?

“Nove mesi di bugie” ci racconta come la salvifica missione della medicina della fertilità possa diventare mercificazione, colpendo le fasce più deboli della popolazione che diventano preda di chi possiede ricchezza e impunità.

Se questa breve presentazione vi ha incuriosito, continuate l’approfondimento al romanzo con le nostre tre domande all’autrice e un breve estratto.

Tre domande a Daniela Troilo

Com’è nato questo libro?
Per trent’anni ho lavorato dentro grandi organizzazioni, e ho imparato una cosa: le azioni peggiori raramente le compie un cattivo solo. Le fa un sistema, protetto da procedure perfette e da persone che scelgono di non guardare. Nove Mesi di Bugie nasce da questa consapevolezza, portata nel luogo dove diventa insopportabile: una clinica dove si dovrebbe dare la vita.

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Credo che i lettori apprezzeranno soprattutto una cosa: qui il nemico non è un singolo assassino, ma un meccanismo. Non c’è un solo mostro da smascherare all’ultima pagina — c’è un sistema intero, fatto di medici stimati, amministratori impeccabili e persone insospettabili, che si protegge distruggendo le prove più in fretta di quanto Anna e Cox riescano a raccoglierle. È un thriller in cui più ci si avvicina alla verità, più il terreno si sgretola sotto i piedi: una madre sparisce, un’infermiera muore, una testimone ritratta. La tensione non nasce da inseguimenti, ma dalla sensazione, sempre più stretta, che chi si ha di fronte sia sempre un passo avanti.
E poi c’è il cuore umano sotto il thriller: Anna, una donna che avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte e sceglie di non farlo, e David Cox, un commissario vedovo con cinque figli che non sa lasciare andare i casi nemmeno quando sono chiusi. Sono due persone segnate, che proteggono chi non può difendersi perché sanno cosa significhi essere fragili. Chi ama i thriller psicologici— quelli in cui il brivido è morale, non solo d’azione — credo si sentirà a casa. E poi il finale è…esplosivo!

Perché una scrittrice italiana ambienta i suoi thriller in America?
È stata una scelta, non un caso. Volevo raccontare certi meccanismi — l’individuo solo contro un sistema, l’ossessione per l’efficienza, il potere che si nasconde dietro protocolli perfetti — con la distanza che l’America mi dava. Ambientare tutto altrove mi ha lasciata più libera: mi ha tolto il rischio del romanzo ‘di denuncia’ locale e mi ha permesso di lavorare sui temi allo stato puro. E poi traduco io stessa i miei libri in inglese: pensarli in due lingue, fin dall’inizio, fa parte del modo in cui li scrivo.

Estratto

Il travaglio inizia di notte.

Yamara è sola nella stanza piccola, pulita, con le pareti grigie e una finestra che dà su un cortile interno. Il personale passa ogni mezz’ora, controlla i parametri, sorride. Sono gentili. La loro gentilezza sembra appresa più che spontanea: funziona, consola, ma non arriva mai davvero da qualcuno. Yamara lo capisce e non gliene fa una colpa. Sa già, da quando è arrivata qui otto mesi prima, che questo è il tipo di posto in cui si viene trattati bene senza essere visti del tutto.

Aveva firmato i moduli senza capire tutto l’inglese. Il medico le aveva sorriso e lei era stanca e sola e aveva ventitré anni e nessuno con cui consultarsi. Il servizio sociale del suo quartiere le aveva detto che lì era tutto coperto, che era una struttura specializzata, che era fortunata ad avere quel posto. Yamara aveva annuito. Aveva imparato che in certi momenti si annuisce.

Le contrazioni iniziano ogni venti minuti, poi ogni dieci, poi ogni cinque. Yamara respira come le hanno insegnato: dentro, fuori, tieni, lascia andare. Sa che fuori c’è il freddo di New Haven di novembre e che dentro c’è suo figlio che sta per nascere. Lo chiamerà Malick, come il nonno paterno. Lo ha deciso tre mesi fa, su un autobus, guardando fuori dal finestrino, senza una ragione precisa e da allora lo chiama così nella testa, Malick, come se avesse già un peso reale nel mondo.

Il travaglio dura quattordici ore.

A un certo punto il personale si muove in modo diverso. È una cosa sottile: non è panico, non è corsa, ma una forma di accelerazione controllata che Yamara non ha mai visto prima ma riconosce istintivamente come qualcosa che non dovrebbe succedere. Voci basse. Una porta che si chiude. Qualcuno che le prende la mano e le dice di respirare, di spingere, di non smettere di spingere.

Yamara spinge. Spinge con tutto quello che ha: il corpo, la paura, i mesi di gravidanza prima sognata e poi reale, i mesi di solitudine e di speranza e di quella forma di amore anticipato che si costruisce per qualcuno che non hai ancora visto ma che senti già come parte di te. Spinge e sente il dolore e sente qualcosa che cede e poi…

Poi c’è il silenzio.

Non il silenzio di dopo. Non ancora. C’è un momento — un secondo, forse due — in cui Yamara sente qualcosa. Un suono. Piccolo, strozzato, come il primo tentativo di qualcosa. Un respiro che prova a nascere e poi si arrende.

Lo sente. Ne è certa.

Poi il silenzio vero. Il vuoto di una stanza in cui non è successo nulla.

Le dicono: nato morto. Ipossia fetale. Una complicazione improvvisa, niente che si potesse prevedere, niente che si potesse fare. Le dicono che dispiace. Lo dicono con voci che sembrano registrate.

Yamara chiede di vederlo.

Le dicono che non è consigliabile. Che in questi casi è meglio non avere un’immagine a cui aggrapparsi, che il lutto è più pulito così, che le madri che vedono il bambino hanno più difficoltà a elaborare, che è una cosa che i protocolli raccomandano per proteggere le pazienti. Lo dicono con quella voce morbida e ferma di chi ha detto quella frase molte volte fino a farla diventare una pietra di confine.

Yamara insiste. Vuole vederlo. Ha sentito qualcosa, non lo dice ancora, lo tiene dentro, ma ha sentito qualcosa e ha bisogno di vedere. Le serve conferma, forma, nome.

Le dicono che il bambino è già stato portato per gli accertamenti di rito. Che glielo faranno sapere. Che capiscono quanto sia difficile. Che è normale, in questi casi, desiderare di vedere ma che fidandosi dei professionisti starà meglio.

Yamara smette di insistere. Non perché abbia smesso di volere ma perché ha capito che non glielo mostreranno, e che continuare a chiedere la farà sembrare qualcosa che non vuole sembrare. Ha imparato anche questo, nel tempo che ha trascorso in quel paese: che certe battaglie si perdono peggio se si combattono nel modo sbagliato.

Tre giorni dopo le danno le dimissioni. Nessuno le porta il bambino. Nessuno le spiega dove è andato. Le offrono il funerale – gratuito – come se fosse un omaggio di fine soggiorno e Yamara ha bisogno di accettare. Le danno un foglio con i numeri dei servizi di supporto psicologico per il lutto perinatale. Le dicono che può andare a ritirare le ceneri del suo bambino. Le ceneri. Le augurano buona fortuna.

Quello che Yamara riceve, per posta, è un certificato.

Una pagina. Il suo nome, la data, la causa del decesso: ipossia fetale acuta intrapartum. In basso, la firma di un medico che non ha mai visto, un consulente esterno, le spiegano al telefono quando chiama, è di routine per questi casi, non si preoccupi.

Sul certificato non c’è nessun nome per il bambino. C’è scritto: nato morto, sesso maschile. Solo questo.

Yamara guarda il foglio per molto tempo. Poi lo mette in una busta e la infila in un cassetto. Rimane seduta sul bordo del letto nella sua piccola stanza di New York — è tornata a New York, non c’era nessun altro posto dove andare — e non fa niente per un tempo che non sa misurare.

Nelle settimane successive il dolore cambia consistenza. Non si attenua ma si deposita. Smette di essere totale e diventa invece una presenza costante, come un rumore di fondo che non si spegne mai del tutto. Ed è in quella fascia di rumore, in quella tenue distrazione della sopravvivenza, che inizia a scattare qualcosa.

Pensa al suono che ha sentito. Quell’attimo, quei secondi, quel fremito che provava a diventare voce. Lo ha sentito. Non lo ha inventato. Conosce la differenza tra percezione e immaginazione, e sa che quella distinzione adesso è l’unica cosa che ha.

Booktrailer

L’autrice

Daniela Troilo è nata e vive a Roma. Per oltre trent’anni ha esercitato come avvocato d’affari in prestigiosi studi legali internazionali, specializzata in finanza strutturata e privatizzazioni. Ha esordito nel 2022 con “Stirpe Bizzarra”, romanzo satirico vincitore del Premio Speciale della Giuria al concorso letterario “La Ginestra“. Nel 2026 ha dato vita alla serie “Il Commissario Cox: tra segreti e delitti“, thriller psicologici ambientati negli Stati Uniti, di cui cura personalmente anche la traduzione inglese. Ne fanno parte “Nove Mesi di Bugie“, “La Porta di Isabel” e, di prossima pubblicazione, “La Simmetria del Male” e “Splendida Miseria“. Nei suoi romanzi indaga su ciò che si nasconde dietro le apparenze, tra segreti, silenzi e verità scomode.