Minimarket. La ricetta dell’oblio – Massimo Olivieri

Minimarket. La ricetta dell’oblio – Massimo Olivieri

Redazione
Protocollato il 21 Settembre 2026 da Redazione
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Al Thriller Café oggi segnaliamo “Minimarket. La ricetta dell’oblio“, secondo capitolo della serie dedicata al giovane investigatore Charlie Phillis (già apprezzato nel romanzo d’esordio “Triage“), nato dalla penna di Massimo Olivieri. Un thriller psicologico che ci porta in una Milwaukee e pericolosa.

La storia ruota attorno a un minimarket di quartiere che tutti conoscono. Il classico posto dove il negoziante ti sorride, ti chiama per nome e sa sempre di cosa hai bisogno prima ancora che tu lo chieda.

Ma mentre la neve paralizza la città, quattro giovani donne muoiono nelle loro case a pochissimi giorni di distanza l’una dall’altra. La polizia brancola nel buio: non ci sono scassi, niente è stato rubato, nessun segno evidente di violenza sui corpi. C’è soltanto un dettaglio ricorrente in ogni appartamento: una bottiglia rosa aperta a metà, una seducente bevanda “detox” che prometteva di farle sentire pure, leggere e migliori. Questo filo conduttore comune passa proprio per quel bancone di quartiere.

Il negoziante si chiama Marcus Kowalski. All’apparenza è un uomo mite, ordinato, del tutto invisibile. Un tempo gestiva una videoteca ed era un maestro nell’indovinare i gusti del pubblico; oggi legge la vita delle persone attraverso le tessere fedeltà, gli scontrini e i tempi delle spese. Sa cosa compri, a che ora rientri e quali sono le tue debolezze. E ha trasformato questo potere silenzioso in un’arma spietata.

A intuire il mostruoso schema dietro le morti è Charlie Phillis. Vent’anni, un dono tanto brillante quanto tormentato: Charlie riesce a vedere schemi, mappe e connessioni nei dati che le persone si lasciano inconsapevolmente alle spalle. Lavora nell’ombra, invia soffiate anonime a un vecchio detective e lotta contro il rischio di disumanizzare il mondo riducendolo a semplici puntini da unire.

Quando Charlie intuisce il pattern di Marcus, capisce di essere l’unico in grado di fermarlo. Ma le prove che possiede finirebbero per incriminare lui stesso. Messo alle strette, prende la decisione più disperata e pericolosa della sua vita: usare come esca Cindy, l’unica persona che abbia mai amato. Il suo piano si regge su un unico, fragilissimo presupposto: gli uomini come Marcus non cambiano mai il proprio schema. Ma se per una volta si sbagliasse?

Questa la vicenda narrata da “Minimarket“, un libro che sembra avere le carte in regola per appassionare i lettori di thriller psicologici, e che pur essendo il secondo di una serie può essere goduto al cento per cento anche come romanzo autoconclusivo.

Se volete saperne di più, continuate l’approfondimento con le consuete domande&risposte all’autore e con un breve estratto. Noi torniamo intanto a sistemare le bottiglie dietro il bancone.

Domande & risposte

Com’è nato questo libro? E qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
L’idea di Minimarket, della serie di Charlie Phillis, nasce guardando come il mondo dei supermercati sia un vero ombelico del mondo, ma anche di luoghi dove caratteri, dipendenze, solitudini si legano tra loro in modo indissolubile; E di come oggi la tecnologia, ormai presente ovunque, ci conosca cosi a fondo, attraverso i nostri dati, molto più di noi stessi. E poi le persone, con i loro pattern, ma anche le loro follie dietro persone apparentemente normali.

Riguardo a cosa i lettori potrebbero apprezzare, credo sia il disagio che nasce dalle cose normali. Il pericolo non arriva da un mostro lontano, ma dal posto più rassicurante che ci sia: il negozio all’angolo, il negoziante che ti chiama per nome, una bottiglia che promette di farti stare meglio. E poi c’è Marcus, l’antagonista: volevo qualcuno che non si potesse liquidare come “pazzo”, ma che restasse addosso proprio perché è gentile, ordinato, quasi comprensibile. Se dovessi indicare una cosa sola, è questa: la paura che qualcosa di terribile possa nascondersi dietro un sorriso mite. E, sotto, il fatto che il romanzo si ostina a trattare le vittime come persone e non come numeri. In fondo il libro parla proprio di questo: di cosa succede quando smetti di vedere le persone e cominci a vederle come schemi.

Cosa rende Marcus diverso dai soliti serial killer del thriller?
Marcus non è il genio del male né il folle furioso. È il negoziante che tutti salutano: mite, preciso, uno che ama l’ordine e sa “leggere” le persone, un talento che un tempo usava per indovinare il film giusto per ogni cliente. Il punto è che il suo talento è lo stesso di Charlie, l’investigatore: entrambi vedono negli altri schemi e abitudini. Cambia solo l’uso che ne fanno: uno le imprigiona nella storia che ha scritto per loro, l’altro deve imparare a lasciarle libere. Non volevo un mostro da odiare e basta, ma qualcuno che ti mettesse a disagio perché lo capisci un po’ troppo. E il suo passato, nel finale, non lo assolve mai: mostra soltanto da dove nasce.

Bisogna aver letto “Triage“, il primo libro, per leggere “Minimarket“?
No: “Minimarket” si può leggere tranquillamente da solo, ha un caso tutto suo che si apre e si chiude. Ma i due libri si parlano. “Triage” è il romanzo in cui tutto comincia: il primo caso di Charlie, un assassino che gli anziani accolgono in casa con un sorriso, convinti che sia un ragazzo gentile venuto ad aiutarli. È lì che Charlie diventa “il fantasma”, quello che risolve i casi restando invisibile, passando soffiate anonime a un vecchio detective che non lo ha mai visto in faccia. Il tutto grazie all’uso della tecnologia applicata ai pattern delle persone. Ed è lì che incontra Cindy. Se ci pensi, i due romanzi raccontano la stessa paura da due angolazioni diverse: il pericolo che entra dalla porta principale perché gli hai aperto tu, convinto che fosse una brava persona. Letti in ordine, prima “Triage” e poi “Minimarket“, vedi crescere per intero l’arco di Charlie: da chi guarda le persone come indizi a chi impara, faticosamente, a considerarle persone.

Estratto

La siringa brillava sotto la luce cruda della lampadina.
L’uomo la teneva tra il pollice e l’indice, e la faceva ruotare lentamente, come un prestigiatore che ammira la propria bacchetta prima del numero. Dentro, il liquido si muoveva pigro, denso, e catturava la luce a ogni giro, un piccolo mondo trasparente che conteneva una promessa, o una condanna, a seconda di chi l’avesse ricevuta.
La stanza era piccola e soffocante. Un seminterrato senza finestre, gli scaffali metallici carichi di scatole, l’aria che sapeva di cartone e di freddo. Fuori era novembre, e il gelo si infilava già dai muri; eppure l’uomo sudava. Una goccia gli scivolò lungo la tempia, seguì la linea del viso magro e spigoloso, e si perse nel colletto della camicia.
Era un rito, ormai, e come tutti i riti aveva le sue regole non scritte. Sempre a quell’ora, sempre a saracinesca abbassata, sempre da solo. Sempre lo stesso ordine dei gesti, ripetuto tante di quelle volte che le mani lo eseguivano da sole, mentre la testa era libera di vagare altrove. C’era, in quella ripetizione, qualcosa che somigliava alla pace. La stessa pace che deve provare un vecchio prete nel dire una messa che conosce a memoria, in una chiesa vuota, per un dio a cui ha smesso di credere ma di cui non riesce a fare a meno.
Le sue mani, di solito, tremavano. Erano anni che tremavano, quelle dita lunghe e ossute, come se avessero sempre freddo o sempre paura. Bastava guardarle contare gli spiccioli alla cassa, o infilare una busta, per vederle vibrare appena, con quel tremolio da uomo stanco che i clienti non notavano nemmeno. Ma adesso, mentre stringevano la siringa, erano perfettamente ferme. Come se sapessero. Come se quel piccolo strumento d’acciaio fosse un’estensione naturale della sua mano, e non un oggetto ma una parte di lui che finalmente aveva trovato il proprio scopo. Era l’unico momento della giornata in cui non tremavano. Ci aveva fatto caso da tempo, e aveva smesso di chiedersi cosa volesse dire.
Davanti a lui, sul tavolo da lavoro segnato da anni di graffi, c’era una bottiglia.
Una bottiglia di plastica come mille altre, con un’etichetta allegra e un liquido di un rosa acceso, innaturale, il colore che le fabbriche scelgono quando vogliono che qualcosa sembri sano, leggero, gentile. Il rosa delle cose che promettono di renderti migliore. La guardò a lungo, con un’espressione che non era rabbia, e nemmeno gioia. Era la concentrazione tranquilla di un artigiano, di un uomo che ama il proprio mestiere e lo esegue bene, per il piacere di eseguirlo bene, anche quando nessuno lo guarda. Soprattutto quando nessuno lo guarda.
Sollevò la bottiglia con la mano libera. Con la punta dell’ago cercò il tappo, quel punto minuscolo dove la plastica cedeva appena, e vi appoggiò la siringa con una delicatezza che aveva quasi qualcosa di amorevole. Non c’era violenza, in quel gesto. Chi l’avesse spiato dal buio, senza sapere, avrebbe potuto scambiarlo per un padre che somministra una medicina a un figlio addormentato.
Sopra la sua testa, il neon sfrigolò per un istante, e le ombre negli angoli tremarono. Il ronzio elettrico riempì il silenzio come il mormorio lontano di una folla in attesa. L’uomo non alzò lo sguardo. Per lui, in quel momento, non esisteva nient’altro al mondo che l’ago, il tappo, e la goccia che stava per passare da una parte all’altra.
Premette lo stantuffo.
Lentamente, il liquido dalla siringa scese nella bottiglia, si mescolò al rosa, sparì senza lasciare traccia. Nessuno, guardandola, avrebbe potuto dire che qualcosa era cambiato. La bottiglia era identica a prima: stessa etichetta allegra, stesso colore che prometteva leggerezza.
Solo un occhio attentissimo avrebbe notato, sul tappo, un foro grande come una puntura di spillo, e nemmeno quello, dopo che l’uomo lo ebbe richiuso con una goccia di colla trasparente, premendola piano, senza la minima fretta.
Era questa la parte di cui andava più fiero, se avesse dovuto sceglierne una. Non l’effetto, non ciò che accadeva dopo, nelle case, lontano da lì. Quello lo teneva in una stanza chiusa della mente, e non ci entrava mai. Andava fiero della cosa piccola, artigianale: che nessuno, mai, si fosse accorto di niente. Che la sua opera fosse invisibile. Che la morte si potesse nascondere così bene sotto un’etichetta che diceva sentiti pura.
[continua…]

L’autore

Massimo Olivieri nasce a Roma, lavora nel settore della tecnologia e della multimedialità. Fervido appassionato di natura, animali e montagna in particolare, dove trascorre molto del suo tempo.