L’ultimo sussulto – Valeria Zamboni

L’ultimo sussulto – Valeria Zamboni

Redazione
Protocollato il 24 Luglio 2026 da Redazione
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Il libro che presentiamo oggi al Thriller Café è “L’ultimo sussulto” di Valeria Zamboni. Atmosfere cupe, ambientazione claustrofobica, un passato che torna e si intreccia con la rabbia, tra le mura di un luogo abbandonato. Siete pronti a saperne di più? Iniziamo dalla trama…

Siamo all’inizio delle vacanze di Natale. Quello che dovrebbe essere un periodo di festa si trasforma in una trappola psicologica quando Andrea, un ragazzo dal passato tormentato, convince sua sorella Dalila e quattro compagni di classe a compiere un’escursione insolita e pericolosa. La meta è un vecchio istituto abbandonato a Riva del Garda, lo stesso edificio in cui Andrea ha trascorso ben undici anni della sua vita.

Il viaggio per raggiungerlo è già di per sé un presagio: un paio d’ore di cammino al freddo lungo il suggestivo e isolato passo del Ponale. Nel gruppo palpitano emozioni contrastanti. Andrea non ispira fiducia: è asociale, inquieto, a tratti emette versi incomprensibili che mettono a disagio i compagni. Molti vorrebbero tornare indietro, ma la suggestione e la rassegnazione li spingono ad andare avanti.

Superato infine un pesante portone chiuso da un lucchetto arrugginito, i ragazzi si barricano all’interno. La notte trascorre lenta, opprimente e interminabile. Al mattino, quando la luce del sole dovrebbe spazzare via i fantasmi e riportare la quiete, una verità atroce si svela ai loro occhi. Toccherà al commissario Dubois sbrogliare una matassa fatta di risentimento e oscurità.

Questa, in sintesi e senza fare spoiler, la storia che narra “L’ultimo sussulto“, giallo che partendo dall’archetipo dell’isolamento ci porta in luoghi abbandonati e sinistri, che diventano specchio delle anime di chi li visita.

Se amate il genere e siete curiosi di approfondire, continuate la lettura con la mini intervista a Valeria Zamboni e un estratto del romanzo.

Tre domande all’autrice

Com’è nato questo libro?

L’ultimo sussulto è nato dal desiderio di sfidarmi in un genere a me sconosciuto. Non ho mai scritto un giallo. Ho dovuto studiare molto. Sarà banale ma son partita dalla la differenza tra giallo e Thriller. È stata un’esperienza divertente e spero di essermi quantomeno avvicinata all’obiettivo finale.

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?

Penso non sia un giallo “classico”. Affronta una tematica particolare. Credo che questo possa portare il lettore a scendere a fondo nella personalità dei personaggi senza limitarsi a seguire indizi e capire chi è il colpevole. Spero sinceramente che riesca a innescare domande e qualche riflessione.

Qual è la cosa più difficile dopo aver scritto un libro?

Essere letti. Per migliorare è necessario ricevere feedback. Sono le critiche costruttive che aiutano l’autore a crescere, ma bisogna che qualcuno lo legga.

Estratto

Introduzione

Controllare il proprio corpo non sempre è possibile, è un privilegio che non è concesso a tutti. Lo aveva scoperto una mattina bighellonando in rete.

Si era imbattuta in un articolo e una domanda aveva preso a rimbombarle nella testa prepotente: cosa avrebbe potuto generare la rabbia accumulata in anni di offese, derisioni e imitazioni, che si era presumibilmente appoggiata nello stomaco e che fremeva per salire e tuffarsi fuori scovando una via d’uscita, che fosse l’esofago, l’orecchio, il naso o un orifizio qualsiasi?

Decise di provare a darsi una risposta, un giorno come tanti, un giorno in cui fuori il freddo era pungente e lei si stava godendo il tepore della stufa.

Seduta su una poltrona, con un plaid e il computer appoggiati alle ginocchia, iniziò a scrivere.

Scelse la vittima.

Il carnefice si sarebbe rivelato a poco a poco, senza che lei ci mettesse becco, e i suoi dubbi si sarebbero alla lunga sgretolati, in un modo o nell’altro.

La rabbia avrebbe generato un omicida?

 

Franzon

Batteva il tempo con il piede, le cuffie nelle orecchie, la testa appoggiata sul cuscino.

Cartoni di cibo consumato e bottiglie di birra ricoprivano un pavimento unto dove pantaloni e mutande erano sparsi ovunque, i calzini scompagnati e solitari.

Un frastuono sordo si insinuò nelle sue orecchie. Abbassò il volume. La musica metal, che gli stava penetrando i timpani, perse intensità e il rumore si fece vero: qualcuno bussava, forte, come volesse buttar giù la porta.

Si alzò, i movimenti annoiati, e senza fretta raggiunse l’ingresso.

Due uomini alti, in divisa e con un cappello in testa, spalancarono la porta nel momento stesso in cui la schiuse ed entrarono in casa con irruenza, senza chiedere permesso.

Li osservò basito. Forse stava ancora sognando. Erano poliziotti.

“Devi venire con noi.”

“Chi?”  chiese lui.

“Sei tu Andrea Franzon?”

“Sono io”, disse sottilmente.

“Allora muoviti.” Forse avevano sbagliato persona. Era magro, alto circa un metro e settanta, capelli lunghi e arruffati. Doveva avere una ventina d’anni. Era in mutande.

Il ragazzo si stropicciò gli occhi ed emise un suono, acuto come un grido: il suo suono.

Uno dei due agenti sobbalzò e gli afferrò un braccio. Poi lo spinse.

“Non hai capito? Vestiti, in fretta.” Poi si rivolse al collega: “Questo posto è un porcile e c’è uno strano odore”, disse dopo aver notato un tocchetto marrone nel posacenere. “Come diavolo fai a vivere qua dentro?”

La casa era piccola: il soggiorno un tutt’uno con il cucinino, un divano, una sedia, un mobiletto su cui poggiava un televisore 19 pollici e roba sparsa ovunque. Doveva esserci una camera, da qualche parte, anche se il sofà pareva un letto.

Il ragazzo raccolse i pantaloni e la maglia da sotto il divano. Entrò in bagno e ne uscì con un calzino. Iniziò a cercare l’altro.

“Muoviti ho detto. Non abbiamo tutta la mattina”, disse di nuovo l’uomo.

Andrea gli lanciò uno sguardo freddo, sulle sue labbra un sorriso beffardo. Poi, ancora quel verso.

“Che hai detto?”

“Niente”, rispose lui, le gambe piegate, le mani intente ad allacciare una scarpa. Lo stesso sguardo.

L’uomo voltò il capo dalla parte opposta. Quegli occhi lo atterrivano.

***

Salirono in macchina, il ragazzo dietro, le portiere bloccate.

“Che volete da me?”

“Non ne sai niente, no?”

“Cosa dovrei sapere?”  il tono strafottente, quel suono che si ripeteva a distanza di minuti.

“La smetti?”  disse l’altro irritato. “Ci prendi per il culo? Ti faccio vedere io come ti passa la voglia di scherzare.”

Il ragazzo non rispose. Si allungò sul sedile posteriore e iniziò a dormire.

Nell’auto risuonò una bestemmia.

“Che cazzo”, disse quello che stava guidando.

“Sta dormendo.”

“Non è possibile, finge.”

“Sta dormendo ti dico.”

“Hai bestemmiato tu?”

“Che cazzo dici, non bestemmio. Non vedo l’ora di mollarlo. Questo qua non mi piace per niente.”

“Neanche a me.”

Arrivati davanti alla centrale di polizia, lo fecero scendere dall’auto. Prima di entrare, un uomo in divisa lo perquisì.  “Chi è?”  chiese.

“Il Franzon.”

“Finalmente. Quanto ci avete messo, il commissario lo sta aspettando.”

“È lento e inquietante.”

“Ci penso io. Andate a prendervi un caffè.”

I due uomini si avvicinarono alla macchinetta. Uno dei due girò lo sguardo verso il ragazzo che si incamminava a rilento verso l’ufficio del commissario, accompagnato dall’agente.

“Mi fa venire i brividi”, sussurrò all’altro.

“Mai visto uno che bestemmia quando dorme.”

“È sottile come un’acciuga, ma fa paura.”

***

“Franzon”, disse il commissario ciondolando su e giù nella stanza buia, illuminata da un neon che sfarfallava incerto.

“Perché sono qui?” chiese il ragazzo, un sorriso affilato sulle labbra. “Quei due idioti non mi hanno neanche chiesto il permesso di entrare in casa.”

“Dimmelo tu perché sei qui.”

“E tu chi saresti?”

“Non lo vedi che sei in una stazione di polizia? Sei fuori di testa?”

“Chi cavolo sei allora?” continuò lui.

“Sono il commissario Dubois.” Si accarezzò un baffo ormai grigio stropicciando la punta verso l’alto.

Andrea scoppiò a ridere. “E da dove cazzo arrivi?”

L’uomo, che era in piedi davanti al lui, fece un lento giro intorno al tavolo e si posizionò dietro alle sue spalle.

“Ti stai divertendo, vedo.”  Gli prese la testa per i capelli e gliela spiaccicò sul tavolino.  “Hai voglia di ridere? Te la faccio passare io.”

Il ragazzo non mosse un arto. Girò la testa verso destra e chiuse gli occhi.

Il commissario lo lasciò lì, immobile, e uscì dalla stanza imprecando.

“Cazzo, questo è una flemma. Come può essere un assassino?”

“Non lo so, che ne facciamo di lui?”  chiese un agente.

“Tienilo dentro tutta la notte senza acqua né cibo.”  Alzò in su la testa in segno di riflessione.  “Anzi no. Portagli un panino e una coca cola, ma se ti chiede sigarette digli di fottersi.”

Valeria Zamboni

Valeria Zamboni nasce a Trento. Vive a Lecce fino ai diciannove anni per poi trasferirsi con la famiglia a Torino, dove risiede attualmente.
Nel 2015 pubblica il suo primo romanzo autobiografico “Con la luce dentro agli Occhi”, edito da Robin edizioni.
Frequenta il College Scrivere Holden Over30 presso la scuola Holden di Torino nel 2017 e 2018.
Nel 2025 sceglie di autopubblicarsi sulla piattaforma StreetLib. Il suo romanzo di formazione e di viaggio introspettivo, “Oltrepassando la Pioggia”, viene selezionato dalla Libreria dei Self-Publisher del Salone Internazionale del Libro di Torino nel 2025 e nel 2026. Dal mese di maggio, “Beyond the rain”, versione inglese di “Oltrepassando la pioggia” è disponibile sui principali canali online.
Torna alla narrativa con un giallo, “L’ultimo sussulto”, che si sforza di investigare l’inafferrabile conflitto tra mente e corpo.