Il Thriller Café oggi vi porta in un lungo viaggio intercontinentale con “La panacea di Pimentel” di Riccardo Franzoni, thriller geopolitico incentrato sullo spietato mondo dei narcos messicani e gli inconfessabili segreti dell’intelligence internazionale.
Siamo nel 2013. Mario González Pimentel è un giornalista spagnolo che vive e lavora in Messico. Il suo mestiere è raccontare la verità, ma quando la verità tocca gli affari dei narcos, il prezzo da pagare diventa altissimo. Costretto a una fuga precipitosa, Mario si rifugia a Cuba, cercando di sparire dai radar e di tagliare i ponti con il proprio passato.
Pochi mesi dopo, rintracciato inaspettatamente da un amico legato alla CIA, Mario capisce di essere ancora un bersaglio. È costretto a una nuova, rocambolesca fuga, questa volta accompagnato da Sergio De Castro, un ex professore di Lettere e Filosofia allontanato dall’insegnamento a causa delle sue idee anti-castriste. I due approdano in Spagna, con alle calcagnaun misterioso e implacabile sicario.
Mentre cerca di sfuggire al killer, Mario scopre però che la caccia non deriva solo dall’articolo sui cartelli. Le radici di questo complotto affondano a trent’anni prima, nel cuore dell’Africa, dove un medico aveva fatto una scoperta straordinaria: una pianta in grado di risolvere uno dei più gravi problemi della società moderna. Una vera e propria “panacea” il cui impatto geopolitico ed economico potrebbe far crollare imperi e governi. Costretto a correre contro il tempo attraverso tre continenti, Mario dovrà fare appello a tutto il suo fiuto investigativo, ricomponendo i pezzi della propria vita e ritrovando, tra le ombre, anche la sua vecchia fiamma, Leonor.
Questa, in breve, la storia che racconta “La panacea di Pimentel”, un thriller on the road che sotto l’impianto action solleva dilemmi etici: fino a che punto si possono spingere corporazioni, governi e agenzie di intelligence per mantenere lo status quo e insabbiare una cura miracolosa?
Se siete amanti di complotti internazionali e indagini giornalistiche, questo libro potrebbe essere la vostra prossima lettura. Continuate l’approfondimento qui a seguire con le nostre domande all’autore e un breve estratto.
Due domande all’autore
Come è nato questo libro?
Ho sempre provato interesse per la scrittura ma non ho mai trovato l’incipit per inforcare la penna. A un certo punto della mia vita mi sono accorto di due cose. Avevo viaggiato abbastanza, almeno per certi standard, e non mi bastavano le fotografie scattate per ricordare e apprezzare i luoghi visitati, per fissare nella mente le emozioni e le atmosfere ritrovate. Così ho deciso di mettermi a scrivere.
Questo romanzo è il mio primo lavoro e gli voglio bene. Parla di Mario González Pimentel e dei suoi viaggi, una scusa per raccontare i miei. Racconto dei luoghi che più mi hanno colpito. Cuba, che non ho ancora avuto la fortuna di vedere ma è come se ci fossi già stato, Spagna, Italia, Portogallo, Turchia, Irlanda, Sudafrica, Danimarca, Scozia. Questa la cornice.
È una storia che si dipana in poche settimane e in molti posti diversi. Mario è un giornalista globetrotter che è costretto a scappare dal luogo in cui vive a causa di un articolo che ha scritto. Poi si scopre che nulla è come sembra…
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Grazie a descrizioni vivide e immersive, il lettore si trova catapultato direttamente nell’atmosfera del racconto. Un viaggio reale e dell’anima che, tra intrighi e colpi di scena, soddisfa la fantasia di chi ama esplorare il mondo.
Estratto
Valencia, quindici anni prima
Il ragazzo non aveva molti amici, anzi, si può dire che non ne avesse per niente, escludendo il gruppetto con cui si trovava tra i vicoli del Carmen o in Plaza de la Reina per tirare due calci al pallone. A volte il suo bighellonare lo spingeva anche oltre la città, fino all’Albufera, a El Palmar, il villaggio di pescatori sulle sponde del lago. Era un solitario, si trovava bene solo in mezzo agli sconosciuti, tra persone alle quali non doveva niente e che non si aspettavano niente da lui. Abitava in Plaza Redonda, in un appartamento dignitoso al primo piano di quella che si poteva considerare, più che una fila di appartamenti posti su più livelli circolari, una galleria del teatro. Dalle finestre di casa sua si scorgeva il campanile di Santa Catalina. Anzi, era proprio l’unica costruzione che si vedeva, l’unica che spiccava oltre i palchi e le gallerie del teatro. Ma il ragazzo voleva vedere di più. Per questo, conseguito il diploma di maturità, era finalmente libero dalla promessa fatta alla madre e pronto a partire. Non aveva mai conosciuto il padre, un commerciante, né la madre gli aveva granché parlato di lui. D’altra parte era il frutto di una breve relazione che si era già conclusa prima ancora di accorgersi di essere incinta. Il primo passo fu Madrid, al Centro de selección de la Delegación de Defensa. Passata la selezione venne trasferito a Cadice per l’addestramento di base. Era finalmente nella Legión Extranjera Española. Fu così che firmò per la ferma di tre anni e si conquistò un lavoro per il quale si scoprì particolarmente tagliato. Nel 1999 era in Kosovo, nel 2001 in Afganistan. Alla fine dei tre anni però non rinnovò la ferma, la vita del soldato non faceva più per lui. Aveva altri progetti e si trovò ad accettare la proposta di Miguel, un suo ex commilitone che aveva lasciato la Legione l’anno precedente. Fu così che negli anni successivi riempì il suo passaporto dei timbri più esotici. Colombia, Medio Oriente, Nigeria, Yemen, Somalia, Congo, Venezuela e tante altre zone calde del Globo.
Si scoprì un ottimo contractor, in un certo qual modo faceva le stesse cose che nella Legione, solo che adesso le faceva per conto suo selezionando gli obiettivi e le missioni. Era diventato quel che si dice un imprenditore di se stesso. Aveva scelto lo sbocco più naturale alla sua carriera di soldato, la via che la maggioranza dei suoi colleghi sceglievano di intraprendere una volta lasciato l’esercito. Lavorava per multinazionali sparse nelle zone calde del mondo, persino per i governi stranieri che spesso trovavano più conveniente arruolare mercenari piuttosto che dispiegare il proprio esercito in guerre segrete o sporche. Non rimaneva mai senza lavoro. Aveva solamente l’imbarazzo della scelta. E, almeno all’inizio, le scelte erano anche fondate su una parvenza di idealismo. Poi gli ideali lasciarono il posto al cinismo, al denaro. Il sangue non aveva più bandiere, non aveva partiti, etnia, classi sociali, età, genere. Il sangue era sangue, era ormai diventato di un colore unico e pertanto lui non faceva più differenziazioni. Quando, molti anni dopo, su proposta di Miguel, ritornò in Spagna per intraprendere un’altra attività, era una persona diversa. Valencia non gli apparteneva più, l’aveva lasciata da ragazzo idealista insofferente e l’aveva ritrovata molti anni dopo da uomo cinico e senza ideali.
«Ciao, Miguel.»
«Benvenuto in Spagna, Víctor.»
Poolbeg Street, Dublino
Al Mulligan’s Pub c’erano già i primi avventori, malgrado non fossero nemmeno le dieci di mattina.
Non era un posto per turisti. I muri ospitavano le storie passate, incorniciate e ingiallite, e la musica era bandita. Lasciava il posto alle chiacchiere sommesse, alla calma degustazione di quel che restava del giorno, qualunque fosse l’ora, e della birra scura. Era una mattina piovosa, ma di quella pioggia leggera che appena si percepiva. L’uomo se ne stava seduto al tavolino vicino all’entrata, intento a sorseggiare la prima pinta di Guinness della giornata.
«Ciao vecchio, posso sedermi?» chiese l’anziano in clergyman che aveva appena varcato la porta del pub.
«Accomodati. Ti faccio portare una pinta» rispose l’uomo, senza nemmeno alzare la testa dal quotidiano.
«Grazie… sempre la cronaca nera sull’Irish Times?»
«Certo. Ognuno ha i propri gusti, prete. Di politica ho fatto il pieno, mi intristisce. La cronaca nera invece mi rilassa.»
«Che hai? Sei più nervoso del solito. A quest’ora è un po’ presto per esserlo, anche per i tuoi standard.»
«Hai ragione, padre James. Ma ne ho qualche motivo.»
«Vuoi parlarne?»
«C’è poco da dire. Due giorni fa ho ricevuto una telefonata da uno spagnolo. Ha riaperto delle brutte ferite che credevo fossero ormai guarite.»
Il barman appoggiò sul tavolino la pinta di birra scura e si scambiò un’occhiata veloce con il prete. Quella mattina non era cosa. Di solito, quando non c’era molta attività, si sedeva volentieri assieme ai due amici a fare quattro chiacchiere. Avevano sempre storie da raccontare. L’occhiata del prete però lasciava poco spazio all’immaginazione. John Bonzo Bonham era in una delle sue giornate storte, e in quelle giornate era meglio lasciarlo stare.
«Sláinte» disse John, alzando il boccale.
«Sláinte!» rispose il prete.
Padre James Duffy, compagno di scuola di John Bonham e suo amico sin dall’infanzia a Tullaroan, Contea di Kilkenny, prima di prendere i voti sembrava essere destinato a ben altra carriera. A metà degli anni Settanta, mentre il suo amico fraterno era impegnato in Africa, James era diventato un poco di buono, un bullo sempre pronto ad attaccar briga. Kilkenny non dava molte possibilità, soprattutto per gente come lui che non aveva né arte né parte, pertanto si era spostato a Dublino in cerca di occasioni e ispirazione. Non ebbe molta fortuna, visto che l’unico incontro rimarchevole capitatogli fu con una banda di teppisti della periferia est della città. L’attività principale consisteva in furti d’auto, impiego che lo portò ben presto a conoscere il carcere. Furono anni di vita sregolata, fatta di piccoli furti, esperienze psichedeliche, equilibrismi per arrivare a sbarcare il lunario, risse e ubriacature. Poi, senza una spiegazione apparente, senza alcun accadimento determinante, smise di fumare e arrivò la vocazione sacerdotale. Fu la sua salvezza.
«Allora… cosa ti tormenta?»
«È la vecchia storia di quando ero in Africa.»
«Ma… parliamo di almeno quarant’anni fa! Non mi dire che hai risvegliato i fantasmi…»
«Facciamo così. Tu la storia la sai già, inutile che te la racconti di nuovo. Questo pomeriggio ho appuntamento con lo spagnolo a Grafton Street, vieni con me e soddisferai la tua leggendaria curiosità.»
Riccardo Franzoni
Riccardo Franzoni è nato a Breno (BS) nel 1971. Dopo la maturità scientifica consegue la laurea in scienze politiche presso l’Università di Pavia e in seguito in economia presso l’Università di Brescia. Successivamente inizia a lavorare nel settore delle risorse umane. Vive in Valcamonica, provincia di Brescia, ed è al suo primo lavoro letterario.
Ama viaggiare, entrare in contatto con l’architettura, la storia e la cultura enogastronomica dei paesi che visita.
Nel tempo libero si dedica al trekking tra le montagne alpine e prealpine della sua Valle, un’attività che gli permette di immergersi nella natura e di trovare anche ispirazione per la scrittura. Ama la storia e la geopolitica.
Sono molti e variegati per stili e generi gli scrittori per lui fonte di ispirazione e di formazione, da Umberto Eco a Leonardo Sciascia, da Andrea Camilleri a Tiziano Terzani.

