Oggi al Thriller Café torna Marcello Rodi, autore romano del quale abbiamo già presentato il precedente romanzo “L’evangelizzatore“. L’editore è ancora Campi di Carta, ma la storia stavolta si sposta di luogo e di focus: in “Jupiter strike” (Menzione speciale al “Giallo Trasimeno 2024” e finalista al premio “Il Delfino 2025“) si gioca a scacchi e la scacchiera è il mondo intero. Se perdi non ti mangiano il Re: scoppia la Terza Guerra Mondiale (o quasi).
Da ex Ufficiale dell’Esercito, Rodi ha un brevetto NATO come pattugliatore a lungo raggio, è stato in Bosnia e si occupa di sicurezza informatica. Insomma, quando scrive di protocolli e minacce, sa di cosa parla.
In questo romanzo c’è un piano. Un piano ambizioso orchestrato che dal Presidente russo per compromettere la dirigenza degli Stati Uniti ai livelli più alti.
C’è una talpa, ovviamente. Un agente di Mosca la cui identità è un fantasma. Nessuno sa chi sia.
Tutto sembra filare liscio per i russi, finché il caso non ci mette lo zampino. Un’indagine dell’FBI, apparentemente slegata, incrocia la strada di una pedina inconsapevole del complotto.
Da lì, scatta il conto alla rovescia. Bureau, CIA, Mossad e gli uomini dell’agenzia Sentinel devono unire i puntini prima che sia troppo tardi, prima che “l’irreparabile” diventi storia.
Se vi piacciono i techno-thriller alla Tom Clancy, dove la geopolitica si mescola all’azione e dove la competenza tecnica dell’autore si sente in ogni pagina, questo potrebbe essere il vostro giro. Ma se volete sapere di più sul libro, ecco a seguire tre domande all’autore e un estratto.
Tre domande all’autore
Com’è nato questo libro?
È nato sull’onda emotiva dello scoppio della guerra Russo-Ucraina e degli innumerevoli problemi sociali che affliggevano (e affliggono tuttora) la società americana. È un romanzo ucronico, scritto alla fine del 2023 che ha come punto di svolta il tentato golpe di Evgenij Prigožin e della Brigata Wagner, rientrato nella realtà ma che nel romanzo innesca una serie di eventi che ovviamente sono di fantasia. In tutto questo scenario si innesta la trama del libro.
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Sicuramente l’intreccio. Nei miei libri mi sono sempre indegnamente ispirato alla scrittura del grande Frederick Forsyth, e al suo amore per gli intrecci e i colpi di scena. Ci sono diverse trame che confluiscono verso il finale della storia, che – a detta di chi ha letto il libro – rendono il lavoro estremamente godibile.
C’è un’impronta politica nella storia di “Jupiter Strike“?
Assolutamente no: malgrado alcuni personaggi siano estremamente riconoscibili, la storia è semplicemente una storia, senza morali o schieramenti di tipo politico. Ho semplicemente preso a riferimento alcuni fatti e protagonisti della scena pubblica per rendere più verosimile il costrutto che viene raccontato, e anche per facilitare il lettore nell’immedesimazione.
Estratto
Glaser e Harmon erano seduti di fronte al loro Capo Sezione, Calvin Burrough, che li squadrava tra l’incredulo e lo sconcertato. «Dunque, in base a questo filmato che mi avete mandato via mail, sostenete di avere le prove del desiderio di Sokolov di disertare? Mi scuserete se vi sembrerò un poco scettico». «Signore», rispose Harmon con fare prudente, «se osserva attentamente nel riquadro le posizioni della mano destra, noterà che alcune di queste sembrano simili, ed alcune addirittura bizzarre, come quella in cui tiene le dita raccolte nel pollice con il solo mignolo esteso: quella è la lettera “I” dell’alfabeto esperanto dei segni. È stata quella che mi ha illuminato, perché come potrà vedere, la “C”, la “E” e la “O” sono pressoché identiche e le altre lettere…». «Va bene, ho capito!», interruppe Burrough, spazientito. «E secondo voi, cosa avrebbe voluto comunicarci Sokolov?» «La parola defection, diserzione!» rispose Glaser. Quella risposta piombò nell’ufficio come un macigno. Quel tipo di operazione, se autorizzata, poteva diventare l’incubo di qualunque dirigente della CIA: estrarre un disertore, e non uno qualunque ma il Capo di Stato Maggiore russo, in tempo di guerra, da una nazione vasta come la Russia, attraversando l’Europa militarizzata e in incognito poteva essere il preludio a un disastro diplomatico e politico di dimensione biblica. Il cervello di Burrough lavorava a tutta velocità: e se fosse un trucco di Ruskin per compromettere gli USA a livello internazionale? Se fosse un’operazione russa sotto falsa bandiera, in cui un disertore fornisce informazioni inaffidabili per depistare la politica estera americana? E se tutta l’operazione si fosse rivelata un gigantesco fallimento come Eagle Claw nel 1980? O Zapata nel 1961? E ricordava bene il casino scoppiato in Italia nel 2003 per un’operazione analoga, il rapimento di Abu Omar. Di certo la decisione non spettava a lui, ma se qualcosa fosse andato storto, oltre a quella di chi aveva autorizzato il tutto sarebbero cadute anche la sua di testa, e quella dei due analisti che aveva di fronte.
Presentazione
Marcello Rodi
Marcello Rodi è nato e vive a Roma. Ex-Ufficiale dell’Esercito, dopo aver conseguito il brevetto di “Pattugliatore Internazionale a lungo raggio” (ILRRPs) per la NATO, si è qualificato come Analista di Sistemi, ed ha maturato una notevole esperienza nel campo dell’informatica e della sicurezza delle informazioni.
È stato impiegato in Bosnia per conto dell’Unione Europea e presso la NATO. Nel suo curriculum vitae anche una laurea in Scienze Biologiche, ed esperienze radiofoniche e televisive con network nazionali.
E’ appassionato di sport, cinema, informatica e tecnologia.
“Jupiter Strike” ha ottenuto una menzione speciale dalla giuria nel Concorso Nazionale Giallo Trasimeno (2024) ed è stato finalista nella XXIII edizione del premio letterario “Il Delfino” (2025).