Intervista a Eva Convertino e Alberto Mingardi
Oggi ospitiamo al bancone del Thriller Café Eva Convertino ed Alberto Mingardi, che hanno insieme scritto “Yūgen – mistero sul Canal Grande”, Bompiani Editore, un magnetico thriller ambientato a Venezia.
[Federica Cervini]: Benvenuti, Eva e Alberto. Per cominciare descriveteci il singolare procedimento di scrittura a quattro mani: come vi siete organizzati per la stesura di “Yūgen – mistero sul Canal Grande”, per la creazione della trama e dei personaggi?
[Alberto Mingardi]: È una domanda che ci fanno spesso. Si pensa che un libro debba venire «di getto» dalla penna di un autore. Ma in realtà, soprattutto se un poliziesco è fatto di colpi di scena e cambi di prospettiva (come vorremmo fosse “Yugen”), confrontarsi e discutere può solo far bene. Quasi tutte le trovate originali del romanzo sono di Eva, che è la vera romanziera – ma sui personaggi ci siamo molto confrontati.
[Eva Convertino]: Posso dire che lavorare a quattro mani è stato stimolante. In alcune occasioni ci siamo trovati in disaccordo, ma ci siamo confrontati, e talvolta anche impuntati, per raggiungere determinati standard. Le discussioni hanno riguardato soprattutto i personaggi e in particolare quello di Alteri: io desideravo trasformarlo a tutti i costi in un eroe tragico, mentre Alberto lo preferiva più simpatico e impacciato.
Il risultato è stato imprevedibile e inaspettato.
[FC]: «L’invidia è il più umano dei sentimenti, ma è il più stupido»: cosa mi dite di amore e odio?
[AM]: È una domanda che sarebbe bello fare ai lettori di Yugen, prima e dopo la lettura.
[EC]: Concordo con Alberto. Credo che una delle riflessioni che maggiormente emerge dalla lettura di Yugen sia come l’amore possa presentarsi sotto molteplici aspetti, fino a diventare talvolta una forma d’odio.
[FC]: In tutto il thriller riecheggia la musica di Madama Butterfly: che rapporto esiste a vostro parere tra lirica e genere thriller?
[AM]: L’opera ottocentesca è piena di trame che oggi chiameremmo thriller: complotti, omicidi su commissione, identità nascoste, cadaveri da far sparire, delitti passionali.
La lirica si gioca sulla suspense: per citare Hitchcock, lo spettatore sa che c’è una bomba, i personaggi no.
Ma ovviamente l’opera è qualcosa che si ascolta e si riascolta.
Un thriller invece deve stupire alla prima lettura e poi forse non ci si ritorna più (Fruttero e Lucentini, Scerbanenco e pochi altri esclusi), ma deve lasciare qualcosa, almeno un accordo di qualche nota, per farsi ricordare.
[EC]: La Butterfly era la colonna sonora perfetta per questa storia: il Giappone, Cio Cio-san come Mikoto, un amore impossibile destinato a una fine tragica.
Quando scrivo, la musica mi accompagna sempre: mi aiuta a immaginare e a sentire le emozioni che voglio raccontare.
Credo che la lirica si adatti al thriller, perché ha la capacità di creare emozioni potentissime, che passano da momenti di romanticismo ad altri di suspence e ansia.
La tensione dei lettori, così come quella del pubblico a teatro, si lega indissolubilmente alle sensazioni che le parole e la musica riescono a infondergli.
[FC]: Parlateci delle tre donne del thriller che il commissario Ivano Alteri ama, seppur in modo diverso: V, Rebecca e Altea.
E poi anche di Mikoto: come queste quattro donne, e la bellezza di ciascuna, interagiscono con il protagonista e contribuiscono alla creazione della trama?
[AM]: Se, come spero, i personaggi femminili sono un po’ meno bidimensionali di quanto spesso accade, è merito della coautrice, quindi meglio se risponde Eva.
[EC]: Alberto mi attribuisce troppi meriti. In realtà, non mi considero particolarmente brava a scrivere di personaggi femminili: preferisco quelli maschili e ho la presunzione di pensare di riuscire a costruirli meglio.
Proprio per questo, dare vita a queste quattro donne è stata una sfida.
Mikoto è nata per prima, seguita da Altea.
Sono personaggi che ho immaginato quasi spontaneamente: emergevano poco a poco, trovando il loro posto nella storia man mano che la costruivamo.
Più complicato è stato creare Rebecca: avevo bisogno di una donna forte, affascinante e bellissima, così ho fatto una cosa molto semplice: ho descritto la mia donna ideale.
Infine è arrivata V, il cui personaggio prende spunto da una storia vera, che ho poi rielaborato attraverso la mia immaginazione.
Sono quattro donne profondamente diverse, con caratteri, desideri e volontà propri – eppure tutte, in modi differenti, finiscono per essere legate allo stesso uomo.
Alteri, infatti, possiede una qualità piuttosto rara: dietro un aspetto rude nasconde una bontà d’animo profonda e sincera.
È un uomo capace di andare oltre le apparenze, di ascoltare e di comprendere, e forse è proprio questo che permette a donne così diverse di fidarsi e di instaurare con lui un legame.
Del resto, credo che siano proprio le contraddizioni a rendere interessanti i personaggi: ciò che mostrano al mondo non sempre coincide con ciò che custodiscono dentro di sé.
E Alteri, in fondo, non fa eccezione.
[FC]: Teatro Kabuki e Teatro Nō: come vi siete documentati circa queste due tradizionali forme di espressione giapponese?
[EC]: La passione per il Giappone fin dalla prima adolescenza e lo studio del teatro ai tempi dell’università mi hanno fatto entrare in contatto con queste due forme d’arte.
Il Kabuki, uno spettacolo più vivace e destinato a un pubblico della classe emergente, è spesso citato anche nella cultura popolare giapponese: se ne parla in film, anime e manga per esempio, e per questo poteva risultare familiare ai più.
In realtà però è il Nō che abbiamo preso maggiormente come riferimento: un’espressione più sofisticata e poetica, che meglio si adatta all’idea di Yugen e di quello che volevamo esprimere nella nostra storia.
[FC]: Descriveteci il simpatico rapporto tra il commissario Alteri e l’ispettore Scania.
[AM]: È un po’ un cliché. C’è l’eroe e la sua spalla.
Holmes e Watson, Topolino e Pippo, si parva licet Alteri e Scania. Ma ogni Don Chisciotte (e Alteri un po’ Don Chisciotte si sente) ha bisogno di un Sancho Panza che lo riporti con i piedi per terra.
[EC]: Scania nelle prime versioni era in tutto e per tutto un personaggio comico, che faceva uscite a sproposito e combinava solo guai – ma con il tempo e le revisioni ci siamo resi conto che il legame tra l’ispettore e il commissario era molto più profondo e autentico, fatto di sostegno e stima reciproca.
È quindi sì una spalla, ma è anche un po’ grillo parlante, l’angioletto buono sulla spalla pronto a ricordare al nostro eroe cosa è giusto e cosa non lo è.
[FC]: Che progetti avete per il futuro dal punto di vista della scrittura?
Possiamo immaginare che ci regalerete una serie con protagonista il commissario Alteri?
[AM]: Mai porre limiti alla Provvidenza, anche se la parola «serie» suona minacciosa.
Speriamo che il libro piaccia e che qualcuno si affezioni ai suoi protagonisti come ci siamo affezionati noi.
[EC]: Il supporto dei lettori è tutto!
Io sono di parte, mi sono legata talmente tanto al commissario Alteri che la parola serie non mi spaventa, quello che forse spaventa è mantenere degli standard elevati che non deludano il pubblico.
Non so se diventerà una serie, ma qualche idea per un seguito ce l’abbiamo già.

