Il Protocollo dei Sopravvissuti – Stefano Lampasona

Il Protocollo dei Sopravvissuti – Stefano Lampasona

Redazione
Protocollato il 3 Settembre 2026 da Redazione
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Nuova segnalazione oggi al Thriller Café, con un thriller psicologico e distopico ambientato nel cuore della provincia di Salerno: “Il Protocollo dei Sopravvissuti” di Stefano Lampasona.

Il libro ci trasporta in un mondo il cui collasso inizia con la sparizione di una compagnia quotidiana e scontata: il segnale televisivo salta per sempre, lasciando uno schermo nero e il caos a fare da padrone. L’infrastruttura sociale crolla rapidamente e la gente inizia a dare sfogo a una rabbia cieca, animalesca, un’ondata di violenza primordiale che fa saltare ogni freno inibitorio e trasforma i vicini di casa in macchine e allo stesso tempo carne da macello.

In mezzo a questo inferno, il protagonista è un cinico ingegnere. Uno di quelli razionali, che non cede all’isteria e affronta la fine del mondo come farebbe con un cantiere o un problema strutturale: applicando una logica procedurale spietata. L’uomo blinda un condominio e mette in piedi un piano di sopravvivenza rigoroso, basato su razionamenti calorici al milligrammo, scorte di fagioli in scatola, accessi contingentati e un completo congelamento delle emozioni. La sua scommessa è trasformare la vita in un calcolo privo di variabili ed errori.

Ma nell’isolamento forzato del palazzo la disciplina scivola rapidamente nella paranoia, il rispetto delle regole si trasforma in un’ossessione fanatica e la razionalità si indurisce in spietatezza.

L’ingegnere si trova così a dover gestire la variabile più letale e imprevedibile di tutte: l’umanità dei sopravvissuti. Attorno a lui si stringe un micro-ecosistema di personaggi imperfetti e vitali — dalla fredda lucidità di Diana alla lealtà viscerale e ruvida di Ciro, fino alle battute al vetriolo di Aurora. I reclusi capiranno a loro spese che si possono rinforzare le paratie e blindare i portoni, ma è impossibile sigillare fuori la follia, il senso di colpa e il peso morale delle decisioni più Atroci.

Portandoci in una apocalisse a km zero, tra i pianerottoli, i garage e i condomini di un paesino salernitano come tanti altri, il romanzo di Lampasona è un survival thriller con forti contaminazioni di thriller psicologico. Una storia fatta di decisioni atroci e silenzi pesanti, che dimostra come, quando il mondo va offline, la variabile più pericolosa rimanga sempre la mente umana.

Se l’introduzione vi ha incuriosito, proseguite l’approfondimento con le nostre tre domande all’autore e un breve estratto.

Tre domande all’autore

Com’è nato questo libro?
È nato da una profonda insofferenza per le assurdità, i buchi di trama e i cliché della narrativa americana, dove i personaggi sono macchiette standardizzate di cui intuisci le mosse dopo cinque minuti. Mi sono chiesto cosa succederebbe se a fronteggiare il crollo delle infrastrutture non ci fossero eroi hollywoodiani invincibili, ma persone comuni, la gente che incrociamo ogni giorno tra le strade della nostra vita.
Nel mondo reale le dinamiche girano in modo del tutto diverso e le azioni imprevedibili sono la norma. Per questo ho affrontato la stesura come un esperimento mentale iperrealistico, studiando al millimetro ogni singola azione, ogni pensiero e ogni reazione psicologica di ciascun personaggio per renderlo il più adiacente possibile alla realtà.

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Quello stato d’ansia continuo, il senso di claustrofobia e il gioco con i momenti di calma. Nel libro ho voluto costruire un ritmo che culla il lettore nei momenti di stasi apparente: ci sono fasi in cui la narrazione sembra adagiarsi e i personaggi provano a rifiatare, illudendo chi legge che il peggio sia passato. È proprio lì che arriva la stoccata, la virata improvvisa di tensione e il dramma che travolge le poche certezze rimaste. Gli appassionati del genere ameranno questo saliscendi emotivo, dove la quiete è soltanto la parentesi che precede un impatto ancora più duro.

Perché ambientare un thriller di sopravvivenza nella provincia italiana invece che in una grande metropoli?
Perché il personaggio di provincia è rude, diretto e privo di filtri. Molta narrativa ci ha abituati a una gestione pulita, quasi empatica e rassicurante dei drammi umani, ma nella realtà locale le cose non vanno affatto così. Volevo rompere questo schema mettendo in scena personaggi alla mano, persone reali che il lettore può riconoscere e in cui può identificarsi immediatamente. Ambientare l’emergenza tra i vicoli che conosciamo e con volti familiari serve a stabilire un contatto viscerale con chi legge: quando vedi che la facciata di cortesia del vicinato crolla e le reazioni diventano spietate, il thriller smette di essere una storia distante e diventa un’esperienza intima.

Estratto

Il pannello LED da cinquantacinque pollici appeso al muro passò bruscamente dalle immagini del telegiornale a una schermata nera con la scritta Assenza di segnale.
Un attimo prima il giornalista parlava con la voce incrinata, lo sguardo perso oltre l’obiettivo come se cercasse una via d’uscita dietro la telecamera; un attimo dopo, il vuoto digitale. Il mondo si era spento con la stessa transizione netta di un cambio scena venuto male, lasciandoci a fissare i nostri riflessi sul vetro scuro.
Rimasi fermo contro lo stipite della porta. Se c’era una cosa che i film e le storie mi avevano insegnato, è che la fine del mondo non arriva mai con i titoli di coda e una colonna sonora orchestrale. Arriva così, come quando salta la corrente sul più bello e ti rendi conto che non avevi salvato la partita.
Mia madre entrò dal corridoio guardando lo schermo del telefono, muovendo il pollice sul vetro con l’ostinazione di chi spera che un’ennesima ricarica della pagina possa rimettere a posto le cose.
«Non cammina niente qua sopra, non c’è proprio linea. Se la gente non capisce che sta succedendo, fuori succede il finimondo, già stanno tutti esauriti di loro. Ma tu hai capito che hanno detto in televisione prima che si spegnesse?»
In realtà, la connessione andava a singhiozzo già da martedì. In paese avevamo incolpato tutti il provider locale o il solito temporale sul golfo, ma era l’intera infrastruttura che stava tirando le cuoia un pezzo alla volta. Esattamente come i pronto soccorso di Napoli e Salerno, intasati da giorni per quel “picco anomalo di influenza aggressiva” che i telegiornali avevano derubricato a normale amministrazione fino a quella mattina. L’annuncio di due minuti fa non era l’inizio di qualcosa; era solo l’ammissione di un fallimento già registrato.
«In breve? Sembra la trama di un film horror, ma senza gli effetti speciali belli», dissi, senza staccarmi dalla parete. «I morti hanno deciso che restare sotto terra era una scelta superata. Hanno preferito il rientro in società.»
Mia madre mi guardò stringendo le labbra, con quel misto di sfinimento e rimprovero che usava quando pensava che stessi prendendo la vita come l’ennesimo livello di un gioco.
«Finiscila con queste fesserie, per favore, non è il momento. Parla seriamente.»
Dalla stanza da letto arrivò mio padre. La camminata era quella solita, dritta da ex militare che non ha mai accettato l’idea della pensione, ma in mano aveva già una confezione di disinfettante spray e la scatola delle mascherine avanzate da anni. Per lui, la parola «virus» non evocava uno scenario fanta-horror, ma il ritorno di un fantasma preciso: lo spettro del 2020, i mesi passati a litigare sul terrazzo per una boccata d’aria e la fobia delle buste della spesa da strofinare con la candeggina. Quella vecchia pandemia lo aveva crepato dentro, lasciandogli un’ossessione per l’ordine igienico che si era riattivata prima ancora che il televisore diventasse nero.
«Un virus? Hanno detto se è nell’aria o si trasmette per contatto?» Le sue parole uscirono veloci, tagliate con l’accetta, mentre i suoi occhi scansionavano il corridoio. «Se c’è il rischio di un’infezione dobbiamo isolare subito gli ingressi. Mettiti le scarpe e non toccare la maniglia del bagno, ci ho appena passato l’alcol.»
«Pa’, se quelli vengono a cercarti per pranzo, l’alcol sulle mani gli serve solo come condimento», dissi, raddrizzando la schiena.

L’autore

Stefano Lampasona è un ingegnere civile campano cresciuto tra la concretezza delle opere pubbliche e la passione per la narrativa di genere. Abituato a misurarsi ogni giorno con cantieri, strutture e norme tecniche, trasporta la stessa visione clinica e spietata nella scrittura. Il suo sguardo rifiuta l’eroismo patinato per concentrarsi sui punti di rottura reali, analizzando cosa succede quando le certezze della vita quotidiana crollano e la natura umana viene messa a nudo.
Sospeso tra l’Emilia Romagna e la Campania, divide la sua vita tra il rigore della professione e la stesura di storie iperrealiste. Già autore del romanzo “Player One su strada” e di testi tecnici di settore, con “Il Protocollo dei Sopravvissuti” dà forma a una scrittura cruda, logica e priva di sconti sentimentali.