Il collezionista di ebrei – Michele Concezzi

Il collezionista di ebrei – Michele Concezzi

Redazione
Protocollato il 25 Settembre 2026 da Redazione
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Al Thriller Café presentiamo oggi il romanzo di esordio di Michele Maria Concezzi, “Il collezionista di ebrei“, che ispirandosi a un fatto di cronaca reale ci porta in una Roma che sa nascondere le sue cicatrici sotto strati di polvere e scirocco. Dai vicoli del Ghetto alle banchine desolate del Tevere, un racconto che fa riemergere il fantasma mai sopito dell’antisemitismo, dimostrando come il passato non sia mai davvero passato, ma attenda solo il momento giusto per tornare a galla.

Ester è una cronista di nera segnata da due eventi: l’attentato alla Sinagoga del 1982 e quello all’aeroporto di Fiumicino del 1985. Tragedie che hanno spezzato l’innocenza di una generazione, lasciando cicatrici invisibili e profonde su chi è sopravvissuto.

Nel 2007, il  ritrovamento di alcuni resti umani nelle periferie dimenticate della Magliana riapre i conti con il passato. Per le forze dell’ordine si tratta dell’ennesimo caso senza nome destinato ad affondare nella burocrazia; per Ester, invece, è l’inizio di un’intuizione pericolosa. Connettendo frammenti di cronaca e ferite della propria comunità, la giornalista ipotizza l’ombra di un serial killer mosso da un cieco odio antisemita: un collezionista di ebrei che agisce indisturbato da decenni.

La caccia alla verità si trasforma così in un cortocircuito tra memoria e presente, con la vita privata di Ester e i suoi ricordi che s’intrecciano inevitabilmente con l’indagine. Al fianco dell’ispettore Lofoco, tra depistaggi, vicoli ciechi e rivelazioni scottanti, riuscirà la giornalista a risolvere il mistero?

Come accennato in apertura, il libro di Concezzi parte da un reale fatto di cronaca: il ritrovamento nell’estate 2007 di una serie di ossa umane appartenenti a cinque diverse persone, morte nell’arco di vent’anni tra il 1986 e il 2006. L’ipotesi che fossero state uccise da un serial killer non è mai tramontata, ma le indagini furono chiuse nel 2011 e al possibile assassino, a cui è stato attribuito il nome di “collezionista di ossa della Magliana“, non è stato però mai dato un nome, né un movente.

E se le cose nella realtà fossero andate proprio come raccontato ne “Il collezionista di ebrei“? Chissà. Intanto se volete approfondire il romanzo, qui a seguire trovate le nostre consuete domande&risposte all’autore e un breve estratto.

Due domande all’autore

Com’è nato questo libro?

L’idea di questo giallo nasce dalla curiosità che mi ha ispirato sin dall’inizio il macabro ritrovamento dello scheletro della Magliana del 2007, un caso poi rimasto insoluto. Ho pensato di scriverlo perché secondo me non è mai stata data la giusta importanza alla possibile pista di un movente antisemita. Da qui la scelta di trasformare il “collezionista di ossa” in un “collezionista di ebrei”, immaginando un serial killer che seleziona le vittime in base al cognome, mosso da un odio antisemita che attraversa decenni di storia italiana.

Cosa i lettori potrebbero apprezzare di più, nel libro?

Credo Ester, la protagonista. Oltre ad essere ebrea, è cronista di nera, ha una vita sentimentale molto movimentata e anche un vissuto personale complicato. È stata testimone ad esempio dell’attentato alla sinagoga dell’82, cosa che le dà una sensibilità particolare anche in merito a questo enigma.

Estratto

11 aprile 1994 – La donna nell’armadio
“Per poco non mi prendono. Guarda se per un’ebrea devo finire dentro!”
Era tornato a Talenti, sul tardi, per recuperare il corpo sigillato nell’armadio, ma questa volta non aveva calcolato tutto, aveva trovato lì degli ospiti indesiderati e non previsti. Ormai la troppa sicurezza gli aveva fatto commettere l’imprudenza di non studiare la situazione, o meglio, anzi peggio, lo aveva fatto solo superficialmente, si era limitato a constatare che la vittima prescelta vivesse da sola. Ma questo non voleva dire che fosse realmente sola e infatti parenti e amici si erano messi a cercarla praticamente da subito, insospettiti dal suo strano silenzio, la sera infatti era solita fare il suo giro di chiamate. Aveva scelto la vittima a caso, dall’elenco telefonico: aveva uno di quei cognomi romani ebrei, nomi di città perlopiù del centro Italia, e questo bastava. Poi poteva essere pure convertita, buddista, musulmana o atea. Questo sì l’aveva studiato, scegliere a caso purché fosse un ebreo o lo sembrasse. Al massimo poteva scegliere le proprie vittime tra gli ultimi trasteverini o monticiani rimasti, i soli altri che reputava abbastanza romani quasi quanto gli ebrei.
Le prime vittime erano state conoscenti, un grosso azzardo perché questo comportava il rischio di essere annoverati tra i sospettati, cosa che in realtà non era mai accaduta. Una vittima fu perfino un collega. In un altro caso addirittura, con grande sicurezza in sé stesso e sprezzo del pericolo, si era voluto togliere una svogliatura intraprendendo una relazione extraconiugale con quella che aveva già individuato come sua futura preda. D’altronde era un uomo di successo e, anche se bruttino, il successo e il denaro gli donavano un certo fascino. Così vista la mal parata se ne tornò verso casa. Mentre si dirigeva verso il suo attico del Fleming, signorile quartiere residenziale di Roma nord, passando come di consuetudine sotto il ponte di Corso Francia, non poteva non alzare lo sguardo per leggere il graffito “Ti amo Costanza ma senza speranza” e ogni volta, ma proprio ogni volta, gli veniva il magone pensando a quella ragazzina esile a cui per anni non era mai riuscito a dire niente, solo sguardi reciproci e la promessa a se stesso che l’indomani avrebbe fatto il primo passo. Intanto gli anni passavano, finché un giorno, ad almeno dieci anni da quel colpo di fulmine tra quattordicenni, si incontrarono per caso. Lei spingeva un passeggino con accanto quello che doveva essere il marito. Solo quel giorno gli fu chiaro che era finita, anzi che non era mai iniziata. Il suo pensiero però passava subito alla sua di moglie e al figlio, da crescere col metodo Montessori. Lei bella e bionda, come tutte in zona, però lei bionda lo era davvero, era quasi ariana, suo nonno era tedesco e lei sembrava proprio che avesse ripreso da lui. Era una psichiatra psicoterapeuta.
Si tranquillizzava sempre pensando a sua moglie, sapeva quali corde toccare per rimetterlo in sesto e sapeva sempre trovare la chiave per fare passare i suoi mostri. Appena parcheggiata la BMW Serie 7, nel suo posto riservato nel cortile dell’elegante condominio, incontrò Asuncion, la domestica filippina scesa con il cane per la passeggiata. Lei era l’unica della famiglia a non potersi sottrarre a questa incombenza, e tra l’altro era anche l’unica che raccogliesse i bisogni di Whisky, anche se tutta la famiglia, mentendo, si vantava di farlo regolarmente, come se fosse chissà quale merito.
“Lascia Asuncion, oggi ci penso io”, aveva bisogno di Whisky per parlare con qualcuno che non potesse rivelare le sue confessioni e tradirlo. “Grazie signore.”
Eppure, l’ansia che lo assaliva non era quella di aver lasciato un cadavere nell’armadio ed essere stato quasi scoperto, o di aver lasciato qualche traccia e non era neanche quella di aver ucciso un essere umano, per queste preoccupazioni c’era Flaminia, la moglie. Whisky gli serviva per placare il senso di colpa di aver tradito ancora una volta la sua consorte. Il solo pensiero che “la Flami” lo avesse potuto scoprire gli fece tremare le gambe e avere capogiri. Il senso di colpa lo stava ossessionando e gli faceva distorcere la realtà, più ci pensava e più gli venivano in mente possibili catastrofiche conseguenze ai suoi amplessi. A Manfredi, per esempio, il piccolo di casa, era venuto l’herpes proprio come successo a lui qualche giorno prima. I pensieri lo assalivano, la sua mente scansava la ragione, pensava che le pustole del figlio forse non erano herpes, ma AIDS. Si, doveva essere proprio così ed era tutta colpa sua. Sicuramente era stato lui a contrarre l’HIV con una delle sue amanti e Manfredi con quel vizio di usare il bagno del padre magari aveva usato il suo spazzolino contagiandosi a sua volta, l’herpes doveva essere solo un primo sintomo. A quel punto pensava di aver unto anche la moglie, visti i loro rapporti sessuali piuttosto regolari che in genere avvenivano il sabato mattina prima di uscire per le solite commissioni del fine settimana.
Anche se il sesso tra loro non era un granché, si erano imposti di farlo con cadenza regolare e di non trasgredire mai a questa regola.
Ormai ne era praticamente sicuro, si andava convincendo di aver contagiato tutta la famiglia e ormai quella che poteva essere una paranoia passeggera, nella sua testa era fisso e reale come un referto medico che non lasciava spazio a dubbi. Aveva condannato la famiglia intera a una malattia e che malattia! Avrebbero sofferto le pene di una malattia severa, per cui ancora non c’era una cura, e soprattutto non avrebbero retto allo stigma sociale! Lui non sarebbe più andato al circolo e avrebbe venduto la cabrio. A quel punto non gli restava che il suicidio. Sì, ma come suicidarsi senza soffrire? Soprattutto, come suicidarsi senza destare sospetti di adulterio e senza rischiare che potesse venire fuori che l’untore fosse stato proprio lui? La sua mente era completamente impossessata da questi pensieri, solo un grosso escremento di Whisky lo riuscì a distrarlo da quel groviglio di pensieri malati. Cominciò a guardarsi intorno per vedere se ci fosse qualcuno nei paraggi che potesse vederlo e scoprirlo a lasciare escrementi in giro e dopo aver attentamente analizzato anche l’eventuale presenza di qualcuno dietro le tende di qualche finestra, decise, suo malgrado e con grosso sacrificio, che era meglio non correre rischi e raccogliere il malfatto del suo cane.

L’autore

Michele Concezzi, romano, classe 1976. Laureato in Storia, dopo una lunga esperienza come responsabile degli eventi per una società operante nel settore dei beni culturali, ora lavora nel mondo della comunicazione per un’agenzia di stampa nazionale come business developer. Proprio come Ester (la protagonista del suo romanzo d’esordio), vive nel quartiere di Monteverde a Roma.