Hagalaz – Simona DP Flamenca

Hagalaz – Simona DP Flamenca

Redazione
Protocollato il 21 Luglio 2026 da Redazione
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Al Thriller Café oggi presentiamo un romanzo che mescola crime e mitologia norrena.

Hagalaz“, di Simona DP Flamenca, è un thriller psicologico che nasconde dietro i meccanismi del genere letterario un nucleo purtroppo autentico, parlandoci di violenza di genere in modo spietato, senza forme di pietismo o vittimismo romanzato. Volete capire meglio se sarà la vostra prossima lettura? Iniziamo dalla trama…

Marcus è un giornalista madrileno specializzato in cronaca nera, ma ancora più che il dramma dei casi di cui scrive, il suo vero fardello è un dono non richiesto, una maledizione che gli squarcia la mente come schegge di vetro. Ha continue visioni di un futuro imminente: volti di donne sconosciute, intrappolate in relazioni tossiche e perseguitate da uomini che hanno trasformato l’amore in una gabbia e la quotidianità in un campo minato.

Dopo anni passati a soffocare questo potere per costruirsi una parvenza di normalità, l’uomo è costretto ad arrendersi quando una delle sue visioni si concretizza con precisione chirurgica. Affiancato dall’ispettore Enrique, inizia una disperata caccia all’uomo per rintracciare e salvare vite apparentemente già condannate. Ma il prezzo da pagare è devastante: per trovare le vittime, Marcus deve respirare il loro terrore, viverlo sulla propria pelle. E mentre si addentra in questo incubo, emerge un simbolo ossessivo. Hagalaz. La runa norrena della grandine, della distruzione ineluttabile che precede la rinascita.

Questa la storia in breve che “Hagalaz” ci racconta; qui a seguire trovate le nostre tre domande all’autrice e alcuni brevi estratti per approfondire il romanzo ulteriormente.

Tre domande all’autrice

Com’è nato questo libro?
Hagalaz è nato da un urlo silenzioso e da una necessità assoluta di verità. Dietro i meccanismi spietati del thriller psicologico si nasconde un nucleo drammaticamente reale: la storia della protagonista, Sol, ricalca una ferita e un’esperienza di sopravvivenza che mi appartengono profondamente. Per anni ho custodito questo dolore, finché ho capito che la finzione narrativa poteva diventare l’arma perfetta per “liberarlo”. Ho unito il genere crime alla simbologia esoterica norrena per dare una struttura epica al trauma, trasformando una vicenda intima in una caccia all’uomo dove il confine tra il bene e il male si gioca sul filo del rasoio e dell’empatia.

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
La totale assenza di filtri e di pietismo. I lettori del Café apprezzeranno il modo in cui il sangue e l’indagine si fondono con un’atmosfera psicologica ed esoterica magnetica. Ma soprattutto, ameranno Marcus: un protagonista che non vive il suo legame con le vittime come un superpotere da fumetto, ma come una condanna fisica e mentale che mozza il fiato. Non troverete i classici cliché del genere o salvataggi miracolosi all’ultimo secondo; troverete invece una discesa autentica nell’abisso, dove la suspense non nasce solo dall’identità del colpevole, ma dalla domanda più feroce di tutte: come ci si rialza quando il proprio destino sembra già scritto sulla pietra?

Hagalaz è la runa della grandine, della distruzione necessaria e del confine con il regno di Hel. Il tuo romanzo unisce il crime più crudo a una forte componente esoterica e mitologica. In che modo la simbologia norrena diventa la chiave di lettura ideale per raccontare il trauma e la violenza di genere?
Hagalaz è la grandine: una tempesta improvvisa che si abbatte dall’alto e distrugge ogni cosa. Nella sua spietata crudezza, è la perfetta metafora della violenza di genere e del trauma. Quando una donna subisce un abuso, la sua vita precedente viene letteralmente rasa al suolo.
Ma la mitologia norrena ci insegna che questa runa non indica una fine assoluta, bensì una rottura necessaria. La grandine è acqua ghiacciata: passata la tempesta si scioglie, penetra nel terreno e lo nutre, permettendo a nuovi semi di germogliare.
Il legame tra il crime e l’esoterismo nel romanzo nasce qui: per superare l’orrore bisogna attraversarlo, scendendo fino al confine del regno di Hel, l’inferno delle proprie ombre. La simbologia runica mi ha permesso di evitare il pietismo e di restituire alle protagoniste una dignità epica. Non sono semplici vittime indifese, ma anime che affrontano la devastazione per trasformarla in una rinascita incrollabile.

Estratto

Prologo
Esiste un istante, inappellabile e spietato, in cui il mondo smette di essere fatto di materia e diventa pura frequenza.
Marcus lo chiama “punto di rottura”. Non arriva con un fulmine violento tra le nubi a incudine. È un brusco calo termico che si incunea nelle incrinature. Furtivo, sotterraneo. Hagalaz. La runa della grandine.
Anticamente si diceva che fosse la pioggia degli dei, una distruzione necessaria per mondare la terra e prepararla a una nuova primavera.
Ma per Marcus, Hagalaz non è un simbolo su un libro di miti norreni: è il sapore metallico del sangue di sua madre che gli riempie ancora la bocca a distanza di anni.
Seduto nel buio del suo soggiorno a Madrid, avvolto da un effluvio di vaniglia del Madagascar che serve solo a ingannare i sensi, Marcus aspetta.
La grandine non avvisa. È un assalto di ghiaccio sul cranio, uno scroscio improvviso capace di anestetizzare la volontà.
Dopo, tutto ciò che era fragile si frantuma.
Marcus chiude gli occhi e la visione lo investe.
Non è un dono. È una condanna.
In quel punto della notte in cui la realtà si assottiglia, qualcosa preme dall’altra parte. Lo sente arrivare sempre nello stesso modo: prima un fremito, poi un battito che non è il suo.
È allora che la runa appare.
Non è solo un segno. È una presenza: una forma spezzata, due linee che si incrociano come ossa fratturate. Un sigillo antico che non appartiene a nessun alfabeto conosciuto.
La runa non parla. Non promette. Esige.
Non gli chiede di capire.
Gli chiede di seguire. Di attraversare. Di pagare il prezzo.
E Marcus, marchiato nel ruolo di tramite, avanza verso vite che la tempesta spezzerà per restituirle al mondo trasformate.
La grandine sta per cadere di nuovo.
Marcus sa che non può rimanere a guardare.

Capitolo 2

Da adulto scelse di raccontare la violenza degli altri. Per anni, da giornalista crime, aveva inseguito storie di sangue nel tentativo di avere una mappa per orientarsi nel proprio abisso.
Le redazioni dei giornali di cronaca nera sono cimiteri di carta dove le tragedie diventano inchiostro prima di finire nel cestino.
Hanno un tanfo caratteristico che non si dimentica: caffè freddo, carta stampata, il fumo di sigaretta assorbito dai muri, e, sotto tutto questo, qualcosa di più difficile da nominare: una scia invisibile proveniente dai luoghi del delitto e rimasta impigliata tra le tastiere. Lo scudo del cinismo serve a non impazzire quando passi le giornate a misurare le disgrazie altrui in centimetri di colonna.
Marcus si era trovato a suo agio fin dal primo giorno, provando un senso di macabra appartenenza. Aveva capito subito che in quelle stanze non era necessario spiegare perché ci si interessava in modo tanto ossessivo alla ferocia umana.
Era sufficiente il fatto stesso di essere lì.
Poi arrivò l’esaurimento. Non fu un crollo improvviso, ma il lento sgretolarsi di un muro che perde l’intonaco un pezzo alla volta.
Le premonizioni erano diventate invasive. Un’urgenza antica che non accettava l’oblio. L’ultimo incubo aveva un nome: Pilar.
Un nome che tagliava come una lama. Lo stesso nome di sua madre.
Marcus aveva provato a ignorarlo, a convincersi che fosse solo un riflesso del passato, un’eco emotiva.
Ma il dono non conosceva pietà.
Non distingueva tra memoria e premonizione.
Enrique, ispettore di polizia e amico d’infanzia, negli anni aveva ridotto i suoi racconti a semplici residui di un trauma mai del tutto rimarginato.
«Marcus, la tua mente ti gioca brutti scherzi. È normale, dopo quello che hai vissuto.»
Marcus aveva imparato a tacere.
Gli raccontava brandelli, quelli apparentemente meno impossibili. Teneva il resto per sé, chiuso in un angolo della coscienza dove nessuno poteva calpestarlo.
Finché Enrique non ricevette quella chiamata.
Sulla scena del crimine, a Torrelaguna, il sogno di Marcus si era fatto carne e sangue. Pilar Valdés, quarantotto anni.
Il tappeto geometrico, la marca di sigarette nel portacenere, la finestra socchiusa che lasciava entrare un filo d’aria gelida: ogni dettaglio era al suo posto.
Ogni frammento combaciava con la visione.
Enrique raggiunse casa di Marcus con l’impermeabile ancora umido di pioggia. La porta si aprì lentamente.
Marcus era lì, le mani appoggiate allo stipite, con le nocche bianche per la tensione. Aveva visto il ticker al telegiornale mentre passava davanti a una vetrina: “Omicidio a Torrelaguna: donna trovata senza vita.”
Non servivano i nomi. Il colore della facciata del palazzo era l’esatto tono d’ocra che aveva visitato il suo sonno.
«Coincideva tutto, vero?» chiese Marcus, mantenendo la voce bassa per non spezzare qualcosa di fragile.
Enrique annuì.
«Come fai, Marcus?»
Un rigurgito gli salì alla gola. Non era provocato dal trionfo, ma dalla nausea.
«Non lo so, Enrique. So soltanto che accade.»
Inspirò profondamente, cercando ossigeno in un luogo che sembrava non averne più.

Booktrailer

Simona DP Flamenca

Sono nata in Sicilia, dove la luce non illumina soltanto: interroga.

Lì il mare ti cresce dentro come un richiamo primigenio, e il vento ti insegna presto che alcune vite devono imparare a resistere prima ancora di imparare a sognare.

La mia infanzia non è stata un luogo morbido.

Sono cresciuta accanto a un padre narcisista, in una casa dove l’amore aveva il passo pesante e le parole cadevano come pietre.

Quando mia madre trovò il coraggio di lasciarlo, io portavo già sulle spalle un peso che nessun bambino dovrebbe conoscere.

Un peso che oggi non mi schiaccia più: lo guardo, lo riconosco, lo perdono. È una radice che non si estirpa, ma che non fa più male.

Credevo che crescere mi avrebbe salvata da quel dolore.

Invece la vita, a volte, ripete le sue lezioni finché non le ascolti davvero.

Il mio fidanzato di quel tempo tentò di uccidermi, spingendomi la testa sott’acqua. Quando andai a denunciare, la mia storia fu archiviata come una “lite tra fidanzati”. Non esistevano ancora parole come femminicidio o stalking, eppure io le avevo già incontrate entrambe.

Così ho fatto ciò che non si insegna, ciò che non si applaude, ciò che non si racconta abbastanza: sono scappata per salvarmi.

La Spagna mi ha accolto come una terra che non pretende spiegazioni.

Córdoba è stata il mio rifugio, la mia seconda pelle, il luogo dove ho imparato a respirare senza paura. Lì ho scoperto che la fuga non è una resa: è un atto sacro. È scegliere la vita quando la vita sembra averti dimenticata.

Alla Spagna devo il fatto di essere viva.

A me stessa devo il coraggio di aver attraversato il confine tra ciò che ero e ciò che potevo ancora diventare.

La storia di Sol, nel mio primo libro, è la mia storia.

Non l’ho inventata. L’ho liberata. Perché certe verità, quando restano chiuse troppo a lungo, smettono di respirare. Scrivo perché conosco il suono delle voci che non vengono credute. Scrivo perché so cosa significa sopravvivere in silenzio.

Scrivo perché ogni donna che si rialza è un’alba, e ogni storia detta è una ferita che finalmente trova aria.

Io sono Simona. Sono un passo lento che percorre una strada interminabile.

Sono fatta di ombre che non mi spaventano più e di luce che ho capito di meritare. La mia voce non è perfetta, ma è viva. E questo, per me, è già una forma di rinascita.