Fuga dall’ignoto – Luca De Bono

Fuga dall’ignoto – Luca De Bono

Redazione
Protocollato il 28 Giugno 2026 da Redazione
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Al Thriller Café apriamo un cassetto rimasto chiuso per tre decenni e vi presentiamo “Fuga dall’ignoto“, un thriller psicologico firmato da Luca De Bono.

Il nostro viaggio ci porta a Jonesville, in un mese di luglio in cui l’aria è una morsa che toglie il respiro. Ma il calore soffocante è nulla in confronto al tormento che divora l’anima di Donald Dickson, uno psicologo il cui passato è stato brutalmente strappato via, costretto a muoversi in un presente fatto di cocci infranti, amnesie notturne che lo terrorizzano e silenzi talmente pesanti da sembrare presagi.

E i presagi, purtroppo, si avverano. La fittizia tranquillità di Jonesville viene squarciata da una serie di omicidi rituali. C’è un assassino là fuori. È metodico, inafferrabile e osserva le sue prede dal buio, lasciando dietro di sé una firma tanto elegante quanto macabra: un nastro di pizzo nero. È il marchio di una furia antica, radicata in un’infanzia violenta e troppo a lungo dimenticata, che ora reclama il suo tributo di sangue.

Con “Fuga dall’ignoto” De Bono ci offre un’esplorazione della psiche umana in cui le certezze del lettore vengono logorate rapidamente. E fate attenzione ai dettagli, perché in questo libro i nomi non sono mai casuali.

Con un’ambizione che richiama la storia antica di Alessandro Magno che reclamò con la forza l’impero di Dario III, in queste pagine vivrete una guerra ancora più spietata: un uomo che cerca di reclamare l’anima di un altro. Siete pronti a fuggire dall’ignoto, continuate a esplorare il romanzo con alcune domande all’autore e un breve estratto.

Tre domande all’autore

Come è nato il libro?
Ci sono storie che hanno l’esigenza di essere raccontante. Questo libro nasce trent’anni fa nella stanza di un ragazzo appassionato di musica, fotografia e lettura. Prende vita da una riflessione profonda sulla natura umana. Dalla presa di coscienza della sua unicità, ma dalla convinzione che l’uomo vive su una linea di confine strettissima che separa il bene e il male e che purtroppo non si può decidere di vivere la propria esistenza in funzione dell’uno o dell’altro senza che l’uno o l’altro ne sia partecipe.

Il lettore cosa potrebbe apprezzare nel romanzo?
Il libro potrebbe catturare l’attenzione di un lettore riflessivo, si appassionato di Noir o Thriller psicologici, ma attirato dal ‘guardarsi allo specchio’ consapevole del fatto che la propria immagine riflessa spesso è un’illusione: ciò che vorremmo che gli altri vedessero e non ciò che in realtà siamo. La scelta della copertina con la dicotomia del manichino è un forte simbolismo in tal senso e un omaggio al surrealismo di De Chirico.

Come mai l’autore ha voluto includere un ‘contest’ post lettura?
Ci sono libri che rimangono dentro dopo la lettura, che ti fanno riflettere, magari non ti catturano immediatamente ma che ti lasciano comunque una sensazione (a volte anche dolce/amara). Ho volutamente introdotto dei ‘Refusi’ all’interno del libro, il pretesto è la vincita (tramite concorso aperto sulla mia pagina Instagram @ldb_starchild) di una copia firmata e di un’opera unica che raccoglie una selezione di mie foto astronomiche, ma la reale intenzione è quella di far leggere il lettore con maggiore attenzione (il lettore deve cercare gli errori, può aggiungere fino a 10 parole inventate da lui, comporre una frase in stile noir ed inviarla come messaggio al mio Instagram dove potrà scaricare anche dei segnalibri gratuiti a tema e partecipare al contest).

Estratto

L’assassino era lì, inafferrabile, seduto sulla panchina del parco comunale fumando una Lucky Strike e fischiettando “Imagine” di John Lennon.
La pedana della banda dove d’estate si esibiva richiamando orde di bambini schiamazzanti e fastidiosi necessitava di una riverniciata. Ce l’aveva in testa la voglia di uccidere, lo pungolava, lo istigava perpetuamente. Ma non era una sensazione solo spiacevole. Il vento trasalì e gli alberi iniziarono a tremare come se si fossero accorti di quella presenza inquietante.
La notte scese portando con sè il mistero. Nel buio brillava quella sigaretta accesa. L’assassino era inafferrabile. La spense sotto il tacco ma immediatamente ne accese un’altra, come se questa potesse aiutarlo a tenere lontano quella voce che viveva in lui e che gli gridava “UCCIDI”.
Era il 4 luglio dell’95.
Scrutò il parco: la rete di protezione dietro il campo di baseball era piena di ruggine e si stagliava contro l’enorme fontana che continuava a vomitare acqua e questo lo irritava. Il parco era deserto. Forse era il momento giusto per farlo ancora.
“Hai fame, lo so. Lo sento quel sapore che cerchi, ma non voglio. No, non posso uccidere ancora per te, per farti vivere.”
“Guardati intorno, non c’è nessuno, nessuno lo verrà mai a sapere, sei inafferrabile!”
Restò sulla panchina a fumare; guardò l’ora: 10:23 PM.
Il pensiero stranamente lo portò al ricordo della madre e un senso di nausea lo accompagnò. Rammentò in particolare il giorno in cui all’età di 6 anni…
“Sei un piccolo bastardo! Vai via dalla mia vista o sarò costretta a legarti e lasciarti ancora al buio nell’armadio…”Sembrava riuscisse a sentire ancora nell’aria l’odore di scotch e il bruciore delle cinghiate sulla schiena.
“Te le sei meritate! E poi non è colpa mia sei sei la copia di quel figlio di puttana di tuo padre. Dovevi vedere che spettacolo vederlo ruzzolare giù dalle scale: gliel’ho fatta pagare a quel bastardo! E’ stato bellissimo! Se ne stava a terra col sangue che gli usciva dall’orecchio sinistro, ma era ancora vivo. Mi gridava “appena mi metto in piedi ti spacco il culo!” ma non gli ho dato il tempo di farlo. Gli ho piantato l’accetta nel cranio. Mi ha sporcato ovunque col suo sangue schifoso. Non veniva più via dalle mie mani… cazzo cosa mi ha fatto passare!” Poi aggiunse ridendo “l’ho preso e l’ho buttato nel pozzo che lui stesso aveva scavato in giardino, lo aveva scavato per me, diceva…adesso è ancora lì, che i vermi se lo mangino…beh cosa hai da guardare in quel modo, vuoi andare a fargli compagnia?”
“NO mamma, non picchiarmi…no…l’armadio noooo!”
Ma le grida e i pianti non servirono a nulla. Lei era ancora lì e lo picchiava, lo prendeva a cinghiate giorno dopo giorno ma lui continuava a difenderla davanti agli occhi dei vicini ficcanaso imputando quei lividi ad accidentali cadute e alla sua distrazione… quanto avrebbe voluto strappare quel cellophane che lo avvinghiava impedendogli di respirare: presto l’avrebbe uccisa. La vincita di quella borsa di studio lo portò per un pò lontano da casa, ma il giorno del ringraziamento, tornato in quei luoghi che lo videro succube, avvertì nuovamente quell’oppressione…il momento era perfetto, lo avrebbe fatto! Nel letto respirava affannosamente per via di una brutta bronchite. Affondava nel cuscino smoderatamente grande con la testa reclinata all’indietro. Nella mano destra stingeva ancora la bottiglia ormai vuota di whisky e la camicia da notte sbottonata lasciava intravedere i generosi seni oppressi da due coppe di pizzo nero con una piccola rosa ricamata nel centro. I lunghi capelli ramati le coprivano il viso.
Era il momento giusto, il quartiere dormiva, ma non il demone che lo dominava. Non era ancora un assassino, ma l’idea lo eccitava. Non ebbe difficoltà ad entrare nella stanza di lei, l’odore di polvere e di muffa lo accolse come un vecchio amico, la porta socchiusa si aprì lentamente cigolando come in un vecchio film horror, di quelli in bianco e nero. La camera non era completamente buia, dalle imposte della finestra accostata penetrava la muta ed accecante luce della luna che, quella notte, brillava in tutta la sua pienezza alta nel cielo. Si diresse senza indugio verso il grande letto matrimoniale sul fondo della stanza.
Il pavimento di vecchie assi di legno scricchiolava sotto il suo peso ma la cosa non poteva preoccuparlo, non l’avrebbe svegliata.
“Eccomi. Sono venuto a saldare il conto” pensò. Prese l’altro cuscino e dopo un attimo di esitazione in cui trattenne il respiro, lo pressò con tutte le sue forze sul viso di lei. La donna cominciò a dimenarsi e a scalciare, le si sedette sopra e mentre con le ginocchia teneva ferme le sue braccia con le grandi mani continuava a spingere e spingere…gli occhi gli scintillavano ed una strana sensazione lo invadeva mentre una goccia di sudore gli solleticava il viso andando a morire sulle sue labbra contratte in una smorfia a denti stretti… “non parli più adesso eh puttana!”
La donna non combattette a lungo stroncata dall’età e dalla malattia. Ora era lì, esanime, con gli occhi sbarrati leggermente fuori dalle orbite
come se volessero vedere più da vicino chi avesse compiuto quel gesto…sulle labbra socchiuse si poteva leggere un “aiuto” soffocato.
Era pallida e muta. Non era mai stata così bella.
“Avrei potuto amarti se solo…” Silenzio e nulla più.
“Ti ho dato il sonno eterno e la tranquillità”.
Stava seduto su di lei e le accarezzava il viso così come avrebbe voluto fare da bambino.
“Ti porto da papà, andiamo. Forse ora farete pace e finalmente saremo una famiglia…”
Caricò la donna sulle forti spalle e scendendo le scale la portò in giardino, sul retro della casa.
Nelle villette adiacenti i vicini dormivano ancora ignari dei due delitti consumati in quella vecchia abitazione. Era una notte meravigliosa.
“Domani il fuoco purificherà tutto e come una fenice rinascerò dalle ceneri…la mia vita finisce oggi…da domani sarò un’altra persona ricomincerò da capo dove nessuno mi conosce, cambierò facoltà…il mio compagno di stanza al campus, Miguel, mi aiuterà ad avere nuovi documenti e una nuova identità, lui è speciale…fa grandi affari al campus, hai bisogno di droga, alcol, donne?…il ‘portoricano’ ha la soluzione per tutto!
Mamma… sarà il nostro segreto”.
E dopo aver guardato per l’ultima volta la luna piena si diresse verso la sua stanza, si addormentò placidamente così come mai gli era capitato.
Anche quella sigaretta era giunta all’ultima tirata. L’assassino sentiva la testa scoppiare e premendosi i palmi delle mani sulle tempie…
“BASTA!!!! STAI ZITTO! lasciami in pace…FALLA FINITA!” e dopo un balzo felino iniziò la sua corsa. Scomparve nel buio della notte, forse in cerca di una vittima. Fu in quel preciso istante che il peso del passato e la furia del presente si scontrarono in un urlo silenzioso che squarciò la sua anima. Non c’era più spazio per il dubbio o la pietà. Sentiva il sangue pulsare nelle sue tempie, un ritmo tribale che invocava giustizia per ogni cicatrice, per ogni colpo ricevuto, per ogni menzogna che aveva avvelenato la sua gioventù. Le nuvole ora coprivano le stelle come un sudario e fu allora che gridò la sua sete di vendetta al mondo.

Luca De Bono

Luca De Bono nasce a Milano nel 1974 e da oltre vent’anni lavora presso la storica New Old Camera. Esperto di fotografia e appassionato di musica Pop/Rock e astrofotografia, è abituato a scrutare l’oscurità alla ricerca della luce, un contrasto che riporta sulla pagina scavando nelle ombre dell’animo umano.

​Le sue storie fondono il ritmo del grande rock progressivo (Pink Floyd, Genesis, Yes) con le atmosfere sospese e inquietanti del surrealismo di De Chirico. “Fuga dall’ignoto” è il suo thriller d’esordio: un Noir dove la precisione dello sguardo fotografico incontra il mistero più profondo.