Dona e uccidi – Nanni Arcudi

Dona e uccidi – Nanni Arcudi

Redazione
Protocollato il 31 Ottobre 2026 da Redazione
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A volte la giustizia diventa vendetta, e attorno a questa dinamica ruota il romanzo che presentiamo oggi: “Dona e Uccidi“, giallo di Nanni Arcudi che lo scorso anno è stato finalista del Premio “Garfagnana in giallo Barga in Noir.”

Ad avviare la vicenda è la comparsa nella famiglia Pirovano della sindrome di Usher, una patologia genetica che compromette progressivamente la vista e l’udito, trasformando la vita quotidiana in una battaglia contro il tempo. Per Giorgio, padre determinato ma allo stremo delle forze, l’unica ancora di salvezza è rappresentata dai progressi della ricerca scientifica. La speranza, tuttavia, crolla di fronte a una verità sconcertante: il sistema di supporto e le fondazioni che dovrebbero proteggere i più deboli sono in realtà controllati da figure spregiudicate, che hanno trasformato la solidarietà in un vero e proprio meccanismo di arricchimento personale.

Messo all’angolo da un muro di gomma fatto di burocrazia, falsità e indifferenza, Giorgio decide allora di abbandonare le vie ufficiali per intraprendere la strada della giustizia privata. Nonostante le limitazioni imposte dalla malattia, coinvolge il figlio in un piano spietato per punire chi ha speculato sulla loro fiducia.

Sarà la Commissaria Strata a dare loro la caccia e a cercare di sbrogliare una matassa in cui le ragioni dei colpevoli appaiono drammaticamente umane.

Questa in breve la storia che racconta “Dona e Uccidi“, un romanzo che dietro la trama da giallo vuole accende i riflettori sulla disabilità, e sulle zone d’ombra che si nascondono dietro la facciata virtuosa del mondo della beneficenza. Se l’introduzione vi ha incuriosito, continuate l’approfondimento con le nostre domande all’autore e un breve estratto dal capitolo 8.

Tre domande all’autore

Come è nato questo libro?
Avendo avuto un padre che negli anni 60/70 si era gravemente ammalato e non  aveva avuto nessun supporto economico (ben conscio che i tempi fossero diversi rispetto a quello attuale) mi sono incuriosito sull’attività delle onlus ricamando una storia che potesse adattarsi ai giorni nostri.

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Ritengo che la storia sia intrigante, nuova e possa suscitare anche un misto di complicità con i protagonisti principali, un padre ed un figlio, quest’ultimo gravemente colpito dalla sindrome di Usher che, smarriti, pongono in essere una serie di delitti a danno di spregiudicati soggetti che facevano il bello e il cattivo tempo con i soldi delle donazioni. Di più non posso “spifferare”.

Come hai vissuto il riconoscimento al “Garfagnana in giallo Barga noir”?
Da self publisher sarò sempre grato al “Garfagnana in giallo” per avermi portato nel novero dei dieci finalisti del concorso letterario tra i tanti lavori pervenutigli, soprattutto perché in mezzo ad una maggioranza di “colleghi” con maggior visibilità e potenza di fuoco grazie alla pubblicazione tramite casa editrice hanno apprezzato il mio lavoro.

Estratto

Capitolo 8

Il nome di Gianluca Vittoni compariva tra i membri del consiglio d’amministrazione di Cuori solidali e di Mens Sana, non era stato difficile scoprirlo data l’ufficialità dei bilanci.
Quello che i bilanci non dicono, a meno che non si tratti di società quotate in borsa, sono gli eventuali collegamenti tra i soggetti che occupano le varie poltrone.
Digitando Gianluca Vittoni la prima cosa che il web ritornava era la carica di consulente strategico e membro di vari comitati tecnici di ben quattro onlus tra cui la Cuori e la Mens Sana.
In un articolo di un noto quotidiano torinese dal titolo Sanità & Sprechi del 2009, Vittoni aveva fatto il suo esordio nella cronaca cittadina in quanto indagato per turbativa d’asta e abuso d’ufficio relativa ad una gara milionaria sulla fornitura di dispositivi medici alle Molinette.
Tutto il cancan non si era ripercosso su di lui che l’aveva fatta franca.
Ma i soggetti come Gianluca Vittoni non spariscono nel nulla, non si fanno notare e sono sempre lì a pianificare qualcosa di poco pulito anche se a livello di carriera politica i vari avvisi di garanzia gliel’avevano di fatto stroncata.
Fratello maggiore di Fabrizio, Vittoni era nato nel 1968 a Portacomaro in provincia di Asti, figlio di un ragioniere comunale e di una maestra elementare.
Cresciuto in un ambiente piccolo-borghese e disciplinato, dimostrò fin da giovane una caratteristica particolare: non eccelleva mai troppo e contemporaneamente non veniva mai sottovalutato.
Era uno di quelli che imparavano velocemente a decifrare gli equilibri del potere. Senza alzare la voce riusciva quasi sempre a farsi ascoltare e il suo sguardo, pur non essendo della polizia municipale era sempre vigile…
Si era laureato in Scienze Politiche all’Università di Torino, discutendo una tesi sul decentramento e l’autonomia locale nelle regioni del Nord-Ovest.
Il suo relatore disse di lui: “È uno di quelli che non parlano mai a vuoto, ed ogni volta che apre bocca c’è una conseguenza”.
Iniziò a frequentare ambienti della politica regionale che gravitavano attorno a un partito moderato di centro entrando poi come assistente parlamentare per un deputato piemontese.
In pochi anni, non ancora trentacinquenne, riuscì a diventare consulente per la commissione Sanità del Consiglio Regionale.
Lo scavallamento del millennio fu il trampolino di lancio per la sua carriera, nel 2005 fu nominato assessore alla sanità nella Regione Piemonte.
Non era un uomo da proclami o conferenze stampa, preferiva lavorare sottotraccia dove dava il meglio di sé, avendo appreso velocemente il linguaggio grigio e opaco della burocrazia.
Era poco amato ma rispettato, chi lavorava con lui diceva non perdesse mai il controllo nemmeno quando fosse sotto pressione e il suo sguardo era tagliente e più eloquente delle sue parole.
Con il tempo, iniziò a costruire una fitta rete di collaborazioni e di scambi di potere con nessuna prova concreta mai emersa.
Chi aveva voglia di capire il personaggio lo capiva: Gianluca Vittoni non cercava la gloria, cercava l’influenza. In ogni delibera, in ogni gara d’appalto aveva margini di manovra e lui li conosceva tutti.
Però nel 2012 la Procura aprì un’inchiesta su diverse gare ospedaliere sospette.
Il nome di Vittoni comparve tra gli indagati per vari reati e la stampa, guidata da qualche giornalista coraggioso, lo mise nel mirino. L’inchiesta non decollò mai davvero e dopo mesi di titoli, tutto si spense in un’archiviazione motivata da assenza di dolo diretto.
Quello che accadde dopo fu significativo.
Vittoni si dimise dalla carica pubblica senza mai rilasciare dichiarazioni.
Molti pensarono che la sua carriera politica fosse finita, ma chi lo conosceva bene sapeva che quello fosse solo un cambio di pelle, una necessaria metamorfosi per volare sempre più in alto come la vecchia pubblicità di Mike Bongiorno.
Per circa un biennio Vittoni scomparve dalla scena.
Alcuni lo segnalavano a Roma, altri in Svizzera, ma nella realtà viveva a Cervinia dove si stava riorganizzando, soprattutto in inverno dove le sciate con annesse gite a Zermatt gli servivano per andare a far visita agli elvetici senza farsi notare.
Quando tornò a Torino nel 2015 lo fece da privato cittadino, fondando una piccola società di consulenza, la VGF Solutions S.r.l. dalle iniziali del cognome e dei nomi di battesimo suo e di suo fratello.
La sede era una casella virtuale in un business center, il capitale sociale ridicolo, ma il network molto solido.
La VGF iniziò subito a lavorare per due fondazioni no profit, la Mens Sana e la Cuori solidali, in teoria si occupava di comunicazione strategica e pianificazione sociale.
In pratica, suggeriva tagli, ridefiniva bilanci, redigeva piani di investimento e proponeva ottimizzazioni fiscali dove il fratello Fabrizio era molto bravo.
Vittoni capì che il mondo delle onlus fosse il nuovo Eldorado: trasparenza apparente, pochi controlli, moltissimi soldi e, soprattutto, uno scudo morale inattaccabile.
Chi poteva sospettare che dietro i sorrisi delle campagne umanitarie si celassero interessi personali?
Da uomo freddo e calcolatore non si era mai affezionato a niente né a nessuno, non si era mai sposato né aveva mai convissuto con nessuna donna.
Il suo unico valore era il controllo, odiava l’improvvisazione e come logica conseguenza amava la pianificazione.
Il Gianluca Vittoni di oggi viveva in un attico minimalista con grandi vetrate e pochi amici, collezionava orologi e non amava le fotografie né alcun tipo di celebrazioni.
Chi lo conosceva bene sapeva però quale fosse il suo punto debole: si credeva invincibile.
Con l’ausilio del fratello aveva studiato un sistema attraverso il quale per ogni fondazione con la quale si arricchiva manteneva almeno tre livelli di distanza tra sé e i flussi di denaro.
Il suo network gli forniva prestanome e società di comodo, tutto formalmente legale in ossequio al principio che non si debba nascondere nulla bensì rendere tutto così complicato da far desistere chicchessia.
Teneva incontri riservati con politici obsoleti, ex direttori generali, magistrati in pensione senza lasciare quasi mai tracce scritte. Le telefonate erano brevi, spesso da cellulari usa e getta e manco a dirlo i messaggi venivano studiati in forma criptica.
Parlava poco, ascoltava molto, osservava ancora di più.
C’era però un dettaglio che sfuggiva persino a lui: negli ultimi mesi, il padre di uno dei tanti bambini che la fondazione aveva ignorato cominciò a farsi domande e non solo.
Quello che Gianluca Vittoni e il fratello non sapevano era che il figlio cieco e sordo di quel padre, aveva sviluppato un senso acuto della logica nonché una fame di giustizia più profonda del dolore.
Stava diventando un bersaglio troppo sicuro di sé.
Nel suo ufficio al dodicesimo piano di un bel palazzo in corso Re Umberto, i due fratelli Vittoni stavano passando in rassegna alcuni bilanci proiettati su un grande monitor e sorridevano.
Anche Fabrizio Vittoni, fratello minore e in venerazione di Gianluca, non si immaginava che qualcuno si stesse pesantemente interessando a loro, in ispecie a lui, tenutario dei segreti più reconditi della Cuori e della Mens.
Nessun giornalista parlava più di loro, nessuna procura si era più interessata alle loro attività, il nuovo meccanismo era ben oliato e funzionava.
Si sentivano al sicuro ma stavano sottovalutando la disperazione ed il silenzio.

Biografia

Nanni Arcudi è nato nel 1960, ha scritto 8 libri di cui 7 gialli ed un romanzo umoristico e questa sua “carriera” è iniziata nel 2011.

Oggi è pensionato e ama la lettura, la musica e lo sport; la scrittura è una sua passione. Trae ispirazione dalla sua città (Torino) e dalle storture che si palesano con frequenza nella società e che, raramente, vengono sanate da chi dovrebbe. Nei suoi gialli, quindi, troviamo spesso eventi delittuosi scatenati dall’esasperazione connessa al sentirsi soli ed inermi, oppure killer che colpiscono chi si macchia di crimini oggettivamente esecrabili.

Il suo obiettivo è di catturare l’attenzione di chi ama questo genere, coinvolgendolo in una lettura scorrevole che lo porti a non spegnere la luce pensando “ancora questo capitolo e poi basta”.

Tra le sue pubblicazioni: “Finanza assassina sotto la Mole” (2011, Editrice Sottosopra), “Delitti color granata” (2013, Editrice Sottosopra), “L’amore ai tempi della collera” (2022), “Il drone Dario” (2023), “Rime…scolare” (2024), “Crimini sabaudi – un caso intricato” (2025), “Dona e uccidi” (2025) e “Morte tra le note” (2026).