D – Giuseppe Vita

D – Giuseppe Vita

Redazione
Protocollato il 27 Novembre 2025 da Redazione
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Protagonista della segnalazione odierna al Thriller Café è Giuseppe Vita, con il suo romanzo dal titolo enigmatico. “D“, una sola lettera, dietro la quale si cela un mistero che affonda le radici nel XVI secolo, quando un piccolo borgo del Sud Italia viene saccheggiato dai corsari che imperversano lungo la costa. La storia raccontata da questo libro ci porta quindi ai giorni nostri, quando la tranquillità di questo paesino viene nuovamente sconvolta: sette persone spariscono senza lasciare traccia. Un ispettore del posto comincia a indagare sotto stimolo di un cardinale, suo padre spirituale, che gli affianca un prete di fiducia. I due protagonisti del tutto diversi, per tanti tratti anche opposti, ma in fondo complementari. Assieme si trovano sotto pressione ulteriore quando alcuni degli scomparsi vengono trovati morti, uccisi con modalità atroci, al limite della ricerca dell’effetto spettacolare. La speranza di salvare almeno una parte dei ragazzi spariti innesca una corsa contro il tempo che condurrà le indagini a un filo conduttore: la lettera D. Dietro di essa si celerà il mistero.

Questa in sintesi la trama di questo giallo/noir di Giuseppe Vita. Per aiutarvi a farvi un’idea più approfondita, vi lasciamo con alcune domande all’autore e un’estratto del prologo.

Tre domande all’autore

Com’è nato questo libro?

Il libro è nato un po’ per caso. Avevo già pubblicato un libro ma di tutt’altra specie: era un testo di politica economica (“La questione settentrionale, disparità e disuguaglianze nell’Italia che cambia” – Edizioni Kappa, 2023) però avevo questa storia in testa che mi frullava e così quasi per gioco ho deciso di metterla giù, tanto è vero che la prima bozza l’ho scritta in poco più di tre mesi su dei quaderni, in modo molto anacronistico. Poi l’ho fatta leggere a una conoscente, titolare della casa editrice “Scarenz”, e dopo un ottimo lavoro da parte sua è nato “D“. 

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?

La storia è avvincente e ci sono due protagonisti con aspetti molto interessanti. Il libro è scritto in maniera semplice, quasi essenziale, quindi tende a trascinarti velocemente dentro la vicenda. La parte storica è reale, così come i luoghi, mentre il nome del paese è di fantasia, pur avendo evidenti richiami a quello vero. Chi ha letto il libro mi ha detto che ha avuto difficoltà a staccarsene. Ci sono diversi aspetti che penso possano catturare: il thriller di per sé, ma anche l’alone di mistero attorno alla Chiesa, i simboli, la parte esoterica. È da leggere! 

Perché questo titolo? Cosa significa “D”?

Questo non posso svelarlo: la D è il mistero, è il filo conduttore del libro. Potrebbe significare tante cose. È certamente particolare come titolo, ma è l’elemento fondamentale del libro in tutti i suoi aspetti e significati. Chi leggerà capirà, alla fine il significato verrà svelato. 

Estratto

1548
I pochi abitanti del borgo erano soliti, prima di recarsi al lavoro nelle loro terre, passare dinanzi alla Chiesa, posta al centro del paese, all’interno delle antiche mura greco-romano.
Entravano in silenzio, rispettosi, volgevano uno sguardo verso l’altare maggiore, un inchino di fronte al Cristo Crocefisso e un bacio ai piedi della statua dell’Immacolata Concezione.
Il loro era divenuto un rito, quasi una supplica ancora più che una preghiera.
Il villaggio aveva subito negli anni troppi flagelli e alcune storie, quasi fossero frutto di fantasia, venivano riportate dagli anziani, cioè da chi era sopravvissuto alle precedenti distruzioni e segnato dalla ferocia degli avvenimenti.
Impressa nelle loro menti c’era una strana figura il cui aspetto lo rendeva unico e terrificante. Un uomo di una certa stazza, con la barba e i capelli scuri, neri come la pece, la pelle olivastra e gli occhi di fuoco. Sul vestito portava un lungo mantello ricamato con strane fantasie. Sul capo un turbante di seta e in vita una cintura, dello stesso tessuto, sosteneva un pugnale e una spada bene in vista su entrambi i suoi fianchi. Le diverse parti della spada, l’elsa, la lama e il pomolo avevano una forma particolare e, su quest’ultimo, era raffigurata la testa di un’aquila.
Parlava, anzi, tutti i suoi uomini parlavano, una strana lingua fatta di suoni quasi incomprensibili, però, una cosa li accomunava tutti: sembravano figli del demonio.
Quest’uomo e i suoi seguaci erano venuti dal mare.
Francesco, uno dei sopravvissuti, era insieme ai suoi nipoti nella sua umile abitazione. Gli piaceva circondarsi di gioventù per sentirsi vivo e dare un senso alla sua turbolenta vita.
Seduti sulle pietre e, disposti in circolo, prima di iniziare il racconto, li guardò a uno a uno e disse: «Uagliò, parìa “u riavul”».
Era anziano e il suo più grande dilemma era se fosse stato meglio morire o continuare a vivere con i segni che portava sul corpo. Un giovane chiese:
«Raccontaci della punizione» e Francesco cominciò:
«Fui punito per aver messo in salvo buona parte della mia famiglia e tanti altri del villaggio. Il pirata, Barbarossa in persona mi catturò e amputò di netto la mia mano». Se la guardò e la mostrò agli altri. «Poi mi fece curare da un suo marinaio. La mia doveva essere una condanna a vita, affinché fossi un monito per chiunque si fosse opposto alla volontà di quel demonio. Eh, salvato da chi mi stava distruggendo» e tutti guardarono il braccio monco di legno che fungeva da mano sinistra dell’uomo.
Francesco ricordava bene ogni attimo di quel vissuto e aveva presente anche lo strano bambino che scese a terra insieme al pirata. Anche lui vestiva in maniera particolare, diversa rispetto a tutti gli uomini sbarcati dalle tante navi. Portava un mantello ricamato e un turbante sul quale brillava uno spillone con lo stesso simbolo dell’aquila che il Barbarossa portava inciso sulle sue armi.
«Gli assomigliava anche ma i colori degli occhi e dei capelli erano differenti» dichiarò Francesco.
«E come si chiamava? Quanti anni aveva?» chiese il più giovane.
«All‟incirca, poteva avere la tua età, dieci anni circa» rispose l‟uomo «e pensa: così piccolo, già al seguito di quei filibustieri! Gli occhi erano neri lucidi e, appena si tolse lo strano copricapo, mostrò capelli lunghi e lisci. Era piccolo, esile e sulla guancia sinistra aveva una lunga cicatrice. Quanto al nome, Barbarossa lo chiamò a sé dopo avermi tranciato l‟arto e ricordo che, vidi come lo circondò con un braccio e gli parlò indicandogli alcuni punti sulla terraferma, poi si voltarono verso il mare e fece lo stesso».
Francesco tacque, quelle erano le immagini catturate e ricordò il dolore immenso provato. Sospirò, poi riprese:
«Quando mi lasciarono sulla spiaggia, Barbarossa forse lo chiamò ma riuscii a carpire solo un suono… “Dragut”».
Il paese era stato saccheggiato e distrutto, poche erano le abitazioni rimaste integre. La Chiesa era stata risparmiata dall‟orda ma tutto intorno ancora ardeva. Il fuoco era stato appiccato apposta per non lasciare nulla integro.
Dopo la distruzione, il viceré spagnolo, che aveva potere e gestione di quelle terre, non avendo grandi interessi, non aiutò quella povera gente. Soli, in balia degli eventi ma rassegnati, iniziarono a ripulire e a ricostruire.
Era la loro terra, la loro casa e la vita andava avanti.
Bisognava rialzarsi.
Francesco guardò la massa azzurra davanti a sé e scosse il capo.
Il mare era per loro una grande ricchezza ma anche fonte di morte e distruzione.

L’autore

Giuseppe Vita ha difficoltà a stare senza far nulla. Impiegato nel settore nautico e turistico, divide poi il resto delle sue giornate tra famiglia e hobby, impegno politico e sport. Ex pugile amatore e canoista agonista, è dirigente societario e delegato per la discesa fluviale per il comitato regionale Campania e Basilicata, e in ambito politico ha ricoperto la carica di segretario di circolo per diversi anni. A parte questo, ovviamente scrive e ha pubblicato finora due opere: “La questione settentrionale, disparità e disuguaglianze nell’Italia che cambia” (Edizioni Kappa, 2023) e ora “D” (Scarenz Editore, 2025).

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