“White Crocodile“, l’eccezionale romanzo d’esordio di K. T. Medina, vi trasporterà in un mondo lontano e inquietante. La Cambogia contemporanea che descrive è un luogo di estremi: il caldo e l’umidità, la miseria abietta delle classi più povere — brutalizzate dall’oppressione dei Khmer Rossi fino al 1991 e la cui condizione non è molto migliorata sotto il nuovo regime — e il rischio quotidiano di mutilazioni e morte affrontato dagli operatori umanitari e dai loro collaboratori locali, impegnati a liberare una campagna dolorosamente bella da migliaia di mine antiuomo, orribile eredità della rivoluzione e della guerra civile.
Il senso di spaesamento per noi lettori, al sicuro nei nostri rifugi occidentali, si amplifica man mano che familiarizziamo con i personaggi. K. T. Medina ci presenta uomini e donne che camminano costantemente su un filo sospeso sull’abisso; per ciascuno di loro la caduta può condurre a inferni diversi, ma tutti ugualmente mostruosi. Fatti a pezzi da una mina, rapiti, stuprati e venduti come schiavi sessuali, devastati in un incidente causato dall’alcol (in un paese dove non esistono leggi contro la guida in stato di ebbrezza) o gettati nelle profondità più oscure della depressione.
Per i cambogiani che vivono a Battambang, il mostro assume anche un aspetto metafisico, ma non per questo meno terrificante: il Coccodrillo Bianco, una vorace creatura mitologica a cui vengono attribuite innumerevoli tragedie. In particolare, una serie di rapimenti e omicidi di giovani madri single e i tragici incidenti — uno dei quali mortale — che hanno colpito due operatori umanitari britannici nei campi minati di Koh Kronegh.
In questa brutale realtà atterra Tess Hardy, una giovane donna che ha già viaggiato molto lontano da casa, sia geograficamente che metaforicamente. È stata in missione in Afghanistan come sminatrice per l’esercito britannico ed è fuggita da un marito violento che l’amava e la picchiava con la stessa ferocia, finché non ha ucciso a calci il bambino che lei portava in grembo a sua insaputa. K. T. Medina conferisce a Tess una sorprendente profondità, ritraendo abilmente la sua dolorosa ambivalenza, la sua determinazione e la sua dolcezza. Tess è volata a Battambang per prendere il posto, all’interno del Mine Clearance Trust (MCT) — l’organizzazione che si occupa della bonifica mine — di nientemeno che Luke, il marito da cui si era separata. Luke è stato letteralmente vaporizzato da una mina anticarro a Koh Kronegh. Un tragico, sfortunato incidente, secondo i colleghi del MCT. L’opera del Coccodrillo Bianco, sussurrano i cambogiani.
La storia è intrisa di duplicità e tensione. Tess non rivela ai nuovi colleghi di essere l’ex moglie di Luke, né di essersi unita al MCT per indagare sulla sua morte. Un Luke spaventato, ben lontano dalla sua solita figura forte e arrogante, aveva telefonato a Tess pochi giorni prima di morire; nonostante la tragedia che aveva portato alla rottura del loro matrimonio, la donna sente di dovergli — e di dovere a se stessa — la verità su chi o cosa lo avesse spaventato così tanto.
La maggior parte delle persone che Tess incontra e con cui lavora nasconde dei segreti: tra i colleghi del MCT c’è Alexander Bauer, un croato vicino a Luke che potrebbe sapere più di quanto dice, con un passato così oscuro da renderlo incline all’autolesionismo; Johnny Perrier, scapestrato figlio della nobiltà dello Shropshire, unitosi al MCT apparentemente per gioco e finito orribilmente mutilato da un altro “incidente” altamente improbabile nel campo minato di Koh Kronegh; e Tord Jakkleson, il secondo in comando, uno svedese che Tess scopre presto stia rendendo più dolce la sua vita da espatriato sfruttando sessualmente giovani ragazze locali.
Alcuni dei cambogiani che Tess deve affrontare — mentre cerca di svelare il mistero della morte di Luke, dell’incidente di Johnny e delle continue sparizioni di giovani madri (una delle quali, una prostituta legata a un traffico di schiavi, viene trovata assassinata a Manchester) — sono altrettanto misteriosi e ambigui, con motivazioni ulteriormente celate dalle usanze e dalla mentalità del sud-est asiatico.
Mentre la storia si sviluppa in una direzione relativamente lineare, seguendo la doppia indagine condotta da Tess e da Andy Wessex (l’ispettore di Manchester che cerca l’assassino della giovane prostituta), K. T. Medina si dimostra molto abile nel tessere una trama ricca di suspense. E nel ritrarre la crudele realtà della vita degli sminatori in un paese pieno di contraddizioni, bellezza e tragedia come la Cambogia. Riuscire in questa duplice impresa — intrecciare una trama investigativa forte, sebbene non convenzionale (guidata da un detective improbabile come Tess Hardy), a una storia altrettanto potente su come affrontare l’orrenda eredità di brutalità che ogni guerra lascia — richiede davvero grande maestria letteraria.
Un plauso a K. T. Medina per aver creato una grande storia che attraversa i generi del poliziesco e del thriller, mescolandoli con acute osservazioni sul mondo devastato in cui viviamo, spesso con colpevole indifferenza. Una storia con personaggi solidi, un’eroina compassionevole ma dura e un epilogo davvero sorprendente, tanto terrificante e letale quanto il mitico coccodrillo bianco.
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