Vero – Franco Forte

Editore: Mondadori
Michele Mennuni
Protocollato il 6 Febbraio 2026 da Michele Mennuni con
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Il riassunto
Vero – Franco Forte

Vero. Il romanzo di Marco Aurelio l’imperatore filosofo di Franco Forte odora ancora di inchiostro perché è stato pubblicato da Mondadori il 20 gennaio di quest’anno e mai come in questo momento il personaggio descritto, l’imperatore Marco Aurelio, esce dal romanzo e prende vita e ci parla dalla distanza di duemila anni per ricordarci che il suo pensiero non è mai morto. La storia dell’umanità è su un baratro come Niscemi il paese siciliano che proprio in questi giorni sta sprofondando tristemente nella piana sottostante ma è ancora in bilico come in bilico è la nostra sorte di fronte ai nuovi imperatori che da oriente ad occidente cercano di spartirsi il mondo. In un momento disperato dell’umanità quando la sorte avversa sembra travolgerci con le guerre e le carestie accompagnate anche dalla furia degli elementi della natura che si ribellano all’uomo, il rifugio introspettivo dell’animo è la naturale conseguenza e l’unico modo per resistere alla forza del fato. Il Marco Aurelio che ci consegna Franco Forte è il rimedio ai nostri giorni avversi perché attraverso la vita romanzata di questo imperatore ci induce alla riflessione e all’accettazione della realtà con uno spirito che attraverso la lettura accende ancora una fiammella di speranza. L’autore si è cimentato spesso con le biografie degli imperatori romani  e con il romanzo storico dell’antichità prettamente latina e italica raggiungendo eccezionali risultati sia in termini di ricerca storica che in quelli scenografici degli ambienti raccontati e della individuazione della personalità dei condottieri romani; in quest’ultima opera riesce a trasportarci nella Roma del II secolo d.C. quella di Marco Aurelio, un imperatore che non è proprio di origini romane ma spagnole segno di come Roma riesce ad amministrare e a integrare i popoli conquistati, quelli che noi oggi chiamiamo i ‘migranti’ ai quali invece l’accorta e vincente politica romana concedeva la cittadinanza e come in questo caso uno di loro poteva addirittura ricoprire il ruolo di imperatore.

La vita di Marco Aurelio è raccontata da Forte nel succedersi degli anni dal 161 al 180 d. C. così lo conosciamo bambino e lo vediamo alla fine dei suoi giorni entrare nel regno dell’Ade in un arco di tempo della vita già segnata fin dal suo nascere con la predestinazione di essere e diventare l’imperatore di Roma e un imperatore diverso da tutti gli altri, un imperatore intellettuale che lascia il suo segno nella storia anche per le sue battaglie ma soprattutto per i suoi pensieri e la sua filosofia. Le pagine di Forte ce lo rendono subito amico e noi partecipiamo al suo destino, alla sua formazione oratoria con Frontone, che gli resterà amico per tutta la vita e al suo incontro figurato e immaginato con i classici e con la filosofia che viene dalla Grecia e  dai grandi filosofi, Eraclito, Platone, Socrate, Epicuro, Seneca ma anche e soprattutto Zenone da non confondere con Zenone di Elea, quello del paradosso di Achille e la tartaruga, Zenone che influenza Marco Aurelio è quello che ha fondato lo stoicismo che avrà in Marco Aurelio il massimo esponente. In questo personaggio sembra incarnarsi per un insolito caso del destino e per una straordinaria congiunzione astrale quello che   l’umanità ha sempre perseguito e deve ancora raggiungere: la gestione del potere affidata a un filosofo, a un pensatore. Se il motto della contestazione giovanile sessantottina del maggio francese era ‘la fantasia al potere’, qui con Marco Aurelio, duemila anni fa, è proprio l’intellettuale che esercita il potere. 

Per chi ha avuto la fortuna di studiare filosofia e storia a Roma, alla Sapienza, e di vedere da vicino i posti riportati nei testi di storia romana, durante le passeggiate domenicali, il ricordo della statua equestre di Marco Aurelio sul Campidoglio è indelebile e resta uno dei ricordi più belli.  Ed è bello ritrovarlo nel ritratto che ne fa Francesco Forte che ci abitua a convivere con Marco adolescente, alle soglie della crescita fisica e spirituale adombrata anche da episodi ai limiti della normalità con l’incontro e la scoperta del sesso in una Roma imperiale quale quella del II secolo avvezza ormai a tutte le soluzioni possibili e immaginabili perché Roma ha ormai conquistato il mondo, il problema è adesso come mantenere il potere dell’impero minacciato continuamente sui confini, il limes che ci ricorda Forte, i confini che già erano stati rafforzati dal vallo di Adriano e di Antonino in Britannia e che adesso bisognava difendere ad est dai popoli barbari. La formazione culturale di questo giovane destinato all’impero e al comando è avvincente.  Sicuramente Marco Aurelio legge le Vite parallele di Plutarco tramite Frontone, circa 50 biografie di uomini illustri ordinate secondo coppie di personaggi appartenenti ai due popoli (ad es. Teseo- Romolo, Alessandro-Cesare, Demostene-Cicerone). La rassegna di vite esemplari è l’esempio classico dei princìpi etici che colpiranno il giovane imperatore Marco Aurelio perché in esse c’è il programma politico e la sua morale: i grandi condottieri del passato non sono altro che la rappresentazione plastica dei vizi e delle virtù dei leader. Le Vite parallele sono un manuale del perfetto imperatore. Il II secolo è caratterizzato dalla successione imperiale detta ‘per adozione’, e Marco Aurelio stesso è adottato, l’adozione è considerata la forma migliore e la più matura espressione dell’amministrazione romana. L’impero non passa più di padre in figlio, ma si cerca colui che, fra tutti, sia il ‘migliore’, in grado di ricoprire il suo ruolo, capace di moderare gli eccessi, appianare le divergenze, evitare la tirannia. Proprio Sesto di Cheronea, nipote di Plutarco, sarà il precettore di Marco Aurelio, che scriverà in greco la sua opera segno tangibile dell’importanza del mondo greco per Roma tanto da condividere con il latino il ruolo di lingua guida dell’impero. Esiste in questo mondo antico incredibilmente la traccia di un globalismo culturale che oggi è diventato soltanto economico e deleterio. Alla morte di Antonino Pio, come era stato preordinato da lui stesso, sale al trono, nel 161, Marco Aurelio, che si associa il fratellastro Lucio Vero. Sotto l’imperatore filosofo assistiamo a una cruenta persecuzione dei cristiani a Lione, nel 177. Marco si trova ad affrontare le prime significative spinte verso sud di Catti, Germani, Longobardi, Vandali che giungeranno sino ad Aquileia. Roma in questo periodo deve affrontare da una parte l’incontro-scontro interno con il cristianesimo e dall’altra la lotta esterna con le popolazioni barbariche. E Marco Aurelio che poteva con la sua politica di pacificazione regnare nella creazione di un impero che doveva ripetere la lunga pax augustea si trova a guerreggiare. Ma niente succede a caso e forse solo un uomo come Marco poteva sopportare grazie ai suoi principi e alla sua dirittura morale tutti gli elementi avversi della vita non solo pubblica ma anche privata. Per il ruolo rivestito sposa una donna che non ama, è costretto alla fine ad affrontare una pestilenza che lo porterà alla morte proprio nel momento in cui si rende conto che lascerà l’impero nelle mani di Commodo, suo figlio, per niente adatto al ruolo.

A se stesso (pensieri)sono composti tra il 170 e il 180 d.C. in greco durante le pause delle campagne militari sul Danubio, negli ultimi dodici anni della sua vita, in modo particolare durante la guerra contro le tribù germaniche (169-180 d.C.). Sono dodici libri di annotazioni private, meditazioni sulla vita, la morte, la virtù e la filosofia stoica. Riflettono la ricerca di serenità e rigore morale. Un buon imperatore deve favorire la cultura, deve essere un Mecenate e rendere onore ai filosofi. Tutto è precario e transeunte, non valgono le conquiste militari ottenute con la forza e la violenza, ma vale la pace. L’uomo è un ‘animale politico’, il cui compito è adoperarsi per il bene comune; fra tutti gli uomini, l’imperatore, colui che governa gli altri, ha maggiormente su di sé il fardello di condurre l’umanità verso il bene. La filosofia permette alla ragione di far operare il divino che è nell’uomo attraverso di essa, temperando i moti dell’animo. C’è tanto Seneca in Marco Aurelio e c’è tanta influenza di Epicuro e di Epitteto.

Marco Aurelio sembra far sua l’idea, per cui il vizio nasce dall’ignoranza: “Di buon mattino bisogna cominciare col dire a sé stessi: m’imbatterò in un indiscreto, in un invidioso, in un egoista. Tutti questi difetti provengono loro dall’ignoranza del bene e del male”

Nei nove precetti dell’XI libro, Marco Aurelio afferma che “L’ira non è virile”, che è dannosa per sé e per lo Stato, come legislatore opera in favore delle categorie di persone alle quali lo stoicismo, nella sua aspirazione al riconoscimento dei diritti della persona umana, avrebbe dovuto prestare attenzione, apre istituti per sfamare e istruire gli orfani, crea figure a tutela dei minori, emana leggi a tutela personale e patrimoniale delle donne, a tutela dei liberti, a tutela degli schiavi, per i quali vieta l’acquisto mirato a farli combattere contro le fiere (anche nel caso fossero rei di qualche delitto). Prevale, però, in lui un’idea classista della società, Predilige la nobiltà, tutelandone i diritti e l’inaccessibilità, il potere è gestito dai colti, le masse restano escluse dalla storia. Marco Aurelio nei suoi Pensieri sintetizza i numerosi aspetti della propria personalità, muovendosi agevolmente fra politica, filosofia e retorica. In quest’opera che egli scrive a sé stesso e non immagina quante persone la leggeranno nei secoli si realizza la fusione delle figure dell’imperatore e del filosofo, l’incarnazione dell’imperatore saggio e la sua completa identificazione con la cultura greca. L’imperatore può essere saggio solo in virtù dell’insegnamento filosofico ricevuto, attraverso l’educazione l’uomo può liberarsi dalla schiavitù delle passioni. Libero da queste non ha più in odio la propria realtà né ha da temere per l’avvenire, perché sa che esso non dipende dai propri sforzi, ma è in mano al destino. Darsi pensiero per il futuro ha come unico risultato quello di perdere il tempo e la serenità. Marco Aurelio governò ponendo attenzione alle categorie svantaggiate, aprì strutture per sfamare e formare gli orfani, creò magistrature per la tutela dei minori, adottò misure importanti per favorire l’educazione dei giovani e l’insegnamento, promulgò leggi in favore della tutela personale e patrimoniale delle donne, per quella dei liberti, ai quali però tolse definitivamente l’antica possibilità di accedere al potere burocratico, degli schiavi, vietandone l’acquisto mirato a combattere contro le fiere, a favore delle aristocrazie provinciali, contro le truffe operate sfruttando la superstizione, contro la demagogica conquista del favore popolare; scelse la moderazione come linea politica, fu molto rispettoso delle prerogative del Senato e amministrò personalmente la giustizia decidendo di non essere vendicativo contro i nemici e di perseguire la concordia. A proposito di tale ricerca della pace sociale, essa si mostra maggiormente in occasione dell’usurpazione di Avidio Cassio, unica figura che suscita odio nel lettore perché mette a dura prova la pazienza di Marco Aurelio al quale ruba l’amore della moglie e vorrebbe rubare anche l’impero.

Le sette dominanti degli epicurei e dei cristiani diventano un problema per la cultura pagana del secondo secolo che disprezza il cristianesimo ed esprime l’ideologia della classe dominante che considera il cristiano come altro da sé, elemento di provocazione e di disturbo. Marco Aurelio è schifato dal martirio che si compie a Lione e non può capire i cristiani considerati fanatici che tendono all’autodistruzione. Il cristianesimo è un fenomeno culturale di massa visto in contrapposizione con le divinità pagane.

Ma forse la guerra che affronta l’uomo e non l’imperatore è nella sua vita privata segnata dalla morte dei numerosi figli, dal tradimento della moglie, dall’amore mai portato a termine con l’unica donna che ama e che viene puerilmente appagato da una schiava. È in questi passaggi che l’autore ci porta incredibilmente vicino all’imperatore, a quest’uomo che stoicamente deve rappresentare la virtù e l’esempio per gli altri mentre deve subire l’onta del tradimento, una precaria condizione di salute trattata dal suo medico Galeno con la triaca una mistura di innumerevoli erbe con una componente di carne di vipera segnale distintivo del veleno che man mano lo consuma. Lo immaginiamo morente in una tenda dell’accampamento al freddo e al gelo nordico dell’inverno lontano dall’assolata Roma, mentre scrive i suoi pensieri in una città al centro dell’Europa, a Vienna, allora chiamata Vindobona e dove questo grande uomo ricordato oggi nell’intitolazione di una via a ridosso del centro e della chiesa di Santo Stefano, Marc Aurel Strasse, lascia la vita terrena dopo aver sconfitto il legato di Siria Avidio Cassio che gli aveva insidiato la moglie e l’onore. Le sue ceneri oggi forse sono in quel mausoleo voluto da Adriano e che tutti conosciamo come Castel Sant’Angelo a Roma a pochi passi da dove ha vissuto dopo aver girato mezzo mondo vicino a San Pietro al tempio del cristianesimo che non ha capito per ricordarci come sia effimera la vita e duraturo il ricordo delle azioni compiute.

Recensione di Michele Mennuni.

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