Approda anche al mercato italiano la scrittrice londinese, che si firma Natali Simmonds, con l’ultimo romanzo, pubblicato da Newton Compton. All’attivo ha altri lavori, attualmente non tradotti. Se non si sapesse che sia inglese (anche se la biografia la colloca a vivere tra Spagna e Olanda), da certi temi – cardine della sua narrazione la si collocherebbe meglio oltre oceano, in qualche provincia americana perfettina e perbenista, almeno all’esterno. L’atmosfera che aleggia infatti sulla famiglia protagonista, raccontata con gli occhi di Jules (la mamma), ricorda la Carolina del Nord di Nicholas Sparks o gli esiti di “Fatal Attraction” nella New York di Dearden. Loro quattro, i componenti di questa famiglia, sono tutti molto belli – Adam il padre ha ancora un fisico asciutto, modellato e imbrunito dall’hobby dell’orto; Reece il figlio maschio è alto ed efebico, con lunghe chiome bionde ibizenche; Leah la sedicenne attira gli sguardi di coetanei ed adulti anche perché veste sempre succinta e persino Jules, che per tutto il libro non fa che lamentarsi di quanto sia invecchiata e inflaccidita, dalle parole degli altri appare invece molto sofisticata e “cool”. Sono anche moderatamente benestanti, soprattutto ora che Adam sta per vendere la società di AI che ha fondato da giovane, e ne ricaverà una somma scandalosamente alta. Tra lo spaccio (rigorosamente “bio”) di piantine psicotrope coltivate da Reece nella serra paterna e i tormenti adolescenziali di Leah e le sue amichette, Jules si affanna a organizzare cenette di famiglia di cui agli altri interessa davvero poco e a elargire a tutti loro frasi affettuose e manifestazioni di solidarietà ed orgoglio materno, scalmanandosi anche a tenere il passo di colleghi giovanissimi nell’azienda di gioielli che ha contribuito a far crescere con il suo lavoro.
Ma il dorato meccanismo si inceppa, non una ma due volte. Da una parte, c’è l’incalzante depressione di una donna che ha puntato tutto sul binomio avvenenza fisica- perfezione sociale, alla quale d’un tratto appare un marito disinteressato a lei e due figli ancor più indipendenti e desiderosi di starle più lontano possibile, nell’ombra lunga e fredda di una possibile cessione d’azienda che affaccia al rischio del suo stesso licenziamento. Dall’altra parte, c’è la angosciata insicurezza di Leah che, come molte ragazze della sua età, si ritrova donna nel fisico senza esserlo nella testa, ed inanella sconfitte e delusioni nelle quali, però, invece che soccombere o più prosaicamente fare esperienza e maturare, si incaponisce. Prima è la volta di Nathan, il compagno di scuola con cui ha cincischiato un po’, e poi lui ha guardato altrove; poi sarà il turno di Dylan, che invece è adulto, vive da solo, sembra pazzo di lei.
Ma neppure questa storia può avere un lieto fine per Leah, c’è un ostacolo importante, insormontabile, legale. Lei è una minorenne, quindi lui rischia anche penalmente.
La ragazza non ci sta a farsi lasciare (ecco perché mi torna in mente quella Glenn Close che, con il nome di Alex, all’amante avventizio Michael Douglas fa passare l’inferno perché “I don’t want to be ignored”), e mette in campo tutto il suo arsenale, prima di blandizie e avvenenze, poi di ricatti, per far tornare a sé il fedifrago. Ma da sola non può farcela. Saranno i suoi, che tanto la amano, a intervenire a loro volta sino ad un happy end che ha dello straziante se rapportato allo scopo che questa famiglia persegue: tornare alla propria esistenza caramellosa, senza ostacoli, e continuare a dirsi quanto tutti si amino. Costi quel che costi.
La trama, così succinta, non brilla forse di originalità: gli stalker sono tra noi da talmente tanto tempo da farsi riconoscere subito, almeno in letteratura. Ma la Simmonds ha un pregio indiscutibile: la ha attualizzata trasferendo i cliché e i cardini delle persecuzioni dal mondo adulto a quello, molto più fragile e dibattuto, degli adolescenti che, soprattutto dopo il COVID, hanno mostrato tutta la loro profonda insicurezza e il disagio di affrontarla. È un libro che si legge d’un fiato, dove c’è poco sangue e pressoché nessuna violenza, ma il ritmo è incalzante anche nelle sotto-trame, quelle infinite paranoie che Jules si fa sul proprio invecchiare, che non accetta con serenità ma che al contrario la riempie di angoscia esistenziale e fa commettere, anche a lei, errori imperdonabili. Bella critica a tutte quelle donne che, cercando la perfezione estetica, tralasciano di coltivarsi l’anima e il cuore.
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