Una storia sbagliata – Giancarlo De Cataldo
Amo molto la scrittura di Giancarlo De Cataldo. È una voce che sa unire rigore narrativo e un senso morale sempre sottotraccia. In “Una storia sbagliata” ritrovo questo stile limpido e teso, ma devo ammettere che, per chi come me non ha vissuto l’Italia degli anni Settanta, alcuni passaggi possono risultare più complessi anche se offre senz’altro l’occasione di approfondire un pezzo di storia che ancora oggi riverbera nelle tensioni del nostro presente.
Una storia sbagliata, edito da Einaudi Stile Libero, è un romanzo breve che nasce dalla cronaca e conserva il taglio asciutto del noir civile.
Negli anni in cui il boom economico comincia a rallentare e i segni della crisi diventano sempre più evidenti, l’Italia entra in una fase segnata da tensioni crescenti.
La criminalità si struttura, lo scontro politico si irrigidisce, mentre nelle strade prende forma un’energia nuova: una generazione che vuole cambiare il mondo, con il rock come colonna sonora e la voglia di rompere gli schemi. Per chi detiene il potere, tutto questo è una provocazione, una minaccia e un’opportunità da cogliere.
Quando al vicecommissario Paco Durante viene chiesto di occuparsi in modo informale della morte per overdose di una ragazza di vent’anni, intuisce subito che la diffusione dell’eroina nasconde qualcosa di più del semplice profitto. Ogni passo verso la verità si trasforma in un vicolo cieco: prove che spariscono, testimonianze soffocate, trame che qualcuno sembra riscrivere nell’ombra.
Tra inseguimenti, depistaggi e ambienti mondani popolati da figure dello spettacolo, poliziotti e intellettuali della sinistra, l’indagine di Durante si trascina per anni, oscillando tra rivelazioni improvvise e nuove minacce. Finché non approderà a un esito inatteso e tragico, che getterà una luce definitiva – e dolorosa – su quella stagione del Paese.
De Cataldo costruisce la trama come un’indagine rallentata e meditativa. La tensione cresce nella discrepanza tra ciò che appare e ciò che si intravede tra le righe.
La scrittura è precisa, sorvegliata, capace di evocare un clima più che di descrivere fatti in modo didascalico. È proprio questa finezza a rendere il romanzo efficace, ma anche a richiedere al lettore un minimo di familiarità con il contesto storico per cogliere pienamente le allusioni e la posta in gioco.
Ciò che resta, terminata la lettura, è un senso di malinconia per una verità che si può soltanto sfiorare, mai afferrare del tutto. Per me è stato un piccolo viaggio dentro una memoria collettiva che conosco solo in superficie, e che proprio attraverso questa narrazione sento di aver voglia di approfondire.
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