Un podcast mi ha rovinato la vita – Amy Tintera
In questi tempi a dir poco instabili, in un mondo che ogni giorno lascia basiti dalle narcotizzanti mediocrità e ignoranza a cui assistiamo quotidianamente, siamo così assillati di informazioni da perdere paradossalmente la bussola al cospetto di un’imperante incertezza. Meno male che ci sono ancora avamposti come Thriller Café, il quale non ha certo chissà quali velleità di risolvere gli svariati e annosi problemi di umana natura, ma di sicuro, dalla sua piccola trincea prova costantemente a difendere e diffondere il sacro valore della cultura, in particolare lo scrivere e l’immortale atto più naturale che ne deriva, ovvero leggere. L’uno originato dall’altro e viceversa, in un’alleanza complementare essenza dell’arte nel senso più universale del termine. E scusate se è poco.
Il tassello quotidiano proposto dal vostro aiuto barman di turno è “Un podcast mi ha rovinato la vita“, della scrittrice statunitense Amy Tintera.
Dopo alcuni anni di apparente silenzio, un famoso podcaster radiofonico, tal Ben Owen, decide di rivangare l’oscura vicenda che tempo addietro aveva suscitato enorme scalpore nella cittadina di Plumpton, nel Texas, e arrivando fino alle testate nazionali. Il caso riguarda il cadavere di una ragazza di nome Savannah Harper, rinvenuto a bordo strada poco lontano da una festa di nozze a cui aveva partecipato.
Ogni circostanza indica – e nessuno ha mai davvero pensato diversamente – la coetanea Lucy Chase quale responsabile dell’omicidio. Non solo in quanto amica intima della vittima e pure lei presente al ricevimento nuziale, ma anche e soprattutto perché ritrovata in stato di quasi incoscienza, con il vestito sporco di sangue e una strana amnesia che non le permette di risalire con chiarezza agli eventi di quella notte e a ricostruirne la dinamica. Questa congiuntura, insieme a tutta una serie di circostanze poco comprensibili legate a varie testimonianze, hanno impedito agli inquirenti di giungere a prove inconfutabili per incriminare Lucy Chase. Da qui il cold case che Ben Owen, nelle vesti di un vero e proprio cronista d’assalto, e anche su rinnovata pressione da parte dei parenti più stretti di Savannah, intende a tutti i costi risolvere.
Destino vuole che Lucy Chase, da alcuni anni trasferitasi in California proprio per allontanarsi dall’asfissiante clima di sospetto e di odio covato nei suoi confronti sia dai concittadini che dai familiari, faccia ritorno giusto in quei giorni nel luogo natio in occasione del compleanno della nonna. Ciò sarà il classico shock emotivo da qui pian piano riemergeranno i ricordi sepolti, spingerà a fare i conti con il passato e con alcune vecchie conoscenze, in un ginepraio di menzogne e raggiri dove nessuno appare esente dal nascondere qualcosa.
Un podcast mi ha rovinato la vita è il tipico giallo ambientato in quella provincia americana al cui interno covano invidie e violenze domestiche come una polveriera. La storia si svolge alternando la narrazione dal punto di vista di Lucy Chase, mai banale e segnato da un’ironia latente, e il reportage di Ben Owen, con le interviste ai vari testimoni e conoscenti della vittima alla stregua del classico servizio giornalistico, dove tutto e tutti (compreso il podcaster) hanno un’unica convinzione: la colpevole è Lucy Chase. Ma sarà davvero così?
I colpi di scena non mancano fino all’epilogo finale, i dialoghi sono frizzanti e pervasi da una vena giovanile, chiaro indizio delle origini letterarie dell’autrice, nata come scrittrice di romanzi young adult.
Il titolo della versione italiana forse è un po’ fuorviante (sebbene centri in pieno il casus belli di partenza), discostandosi dall’originale che, tradotto “in ascolto della menzogna”, rende meglio l’idea del filo conduttore della storia. Ovvero: basta ribadire a più riprese la propria versione di un evento, interpretato più o meno obiettivamente e con l’aiuto martellante e incessante dei mass media, per trasformarlo in verità assoluta. Pertanto, scovare l’anomalia, la dissonanza, il dettaglio fuori posto che fa crollare il castello di carta assume i connotati di una vera e propria impresa da romanzo giallo.
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