Un covo di vipere – Andrea Camilleri

Un covo di vipere – Andrea Camilleri

Editore: Sellerio
Giuseppe Pastore
Protocollato il 20 Maggio 2013 da Giuseppe Pastore con
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Oggi al Thriller Café l’aria di Vigàta si fa densa e irrespirabile, carica di un malessere che non viene dal mare ma dal chiuso di una villa dove il lusso nasconde l’abisso; la recensione odierna è per “Un covo di vipere” di Andrea Camilleri, ventunesimo capitolo della serie dedicata al commissario Salvo Montalbano (Sellerio, 2013).

In questo romanzo, Camilleri ci trascina in una delle indagini più cupe e disturbanti dell’intera saga. Se nelle opere precedenti il male aveva spesso i tratti della mafia o della corruzione politica, qui assume una forma più intima, viscerale e domestica. Il commissario Salvo Montalbano, svegliato come di consueto da un sogno simbolico e inquietante, si trova a dover scoperchiare un calderone di depravazione che mette a dura prova la sua leggendaria capacità di comprensione dell’animo umano.

La storia gira attorno all’omicidio di Cosimo Barletta, un imprenditore di successo, apparentemente rispettabile, trovato morto nella sua casa al mare. L’uomo è stato ucciso due volte: prima avvelenato e poi finito con un colpo di pistola alla nuca. Man mano che Montalbano scava nella vita della vittima, emerge il ritratto di un uomo abietto, un usuraio spietato che utilizzava il ricatto sessuale per sottomettere giovani donne in difficoltà. La ricerca del colpevole si trasforma in un viaggio all’interno di una famiglia (il “covo di vipere” del titolo) dove l’odio, l’incesto e la brama di denaro hanno cancellato ogni traccia di affetto, rendendo quasi impossibile distinguere tra vittime e carnefici.

Il modo in cui Camilleri costruisce la tensione attraverso il contrasto è eccellente: la bellezza della costa siciliana contro lo squallore morale della famiglia Barletta. Il pregio maggiore del libro è forse però la gestione del “doppio omicidio“, un espediente classico che qui serve a svelare le diverse stratificazioni del rancore che circondava la vittima. La figura di Montalbano appare particolarmente solitaria e malinconica; il commissario sembra rifugiarsi nel cibo e nelle nuotate mattutine non più per piacere, ma come atto di resistenza contro la bruttezza di ciò che è costretto a vedere.

Dall’altro lato, la tematica trattata (che sfiora il tabù dell’incesto con una crudezza inusuale per la serie) rende la lettura un’esperienza amara e a tratti claustrofobica. In alcuni passaggi, il dialetto si fa più aspro, perdendo quella giocosità che caratterizzava i primi volumi, quasi a sottolineare l’impossibilità di scherzare davanti a tanta miseria umana. Inoltre, il ruolo di Livia è ridotto a brevi e talvolta stanche telefonate, confermando una tendenza dell’autore a isolare sempre più Salvo nel suo mondo di Vigàta.

È un noir totale, dove la risoluzione del caso non porta alcuna catarsi, ma solo la conferma di quanto l’oscurità possa annidarsi nei legami più sacri. Un Camilleri maturo, che non ha paura di guardare nell’abisso della psiche umana, e un Montalbano che, pur invecchiando, non rinuncia a essere l’ultimo baluardo di una morale possibile.

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