Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno – Benjamin Stevenson
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Ho letto “Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno” di Benjamin Stevenson (Feltrinelli) perché qualche mese fa mi ero innamorata del più recente “Tutti hanno dei segreti a Natale“. Scelta felicissima: qui Stevenson piazza tutte le carte sul tavolo e gioca con il lettore con una sfrontatezza deliziosa. Ernest “Ernie” Cunningham, narratore e protagonista, parla direttamente a noi, promette fair play e mantiene la promessa: annuncia le regole del giallo classico e ci guida dentro l’enigma senza mai barare, anzi rendendoci complici. È un romanzo che prende la tradizione alla Agatha Christie e la passa al frullatore della metanarrativa: ironico, lucidissimo, scritto con intelligenza scenica. Sì, l’ho adorato.
La trama è un perfetto meccanismo a orologeria. La famiglia Cunningham si ritrova in un resort di montagna per festeggiare l’uscita di prigione di Michael; una bufera isola tutti, e salta fuori un cadavere con le vie respiratorie ostruite dalla cenere. Ernie, che campa scrivendo manuali su come si scrivono i gialli, è costretto a mettere alla prova la sua teoria preferita: ogni buon mistero si risolve giocando pulito, e ogni dettaglio conta. Stevenson sfrutta l’ambientazione chiusa, il passato che torna a morsi, il segreto (più o meno indicibile) che ognuno porta al tavolo. E costruisce un intreccio che si apre e si richiude come una fisarmonica: flashback calibrati, indizi piazzati con malizia, rivelazioni che non cancellano ma raddrizzano la prospettiva. Il tutto con quel tocco di humour australiano che alleggerisce senza sgonfiare la tensione.
Il bello, per me, è la voce: Ernie non è solo un “io” simpatico; è un narratore che ragiona sul genere mentre lo pratica. Cita (e usa) il Decalogo del giallo di Ronald Knox, gioca con i cliché, li ribalta, poi li rimette in piedi. Questa consapevolezza non è vezzo: è la chiave del piacere di lettura. Ti ritrovi a leggere sia l’indagine sia il suo “come funziona”, come se Stevenson ti facesse passare dietro le quinte del teatro del giallo senza rovinarti la magia. Il risultato è doppiamente godibile: intrattenimento puro e, insieme, manuale nascosto di storytelling investigativo.
Insomma: se amate i gialli a enigma, quelli che vi fanno sentire furbi quando incastrate i pezzi e onesti quando sbagliate strada, questo libro è un invito a nozze. Leggetelo, godetevi la voce di Ernie e la precisione del congegno, e poi concedetevi un bis.
Chiudo con un obiettivo: dopo questo, recupero “Tutti su questo treno sono sospetti” (mi manca! – e nell’attesa potete farvi un’idea qui su Thriller Café).
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