Tutti conoscono tutti – Francesca Mautino
Perdonatemi, cari avventori del Thriller Café, se oggi inizio in modo inconsueto la mia recensione. Ho appena terminato la lettura di “Tutti conoscono tutti” di Francesca Mautino, opera seconda dopo “Qualcuno che conoscevo”, anch’essa pubblicata da Longanesi, e sto riguardando la copertina del libro. Confrontandola con la prima, noto subito che ci sono due invarianti (come direbbero i fisici): Torino e la conoscenza. Dopo la Mole (Antonelliana) dell’opera prima, c’è il monte dei Cappuccini sullo sfondo e il Po che scorre ai suoi piedi in questo libro. E poi c’è l’accenno alla conoscenza, che però per la Mautino è qualcosa di praticamente irraggiungibile, nulla è mai conosciuto definitivamente, perché la realtà è continuamente cangiante, inafferrabile, in evoluzione. E in effetti, mai copertine furono più azzeccate, perché la presenza di questa città sempre troppo piccola, scostante, fredda, abitata da persone ed eventi che non si riescono ad afferrare è il tratto portante della poetica di questa intrigante scrittrice.
Anche in “Tutti conoscono tutti” c’è un cold case che la giovane protagonista Valentina Bronti tenta di decifrare. Di mestiere (se così si può dire al giorno d’oggi) lei fa la podcaster e sta attualmente indagando sulla misteriosa scomparsa della contessa Alberta Caselli, anno 1992. Solo che nelle investigazioni di Valentina Bronti non prevale il metodo logico-razionale-deduttivo dei classici del secolo scorso. Vince piuttosto l’istinto animalesco e sornione della protagonista, che è capace anche di mollare un caso e di lasciarsi trasportare da un’altra storia del passato, che ha più fascino ed è più legata a questioni personali. Valentina viene quindi costretta a rivivere la propria vita da studentessa in affitto e ricostruisce un pezzo del vissuto personale, a costo di farsi anche un po’ male.
La Mautino, nel suo libro, opera una felice decostruzione del meccanismo classico dell’investigazione. Il cold case non è l’asse portante della narrazione, perché il mondo letterario della Mautino (e il mondo reale di Valentina Bronti) non ha assi portanti. Tutto si svolge invece seguendo una sorta di flusso di coscienza della protagonista, dove gli elementi dei delitti e le relative scoperte stanno sullo sfondo, in una sorta di atmosfera noir che permea la scrittura. Ho trovato l’effetto complessivo molto convincente, anche perché rafforza la mia convinzione che è bene smontare le classificazioni letterarie “di genere”. Noir e Thriller non sono generi diversi dal romanzo “normale”, ma solo angolature differenti per vedere la realtà.
Che purtroppo, in quanto realtà, tende a essere poco descrivibile. Ma non per questo completamente inconoscibile. C’è un passo del libro che mi ha colpito e che vi ripropongo: “Ognuno è convinto della propria personale verità, ma la luce, oltre il groviglio di vite, credo che sia raggiungibile.” Se si conosce qualcosa quindi, la si conosce perché ci si fa strada nel groviglio di vite (è un groviglio perché tutti conoscono tutti) e la luce che si ottiene non è la verità con la V maiuscola, ma solo una luce nella nebbia delle verità personali. Che poi è una splendida metafora del mondo social nel quale tutti noi siamo variamente immersi, nell’era della post-verità, dove il prefisso sta sia per il dopo sia per i brevi scritti che noi tutti pubblichiamo.
In chiusura tre piccole noticine. La prima: questo è un libro che parla della violenza. Violenza del mondo di oggi, violenza soprattutto degli uomini verso le donne, violenza degli stereotipi rigidi che ci incatenano. Seconda: questo è un libro che parla di cinema, su tutto la nouvelle vague, Resnais, Godard ecc., e c’è un piccolo grande omaggio a “L’anno scorso a Marienbad” che è degno di menzione. Terza, ovvia, questo è un libro che parla di Torino. Ma se pensate che il registro sia quello critico nei confronti di questa piccola (grande) città provinciale, fredda e un po’ falsa, vi state sbagliando. “Tutti conoscono tutti” è una dichiarazione d’amore per questa città. Ve lo dice chi l’ha lasciata molti anni fa, ma che ogni tanto (spesso), in crisi di astinenza, torna a casa a San Salvario per curarsi dalla nostalgia.
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