Circa un mese fa avevamo acceso le luci del Thriller Café sulla prima storia di Franz König con protagonista Doc. Roversi (“Rosso Trachea“) e oggi torniamo sulla sua seconda avventura dal titolo “Treponema pallido“.
In questo secondo episodio della serie vediamo il Doc operare Azra, adolescente balcanica ospite di un centro d’accoglienza gestito dalle Piccole Suore. Dovrebbe essere un intervento semplice, una cisti al polso, ma l’esame istologico rivela una gomma luetica: segno di sifilide causata dal Treponema pallido del titolo, un microbo piccolissimo, sottile e arricciato, che, visto al microscopio può sembrare un serpentello.
La sifilide di Azra è di tipo secondario, quindi il contagio è recente: di sicuro avvenuto quando già si trovava in Italia. La scoperta apre così un caso delicatissimo: qualcuno sta abusando sessualmente della ragazza.
Roversi, in piena crisi personale (separazione, incubi e analisi), ricostruisce i movimenti di Azra e coinvolge l’agente Angelina Carta. Questa si infiltra sotto copertura, spacciandosi per “prostituta da redimere”, mentre nella sua vita irrompe il giovane Guido, oggetto di un amore tumultuoso e istintivo. Con l’avanzare dell’investigazione il trio incrocerà sanità, fede, burocrazia e omertà, fino a individuare il violentatore, pronto a colpire ancora per cieca stupidità e potere.
Questa la storia narrata nel romanzo; come sempre per ulteriore approfondimenti consigliamo la lettura degli estratti che seguono.






Estratti
In quel periodo Doc Roversi aveva preso a mano il day hospital chirurgico e ogni dieci giorni gli toccava la seduta operatoria delle piccole incisioni, quelle che non si fermavano per la notte, si facevano in anestesia locale e andavano a casa subito. Un giorno di questi, al termine della seduta, l’ultimo paziente era una ragazza straniera. Roversi lesse nella lista operatoria Azra e un cognome complicatissimo, pieno di consonanti, che non riusciva a pronunciare… Azra non so chi, anni 17, tumefazione al polso sinistro, rimozione… la solita cisti di polso della ragazzina, pensò il Doc, ma quando la finiranno di spedire in sala operatoria queste cazzate, che poi ritornano e lasciano cicatrici che sono peggio della cistina originale…
– Buongiorno. Sei tu Azra?
La ragazza era stesa sulla barella coperta da un lenzuolo verde, portava la cuffia di carta e si vedeva solo il viso. Era un viso bello, anche se spigoloso, occhi nerissimi e incastonati in grandi sopracciglia folte, pelle leggermente scura, come di chi è nato in montagna, naso sottile e labbra ben fatte, atteggiate in un anonimo sorriso. Azra annuì.
– Devi togliere una cistina al polso? Me la fai vedere?
La ragazza fece uscire la mano da sotto il lenzuolo e la porse al Doc. Sulla faccia anteriore del polso c’era una sporgenza arrossata di circa 1 cm, di consistenza elastica. Originale, come cisti, pensò il Doc …
– Ok. Tu la vuoi togliere?
La ragazza annuì di nuovo.
– Va bene. Lo facciamo. Dunque, ti spiego. Adesso ti faccio tre o quattro punturine qui attorno al bozzo, poi non senti più niente, così possiamo togliere la cisti. Sei d’accordo?
La ragazza annuì ancora.
– Hai firmato il consenso? No…scusa, sei minorenne. Chi ha firmato il tuo consenso?
L’infermiera sfogliò la cartellina della ragazza, estrasse il foglio del consenso e lo fece vedere al Doc.
Firma: Suor Maria Teresa, tutrice.
L’infermiera fece segno al Doc indicando una figura in camice bianco che attendeva in sala d’aspetto. Poi si alzò rapida e portò la barella in sala, consapevole che con quella avrebbe terminato la seduta e poteva andare a farsi la doccia e timbrare l’uscita.
– Vabbè…. Ti faccio l’anestesia.
Roversi fece il campo operatorio, passò con il bisturi attorno alla tumefazione, che non era una cisti ma una piccola pallina solida e sanguinante, la mise nella provetta destinata all’esame istologico, suturò la ferita e andò a compilare la richiesta dell’esame del materiale escisso. Se ne andò dalla sala arrabbiato con il mondo. Va bene inviare in sala le cisti di polso, pensava, che poi no, non va proprio bene, ma scappellare anche una cisti con una formazione solida, poi… ma chi ci lavora più in questo ospedale…
Prese un paio di ascensori ed entrò nel regno dei morti, al piano interrato, dove i muri erano piastrellati di ceramiche bianco-panna con orribili screziature gialline, dove la temperatura era perennemente invernale e il silenzio era un rito da monaci di clausura. Lo studio di Silvestrini, in fondo a un corridoio, si intuiva per la presenza di una luce meno diafana del rimanente muro piastrellato e per la musica sinfonica di sottofondo.
– Ciao Silvestro. Posso disturbarti?
– Oh…. L’ortopedico…. Avrei proprio da farti aggiustare la gamba del tavolo, che balla, potresti tagliarmi qualche millimetro delle altre tre, così le mettiamo pari?
– Fai prima a metterci sotto un fogliettino piegato. È meglio, ti assicuro. Sennò rischi che a forza di tagliare 3 gambe ti ritrovi con il tavolo per terra.
– Troppo furbo il ragazzo. Dimmi ortopedico…. Checcazzo vuoi?
– Raccontami un poco questo referto…e gli porse il testo che aveva letto prima.
– Sì… certo, l’ho refertato io… Azra… anni 17, sifiloma secondario. Cosa ti devo dire?
– Tutto.
– Ha la sifilide, no?
– Ma dai…. È una bambina.
– Sììì… una bambina. Non sai quante ne combinano ‘ste bambine. Hanno una vita di promiscuità, cominciano a 11 anni, e figuriamoci se conoscono i preservativi. Comunque questa ha un sifiloma secondario, non si è infettata bevendo da una tazzina al bar. Ha fatto sesso… poi è arrivata la lesione cutanea, e se ne è accorta. La conosci?
– No. Non so niente di lei, l’ho vista in sala quando le ho tolto il bugno.
– E ti sei forato i guanti… per cui adesso hai paura di esserti contagiato… eh? O peggio, ti piace e adesso non sai cosa dire a tua moglie, che deve fare anche lei dieci giorni di penicillina. Vecchio porco. Una diciassettenne.
– Smettila, cretino. È solo che non so cosa devo fare con la ragazza.
– Uccidila e brucia il corpo. Poi ti riempi di penicillina e aspetti che tutti i treponemi muoiano. E nel frattempo usa il preservativo anche per pisciare.
– Allora riformulo la domanda. Data la mia totale ignoranza nella materia, puoi , tu, grande saggio, regalarmi qualche nozione avanzata per poter fare una figura dignitosa con il mio nuovo primario?
– Ah… giusto. Il nuovo primario… Vanci… bel tipo. Sembra anche simpatico… come ti trovi?
– Meglio di prima, sicuramente, ma ancora è un fantasma. Sembra perso nei corridoi. Penso che dovremmo regalargli un cane San Bernardo per ritrovare il reparto. Parlami dell’esame.
– Posso dire poco. È una lesione da granuloma luetico. È piena di treponemi. Punto e basta. Non è la classica ulcera della sifilide primaria, e neanche la lesione diffusa di quella terziaria. Dovrebbe essere una espressione intermedia, ma molto generica, di infezione luetica. Difficile dire di più.
– Ma quando sarebbe stata infettata?
– Impossibile dirlo. Da pochi mesi e qualche anno. Non ci sono tempi certi. Sicuramente lei adesso è contagiosa, ma non è così semplice il contagio. Magari se non ha anche lesioni genitali può anche scopare e non infettare nessuno… chi lo sa… sarebbe il caso di portarla in dermo o da un infettivologo, e anche da un ginecologo, e magari farle la Wasserman e tutto il resto. Poi è minorenne, devi parlare con i genitori. Queste cose qui…. Ti tocca di lavorare un po’.
– Ok Silvestro. Portami il tavolo in sala operatoria, che gli pareggio le gambe. Ci vediamo.
– Ciao ortopedico.
[…]
– E Azra?
– Abbiamo visto del fumo che saliva dietro una collina e siamo andati a vedere. Era un fienile che bruciava. Abbiamo visto subito la ragazzina che era sopravvissuta. Era in piedi in mezzo all’aia, senza vestiti, insanguinata, gelata, era freddo. Io l’ho coperta e messa dentro un veicolo. Abbiamo esplorato la casa. Il padre era morto, impiccato nel pozzo davanti a casa, abbiamo recuperato il cadavere. La madre era nel fienile in fiamme, siamo riusciti e recuperare il corpo solo dopo ore. Anche lei violentata. Non abbiamo trovato nessun altro. Un cane , morto con un colpo d’arma da fuoco. Abbiamo portato la ragazzina al campo base e se ne è preso cura il servizio medico. Non sono stati trovati parenti… non si sa. Non in vita almeno. Ma erano sfollati in tanti… nessuno voleva dirci…. Insomma, alla fine è stata portata in Italia e affidata a Suor Maria Teresa. Non siamo mai riusciti a capire quale milizia avesse fatto quel massacro, ma in verità non capitava mai di trovare dei responsabili. Così… era la Bosnia….
– Il genere umano avanza in modo non lineare. Ci sono luoghi e momenti in cui inventa il Rinascimento e altri in cui regredisce al genocidio.
– Perché dice regredisce?
– Preferisce che dica progredisce?
– Perché no… per quale ragione il massacro deve essere peggio della venere di Botticelli? Qualcuno evidentemente prova più piacere nell’uccidere, violentare, picchiare, bruciare case… piuttosto che avere di fronte una bellissima ragazza con i capelli rossi lunghi fino ai fianchi, sdraiata, nuda, che ti guarda e dice “Va bene così? Devo mettermi più in là?” e lui, il maschio violentatore e distruttore invece impugna il pennello e ti crea un Tiziano che rimane nei secoli appeso agli Uffizi…
– Lei cosa preferirebbe?
– Non so. Ovviamente vorrei essere Tiziano. Però non ho mai provato l’alternativa. Non so che emozioni può dare. Evidentemente sono emozioni molto apprezzate, se si pensa a quante persone praticano quello sport. Gli americani girano armati. Ogni tanto qualche ragazzo entra in una scuola con un fucile mitragliatore e uccide tutti quelli che incontra. Non è possibile che li odiasse tutti. Magari era diretto a far fuori solo il compagno di banco stronzo o il prof. antipatico, però entra e spara a tutti quelli che vede, fino che non finisce il caricatore. Una specie di orgasmo cosmico.
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Qualche giorno dopo una volante della polizia accompagnò al centro di Suor Teresa una ragazza nuova arrivata. Era un tipo appariscente e strano. Piccolina, magra ma atletica, poco seno, capelli fitti con la frangetta, da una parte blu, dall’altra verdi, occhi cerchiati di mascara pesante, ciglia finte esuberanti, labbra ritoccate con un rossetto viola. Vestiva con un giubbotto di pelle nero e sotto una minigonna inguinale e calze a rete. Stivali sopra il ginocchio. Scendendo dalla macchina della polizia sbatté lo sportello e mandò “affanculo” gli agenti, che ridevano, ad alta voce. Si portò dentro un piccolo zainetto nero. Gli agenti richiusero il cancello alle sue spalle e se ne andarono contenti di aver concluso il lavoro.
L’autore
Franz König è uno pseudonimo. L’autore ha deciso di rimanere in ombra. Ha vissuto in ospedale per oltre quarant’anni e conosce molto bene i sentimenti, le emozioni e le atmosfere della sala operatoria e della corsia. I suoi racconti e il Dr. Roversi (Doc per gli amici) sono frutto di fantasia. Ma tutto quanto scritto nei suoi libri, che non corrisponde al vero, è peraltro assolutamente verosimile.
Per maggiori informazioni potete visitare il suo sito web.
