Tommy Bruce è un uomo alla deriva, che vive quasi per inerzia. Dopo avere perso prima il fratello, poi la madre e infine il padre, si ritrova solo a gestire un piccolo hotel nelle Highlands scozzesi, senza passione né vero impegno. Beve troppo e troppo presto, e gli affari non vanno affatto bene. Quando Fiona, una donna più giovane ed energica, irrompe nel suo hotel e nella sua vita, tutto cambia: ma Tommy sa che Fiona è al di fuori della sua portata, e prima o poi il passato della ragazza bussa alla porta.
James Yorkston, musicista scozzese al suo esordio nel crime fiction, firma con “Tommy the Bruce” un noir che fa della sua Scozia rurale un personaggio a tutti gli effetti.
Pubblicato da Oldcastle Books nel gennaio 2025 e arrivato in Italia con Jimenez nel marzo 2026 (traduzione di Chiara Tambone), il romanzo non usa le Highlands come sfondo decorativo, ma come una presenza costante, pesante, quasi opprimente.
L’albergo fatiscente del Perthshire dove si consuma la storia non è una semplice location: è un’estensione del protagonista, con la sua umidità, il degrado, i topi, le stanze abbandonate e quell’odore di chiuso che comunica resa più di mille parole. La nebbia sulle colline, l’isolamento geografico, il paesaggio che amplifica ogni piccolo fallimento – tutto contribuisce a creare un’atmosfera autentica, sporca, priva di romanticismo . Yorkston scrive con un orecchio finissimo per il parlato scozzese, che purtroppo si perde inevitabilmente nella traduzione ma che si avverte nella musicalità sottintesa del testo, che non è folklore ma strumento narrativo, per radicare la storia in un territorio preciso, aspro, lontano dalle cartoline turistiche.
Tommy Bruce non chiede e non ispira simpatia. Trentottenne alcolizzato, sovrappeso, passivo, gestisce un hotel ereditato più per inerzia che per volontà, è un anti-eroe con poco e nulla in comune con il suo omonimo storico, Robert the Bruce.
La voce in prima persona di Tommy è ciò che tiene in piedi il romanzo: goffa, ironica, piena di autoinganno e di una tenerezza malriposta. Yorkston non lo trasforma mai in un antieroe magnetico, lo lascia frustante, irritante, persino esasperante. Ma proprio questa franchezza narrativa lo rende credibile: Tommy è un uomo che spera male e tardi, che resiste senza averne gli strumenti, che si aggrappa a una felicità posticcia perché non ha altro.
La tensione non esplode, si insinua. Quando il passato di Fiona si manifesta attraverso il suo ex appena uscito di galera, l’equilibrio fragile si incrina. L’ex di Fiona, Simon, non è un cattivo da manuale: è una presenza tossica che occupa progressivamente tutto lo spazio, prima l’albergo, poi la relazione, poi la volontà di Tommy. Il romanzo lavora sull’umiliazione più che sull’azione, sulla paura psicologica più che sugli inseguimenti. La suspense nasce meno da ciò che farà il cattivo e più da quanto ancora Tommy accetterà di subire.
Non è un crime ad alto tasso di colpi di scena. Chi cerca ritmo serrato e rivelazioni continue potrebbe trovarlo lento. Ma la lentezza qui è parte del ritratto: il libro funziona come studio di inerzia, come racconto di un uomo che prova a difendere qualcosa di suo quando è già troppo tardi per farlo bene.
La scrittura è aspra ma inaspettatamente musicale e trasforma dettagli minimi – una marmellata, un panno sporco, l’odore di chiuso – in segni di una vita che si sgretola. Il tono oscilla tra grottesco e malinconico, tra noir claustrofobico e anti-racconto di formazione. Quando resta incollato alla coscienza esitante di Tommy, il romanzo ritrova misura e tensione vera.
I limiti casomai sono in alcuni personaggi secondari troppo bidimensionali e cliché, certe scene si allungano senza aggiungere molto. Ma la forza del libro sta altrove: nel non abbellire il fallimento, nel non trasformare Tommy in un uomo migliore per comodità narrativa, nell’accompagnarlo fino al punto in cui anche la passività diventa una scelta.
“Tommy the Bruce” lascia un segno silenzioso, ostinato, come il whisky che Tommy beve per non sentire. E la Scozia di Yorkston – fredda, umida, chiusa – è il palcoscenico perfetto per questo dolore trattenuto.
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