Sulla pietra – Fred Vargas
Chi poteva immaginare che dopo circa 15 anni Fred Vargas mandasse il suo pupillo, l’ispettore Jean-Baptiste Adamsberg, in missione fuori Parigi a indagare su un misterioso assassino come già era avvenuto quando lo aveva mandato nel villaggio di Kisilova, in Serbia, alle prese con la leggenda del vampiro Peter Plogojowitz, risorto per commettere tra gli abitanti del villaggio nove efferati omicidi.
Chissà se Fred Vargas, archeozoologa del CNRS e studiosa del Medioevo, quando ha scritto “Sulla pietra“, aveva in mente di ritrovare la stessa location/ambientazione fuori dagli schemi cittadini parigini che aveva creato nel romanzo “Un luogo incerto“del 2008 con le dovute differenze ma sulla falsariga di quel romanzo. Adesso qui dopo circa quindici anni, tra villaggi brettoni e antiche tombe funerarie siamo in Normandia/Bretagna a Louviec, un piccolo borgo vicino al famoso castello di Combourg emblema del romanticismo francese perché dimora della famiglia Chateaubriand e dello scrittore François-René de Chateaubriand, l’autore delle “Memorie d’oltretomba“ memorabile nel ritratto di Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson e antesignano del romanticismo francese ed europeo. Questo è anche il castello del leggendario Lancillotto, circondato dalla stupenda foresta di Brocéliande, disseminata di dolmen e menhir, le antichissime tombe funerarie di 4000 anni, ottimo giaciglio per un indagatore insolito e scombinato, dove Adamsberg si distende per non pensare all’assassino su quel dolmen alle porte del paese, postazione privilegiata per uno “spalatore di nuvole” perché più vicino al cielo che ci sembra di toccare con un dito, alla ricerca della verità e della soluzione del mistero.
In questo romanzo pubblicato in Francia nel 2023 con il titolo “Sur la dalle“, edito poi in Italia per i tipi della Einaudi nel 2024, Vargas si ripresenta dopo ben sei anni dal suo ultimo romanzo “Il morso della reclusa“ e in linea di massima riceve dalla critica una non proprio calorosa accoglienza.
Eppure la trama del racconto procede ad un ritmo vertiginoso come nei migliori thriller, un ritmo serrato a tal punto però da non dare tempo al lettore di assaporare i luoghi, i tempi e i personaggi del noir francese ai quali ci avevano abituati i tranquilli casi dell’ispettore Maigret del grande Simenon con la colonna sonora televisiva di Luigi Tenco nei titoli di coda interpretato dall’attore Gino Cervi o dal grande Jean Gabin.
Siamo in Francia ma non a Parigi, siamo nella campagna brettone e normanna dalle vestigia medievali e preistoriche, Adamsberg non è Maigret e il XIII arrondissement è lontano come sono un sogno le visioni delle passeggiate lungo la Senna. Qui Vargas riproduce una interessante leggenda quella del gobbo zoppo con la gamba di legno che al suo apparire per le strade di Louviec diventa presagio di morte insieme al suo inseparabile gatto nero. Le radici storiche di questo personaggio risalgono al conte di Combourg che perse una gamba in battaglia poi sostituita con una gamba di legno. Questo legno che batte per le strade di Louviec terrorizza i compaesani e annuncia la morte. In poco tempo vengono assassinate le persone più in vista del paese, Gaël Leuven, il guardiacaccia, Anaëlle Briand, una ragazza molto in vista, il sindaco, la psichiatra e il dottore del villaggio. La tecnica dell’assassino è ripetitiva come negli omicidi seriali e gli oggetti della scena del crimine si ripresentano sempre: l’arma del delitto è un coltello, le vittime vengono trovate con un uovo rotto in una mano, l’assassino sferra i suoi fendenti con la mano sinistra e prima degli omicidi si sente lo schioccare della gamba di legno del fantasma gobbo del castello per le strade del paese. Tutti questi dettagli rimandano ad un unico colpevole: Josselin de Chateaubriand, altro personaggio in costume dell’epoca francese del ‘700 che si aggira per il paese, discendente del grande François Renè, e data la somiglianza con il suo avo lo impersona lo impersona per i turisti che visitano il castello di Combourg.
Adamsberg dovrà fare i conti con tutti questi delitti commessi da un assassino che è lì davanti ai nostri occhi ma che soltanto alla fine con un colpo magistrale sarà svelato e ci lascerà sgomenti e con nostalgici rimpianti per la fine di una storia così avvincente che noi poveri lettori spettatori non possiamo né cambiare o prevedere.
A dargli una mano ci sono gli uomini e le donne della sua squadra, il vice Danglard, elegante e colto, l’amico commissario di Combourg, Franck Matthieu e l’insostituibile tenente Retancourt Violette. Di fronte alla bruttura di tanti delitti il lettore è catturato come contraltare dalla figura dell’oste Johan e accompagnato nella locanda Auberge des Deux Écus dove gli uomini di legge tra una bevuta di sidro e un piatto tradizionale della campagna bretone si organizzano per scovare l’assassino che è lì presente e insospettabile.
Fred Vargas si è affermata con la serie di polar (nero poliziesco) intrisi di storia e di intuizioni che rimandano al suo lavoro di archeologa interessata alla trasmissione della peste dagli animali all’uomo. Questo tratto distintivo della studiosa emerge nel racconto in un dettaglio a prima vista insignificante (tutti i cadaveri di Louviec hanno il morso delle pulci in almeno tre piccoli puntini in linea che denotano la presenza di questo fastidioso animaletto sul corpo dell’assassino) che diventa poi invece la chiave di volta dell’intera storia e il grimaldello con il quale viene scoperto l’assassino.
A scanso di equivoci è sempre e soltanto Adamsberg a scoprire magistralmente l’assassino dopo aver pescato l’idea apparsa nella melma del fiume e dopo aver vagato per le strette vie del paese indugiando non proprio inutilmente sulla lastra di pietra di quel dolmen al limitare del borgo. Alcuni critici hanno maldestramente individuato qui la fine di un personaggio ma sicuramente non rappresenterà per Vargas la fine della sua storia di scrittura colta e raffinata con risvolti medievali e moderne intuizioni scientifiche di laboratorio nella ricerca di reperti del crimine.
In attesa del prossimo noir di Vargas ci resta impresso il dolmen raffigurato sulla copertina del libro allusivo non della fine dell’ispettore Adamsberg e delle sue storie ma metafora di un perenne monumento all’intuizione narrativa e all’inventiva inesauribile degli scrittori che amano il mistero e le sue mille sfaccettature.
Recensione di Michele Mennuni
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