La saracinesca del Thriller Café oggi si alza a Wekiwa Springs, Florida, per raccontarvi di “Sophie“, thriller psicologico di Adam Knight venato di mistero e suggestioni soprannaturali.
La storia comincia nell’estate del 2025. Ethan Harper è un giornalista che sta lentamente crollando a pezzi. La sua vita si è ridotta a un pellegrinaggio doloroso tra le corsie d’ospedale, l’insonnia, le emicranie devastanti e il silenzio di una casa diventata troppo grande. Sua moglie Jean è in coma dopo un terribile incidente ed Ethan, incapace di rassegnarsi, si aggrappa a qualsiasi frammento di speranza.
Una notte, mentre percorre la Wekiva Springs Road sferzata da una tempesta violenta, i fari della sua auto illuminano una figura surreale: una ragazza con un abito bianco che cammina da sola sotto l’acqua battente. Ethan si ferma, le offre un passaggio, ci parla e scopre il suo nome: Sophie. L’incontro finisce lì.
La svolta agghiacciante arriva il giorno dopo, quando Ethan scopre che Sophie Moore è una ragazza scomparsa nel lontano luglio del 1968 insieme al fidanzato Charles Whitmore Jr. Nessun corpo è mai stato recuperato e il caso, rimasto irrisolto per quasi sessant’anni, giace a prendere polvere negli archivi dello sceriffo.
Sconvolto da quell’apparizione impossibile, il giornalista comincia a scavare negli archivi degli anni Sessanta tra vecchi verbali, testimonianze piene di buchi e reticenze di paese. Ad affiancarlo nell’indagine c’è Tasha Desir, una giovane deputy dello sceriffo e sua amica. Inizialmente scettica e preoccupata per la salute mentale di Ethan, Tasha si ritroverà catturata da un vortice di segreti sepolti che finiscono per mettere in discussione la versione ufficiale dei fatti.
Più i due si spingono nelle profondità palustri e suggestive di Wekiwa Springs, più il confine tra il passato e il presente si sgretola, costringendo Ethan a fare i conti con una domanda pericolosa: fino a che punto ci si può spingere per sfuggire alla morte?
Questa, in breve, la storia raccontata in “Sophie“. Se volete saperne di più di questo thriller psicologico dalle sfumature gotico-contemporanee e scoprire se siamo davanti a un giallo o una ghost-story, continuate la lettura con le nostre tre domande all’autore e un breve estratto.
Tre domande all’autore
– Com’è nato questo libro?
Il libro in realtà era nato come un soggetto cinematografico, ormai quasi dodici anni fa. Sarebbe dovuto diventare il mio secondo film, dopo la mia prima esperienza come autore e regista nel cinema indipendente.
Più rileggevo la storia, però, più mi rendevo conto che, con i mezzi a nostra disposizione, non sarebbe mai stato possibile portare sullo schermo quello che avevo davvero in mente. Avrei dovuto rivedere pesantemente tutto il progetto e, pur mantenendone il significato e il messaggio, il risultato sarebbe inevitabilmente diventato qualcosa di diverso da quello che volevo raccontare e, soprattutto, da come volevo raccontarlo.
Così la bozza di quel testo è rimasta chiusa nel cassetto per oltre un decennio.
Poi nell’agosto del 2025, al ritorno da un mio viaggio in florida, ho pensato… beh, potrei farne un romanzo!
La narrativa mi avrebbe permesso di costruire la storia esattamente come volevo che fosse raccontata, senza i vincoli e i limiti produttivi che avrei incontrato in una trasposizione cinematografica low budget.
Potvo salvaguardare i luoghi, le atmosfere, i personaggi, e cercare di dar loro vita attraverso la scrittura. In fondo sarebbe stato un po’ come “raccontare il film che avevo nella testa”.
Così è nato SOPHIE.
– Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Quello che spero i lettori possano apprezzare di più è la sensazione che la vicenda proceda nel modo più naturale e logico possibile, quasi come il risultato inevitabile dell’incontro tra la personalità dei personaggi e il susseguirsi degli eventi.
Mies van der Rohe diceva: “Less is more.”
È una frase che mi sono ripetuto spesso durante la scrittura. Non nel senso che qualcosa di più scarno o essenziale sia necessariamente migliore, ma nel senso di porre la massima attenzione nel posizionare ogni singolo elemento, ogni mattone, affinché alla fine la storia sembri quasi costruirsi da sola. Come risultato inevitabile.
Credo che la vera semplicità consista proprio nel riuscire a nascondere la complessità che sta alla base di un processo creativo, qualunque sia la sua natura. Il risultato finale dovrebbe apparire leggero, naturale, organico, anche quando dietro c’è un lavoro molto più articolato.
Proprio come lo spettatore di un balletto non deve percepire l’enorme fatica fisica del danzatore, così il lettore, a mio avviso, non dovrebbe percepire il meccanismo della scrittura, ma ritrovarsi naturalmente dentro la storia, quasi senza accorgersi di esserci entrato.
Un po’ come attraversare le stanze di un edificio: non serve conoscere tutti i calcoli statici, vedere i disegni e le strutture che lo tengono in piedi o conoscerne la tecnica costruttiva. Bisogna semplicemente avere voglia di continuare ad aprire la porta successiva ed emozionarsi tra spazi, luci e ombre.
– Perché la Florida e Wekiwa Springs?
Sicuramente perché sono sentimentalmente legato alla Florida e, più in generale, a tutta l’area caraibica. Dalla prima volta che ci sono stato, ormai quasi vent’anni fa, ho provato una stranissima sensazione di trovarmi “a casa”. Ho ricordi bellissimi legati a quei territori e credo che il desiderio di ambientare lì la storia nasca proprio dalla memoria personale che ho di quei luoghi.
Ho sempre percepito una sorta di energia, un genius loci, che volevo provare a trasmettere anche attraverso il romanzo. E, per il tipo di storia che volevo raccontare, mi sembrava il luogo perfetto.
L’acqua è al centro della vicenda e, in Florida, l’acqua è praticamente ovunque: nella pioggia, nelle sorgenti, nelle paludi, nei fiumi, nel mare. È presenza, paesaggio e, in qualche modo, memoria.
Per questo ho voluto che la maggior parte delle location descritte nel romanzo fossero reali: città, strade, chiese, monumenti, sorgenti. Volendo, si potrebbe tranquillamente organizzare un tour che ripercorra i passi di Ethan e Tasha. E purtroppo non ho preso nemmeno un centesimo dall’ente turistico locale.
In sintesi, credo che in qualche modo sia stata più la Florida a scegliere me, che io a scegliere la Florida.
Estratto
Nonostante l’orario, l’auto di Ethan è l’unica lungo la strada quella sera. All’improvviso la radio perde il segnale digitale e inizia a gracchiare. Ethan si volta di scatto, distratto dal rumore, e la vede.
Attraverso il parabrezza sferzato dall’acqua distingue solo una macchia biancastra sfocata, ma è lì, in mezzo alla strada, a una quindicina di metri al massimo. Istintivamente spinge a fondo il pedale del freno e sterza a sinistra. Le gomme stridono con un rumore assordante. L’ABS entra in funzione, lottando per mantenere l’auto in carreggiata.
La pioggia sembra cadere ancora più forte. I tergicristalli non bastano a liberare il vetro. Ethan chiude gli occhi, e sulle palpebre gli resta impressa l’immagine di quell’ostacolo bianco. È pronto a sentire l’impatto da un momento all’altro.
Cos’era? In quei pochi secondi cerca di mettere a fuoco con la mente. Se non fosse improbabile con un tempo simile, avrebbe giurato che si trattasse di una persona. Ma non può essere. Non deve esserlo.
Poi, silenzio. Nessun botto. Nessun impatto.
L’auto si arresta a pochi centimetri dal ciglio della strada. Per un miracolo tutte e quattro le ruote restano sull’asfalto.
Ethan resta immobile. Secondi che sembrano infiniti. Il cuore martella nelle orecchie, coprendo persino il fragore della pioggia. Una fitta lancinante alla testa lo fa quasi vacillare. Inspira profondamente. E piano, tutto sembra tornare alla normalità.
La strada. La pioggia. Il parabrezza. La frenata. La macchia bianca. La radio, che ora ha ripreso a funzionare, come se nulla fosse accaduto.
Senza spegnere l’auto, incurante della tempesta, apre la portiera e scende.
L’impatto con l’aria esterna è violento. Il caldo umido lo investe appena mette piede fuori dalla Jeep, in netto contrasto con il fresco dell’abitacolo, dato dall’aria condizionata spinta al massimo. Sembra di respirare acqua: Ethan si sente soffocare, come se pioggia e aria si fossero fuse in un’unica, gigantesca piscina pronta a inghiottirlo.
L’adrenalina ancora in corpo gli restituisce lucidità in fretta. Si gira subito verso la strada, alla ricerca della macchia bianca. L’ha vista davvero? O era solo il riflesso di un lampo sull’asfalto bagnato, o la luce di un lampione? Forse la stanchezza ha fatto il resto.
Invece no. È lì. Immobile. E lo fissa.
Una ragazza. Giovane, minuta, con un fisico slanciato. Indossa un abito estivo bianco, semplice ma curato, dallo stile retrò. Si direbbe anni ’60. I lunghi capelli biondi sono raccolti in una treccia che scivola lungo la spalla sinistra. Da quella distanza giurerebbe che sia scalza. Pare uscita da una foto del concerto di Woodstock.
Solo che… non è in mezzo alla strada. È sul ciglio opposto, sul sentiero di cemento che corre parallelo alla carreggiata, tra l’erba e il bosco. Impossibile che si sia spostata così in fretta. Allora era stato lui a sbandare? O i suoi occhi stanchi gli hanno giocato un brutto scherzo, alterando l’immagine mentre cercava di ritrovare la carreggiata?
Un altro tuono squarcia quell’istante surreale. Cosa diavolo ci fa una ragazza a piedi in una sera come questa?
«Tutto ok?» urla Ethan, alzando la voce oltre il frastuono della pioggia.
La ragazza non risponde. Lo osserva soltanto, come se stesse cercando di capire se sia davvero un uomo in carne e ossa o soltanto una visione.
Ethan avanza piano. Non vuole spaventarla. Forse è sotto shock, o le è successo qualcosa. Sarebbe l’unica spiegazione plausibile: trovarla lì, da sola, scalza, sotto il diluvio.
«Va tutto bene?» ripete quando è ormai a pochi passi.
La voce di lei arriva chiara, tranquilla:
«Sì, grazie. E tu? Ho sentito la frenata… Stavi quasi per uscire di strada!»
Ethan resta spiazzato. Una risposta così concreta, normale, in contrasto con quell’immagine surreale. Per un attimo è convinto che si tratti di uno strano sogno.
Booktrailer
L’autore
Adam Knight nato il 22 ottobre 1984, è architetto di formazione, laureato presso l’Accademia di Architettura di Mendrisio, e storyteller multidisciplinare. Il suo percorso creativo attraversa architettura, cinema, musica e scrittura, discipline che considera espressioni diverse dello stesso impulso: dare forma a un’idea.
Nella narrativa porta uno sguardo fortemente visivo e una particolare attenzione agli spazi, ai luoghi e alla loro memoria. La sua esperienza con il linguaggio cinematografico influenza notevolmente il ritmo della scrittura, la costruzione delle scene e il modo in cui ambienti e dettagli diventano parte attiva della storia.
Le sue opere esplorano il rapporto tra memoria e perdita, verità e percezione, razionale e inspiegabile. “SOPHIE – Il mistero di Wekiwa Springs” è il suo romanzo d’esordio, un thriller investigativo e soprannaturale ambientato nella Florida contemporanea, ma con radici che affondano nelle leggende e nelle culture precolombiane delle Americhe.
Il suo sito ufficiale è https://adamknightauthor.com/.

