“Slugger“, l’ultimo romanzo della trilogia di Stoccolma di Martin Holmén, ambientata negli anni ’30 e con protagonista l’ex pugile diventato esattore Harry Kvist, è pienamente all’altezza delle alte aspettative create dai primi due capitoli, “Clinch” e “Down for the Count“.
Kvist si vanta di non essere mai andato al tappeto durante la sua breve carriera pugilistica, in cui ha sconfitto tutti gli avversari, ma nella vita è finito ai margini, umiliato — per usare un eufemismo — dopo che la sua omosessualità è stata resa pubblica. In “Slugger“, Holmén rende giustizia al suo eroe, alzando ulteriormente l’asticella e producendo un finale degno della trilogia. Slugger è un noir crudo che non risparmia colpi, un romanzo notevole (tradotto in inglese da A. A. Prime) in cui Holmén trasporta i lettori nel lato oscuro della Stoccolma del 1936, scrivendo con energia grezza e senza mezzi termini.
Holmén “lavora” il lettore come un pugile che sfianca l’avversario con colpi al corpo, e la sua resa dell’ambientazione e dell’atmosfera è un vero pugno allo stomaco: è la Stoccolma della classe operaia e del sottoproletariato, è criminalità di strada e bande, è gente con pochi averi e ancora meno speranze. È un tempo e un luogo lontani dall’esperienza dei lettori contemporanei, eppure inquietantemente familiari sotto certi aspetti, a causa dei netti contrasti tra chi ha e chi non ha: una caratteristica di ogni società, compresa la nostra, che Holmén descrive con dettagli agghiaccianti.
Holmén si prende il suo tempo, intrecciando i paesaggi, i suoni e gli odori della Stoccolma proletaria nella narrazione; rallenta il ritmo occasionalmente, ma rende la trama del romanzo ancora più intensa. Al centro c’è la figura stessa di Kvist, ex marinaio e pugile ribelle con un debole per la schnapps (acquavite) e i bei ragazzi, che ora vive di espedienti come esattore molto persuasivo.
Più vicino ai quaranta che ai trenta, Kvist sente la fatica di una vita dura, segnata da diversi periodi in prigione, ma conserva una dignità essenziale, una sorta di coscienza che convive con la nostalgia per la moglie e la figlia, partite molti anni prima per tentare la fortuna in America. Kvist tira avanti, come tutti i suoi vicini nel quartiere svantaggiato di Sibirien, e si prende cura dell’amico paralizzato e morente, il becchino Lundin. Le uniche distrazioni di Kvist sono l’alcol e le occasionali relazioni con altri uomini; la sua unica speranza è riuscire in qualche modo a combinare qualcosa di buono, nonostante le avversità, e racimolare abbastanza denaro per lasciare una città a cui non sente più di appartenere, diretto verso gli USA.
Stoccolma è soffocata da un’ondata di caldo senza precedenti quando Kvist scopre che il suo unico altro amico stretto oltre a Lundin, il pastore Gabrielsson, è stato brutalmente assassinato: inchiodato al pavimento della sua chiesa con chiodi ferroviari, con una stella di David dipinta col sangue accanto al corpo nudo. La polizia è incline a credere che Gabrielsson sia stato ucciso da ebrei, ma Kvist sa che il pastore era un convinto anti-nazista e non crede alla versione ufficiale. Ha i suoi sospetti sui colpevoli, rafforzati da un testimone altamente inaffidabile che riesce a scovare usando i suoi strumenti di indagine più fidati — i pugni — ma viene distratto dalla sua ricerca dall’offerta di un boss locale, una donna conosciuta come “Ma”, che richiede i suoi servigi per sventare l’ascesa al potere di un rivale. L’esca per Kvist sono il denaro e i documenti che gli permetteranno di viaggiare negli USA per ricongiungersi alla famiglia.
È un Kvist leggermente diverso rispetto ai due romanzi precedenti, com’è giusto che sia: è più vecchio, meno sicuro e stanco di camminare costantemente sul filo del rasoio, in lotta contro povertà, pregiudizi e solitudine. Non è un uomo istruito e conosce i suoi limiti. Il dolore fisico e mentale fa male nel profondo, ma Kvist, a parte l’occasionale umore nero indotto dalla schnapps, non si crogiola nell’autocommiserazione e non abbandona i suoi sogni. Holmén gestisce bene l’evoluzione del protagonista, ritraendo un Kvist malinconico e cupo, sebbene a volte sfiori il melodramma in alcune riflessioni. Tuttavia, i dialoghi taglienti e l’occhio infallibile per i dettagli tetri della vita quotidiana sono ancora lì, come in Clinch e Down for the Count, conferendo grande potenza alla storia e aggiungendo una dimensione che eleva questo romanzo al di sopra dei canoni standard del noir.
Mentre offre al lettore una trama avvincente — che spazia dall’impatto spaventoso del movimento pro-nazista in rapida crescita in Svezia alla feroce guerra tra bande che sta alimentando a Stoccolma, in cui viene coinvolto anche Kvist — Holmén racconta una storia più universale: i suoi personaggi combattono i danni del tempo e della povertà con tutta la dignità che riescono a raccogliere. A volte mostrando pietà, come fa Kvist quando lascia andare una giovane domestica incinta che avrebbe dovuto costringere ad abortire per conto del datore di lavoro; a volte essendo spietati, perché al romanzo non manca la violenza, dispensata a pugni, con pistole ed esplosivi.
Holmén popola Slugger con un cast di personaggi quasi dickensiani: oltre al becchino Lundin, c’è Hasse, un giovane lustrascarpe che Kvist prende sotto la sua ala per farne un pugile, o Herzog, il raffinato sarto ebreo costretto a chiudere l’attività a causa delle molestie dell’estrema destra — fuggendo, tragicamente, in Polonia. Soprattutto, c’è Rickardsson, un gangster che lavora per la fazione in guerra con “Ma”, di cui Kvist si innamora, ricambiato. Rickardsson avrà un ruolo chiave nel finale mozzafiato della storia, mentre Kvist si gioca le sue ultime, disperate carte per redimere la propria vita.
Ho apprezzato i primi due romanzi della saga di Stoccolma, e Slugger ancora di più, per il modo in cui l’autore eleva Kvist: non più solo un personaggio affascinante di una serie noir avvincente, ma una figura drammatica pienamente sviluppata, un uomo con una storia tragicamente cruda da raccontare, capace di coinvolgere i lettori superando le barriere di tempo, luogo e lingua.
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