Siedi con me – Davide Finizio

Siedi con me – Davide Finizio

Redazione
Protocollato il 6 Giugno 2026 da Redazione
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Per accompagnare la discesa tra le strade di Salerno, oggi al Thriller Café serviamo Bitter Amalfi con una spruzzata di succo di limone sfusato locale. Un drink dal colore del tramonto, ma dal sapore amaro e persistente, perfetto per introdurre “Siedi con me“, romanzo d’esordio di Davide Finizio (Bookabook).

La storia comincia a Salerno, una domenica, all’alba. Mentre la città dorme ancora due sorelle vengono aggredite per strada. Gaia viene rapita e caricata a forza su un SUV. Arianna, la maggiore, riesce a fuggire dopo una lotta feroce, braccata tra i vicoli del centro storico, fino a collassare esausta ai piedi del grande tiglio nel cortile di un palazzo di via Tasso.

È qui che entra in scena Rosario Montacchio, uno psicologo che abita al quarto piano di quel palazzo e che porta con sé una ferita aperta. Anni prima un suo paziente di dodici anni si è tolto la vita, e quella colpa non si è mai rimarginata. L’arrivo di Arianna costringe ora l’uomo a uscire dal suo limbo e a rimettersi in gioco. Affiancato dall’amico di vecchia data, l’ispettore Roberto Mandara, lo psicologo si tuffa in un’indagine alla ricerca della ragazza. Ben presto dietro il rapimento si delineerà un labirinto di droga, politica corrotta e criminalità organizzata.

Nella scia della grande tradizione di Sciascia e Camilleri, “Siedi con me” è un romanzo in cui il vero crimine da combattere è l’indifferenza verso il dolore degli altri. Se siete appassionati di noir mediterraneo, questo potrebbe essere il libro giusto per voi. Potete approfondirlo maggiormente continuando con le nostre tre domande all’autore e un breve estratto dal primo capitolo.

Tre domande all’autore

Com’è nato questo libro?

Tutto è cominciato da un libro: “La gita a Tindari” di Andrea Camilleri. È stato il primo romanzo di Montalbano che ho letto, e ha acceso in me una passione per il noir italiano che non si è più spenta. C’era qualcosa in quel libro — il ritmo, il paesaggio siciliano come presenza viva, il modo in cui Camilleri riusciva a tenere insieme l’indagine e la vita interiore del protagonista — che mi ha fatto capire cosa poteva fare la letteratura di genere quando era scritta con vera ambizione. Da quel momento ho continuato a leggere, ad assorbire, e a immaginare: cosa succederebbe se quella stessa tensione tra crimine e psicologia fosse calata nella realtà che conosco meglio, Salerno, i suoi vicoli, il suo porto, la sua luce? “Siedi con me” è nata da lì. L’immagine concreta da cui ho preso le mosse è stata quella di una ragazza che collassa ai piedi di un grande tiglio in un cortile del centro storico, di domenica mattina, mentre la città si sta appena svegliando. Intorno a quell’immagine — il contrasto tra la quiete del luogo e la violenza appena subita — ho costruito tutto il resto.

Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?

Credo che quello che più sorprende i lettori sia la dimensione psicologica dei personaggi, anche quelli secondari. Non è un noir in cui chi sbaglia è semplicemente «il cattivo» e chi indaga è semplicemente «il buono». Rosario, lo psicologo che finisce coinvolto nell’indagine, porta con sé un senso di colpa che lo ha consumato per anni e che riemerge ogni volta che si trova davanti a qualcuno in pericolo. Roberto, l’ispettore, è un uomo preciso e leale ma capace di errori che gli costano caro. Luca, il giovane complice, è qualcuno che ha sbagliato strada ma non è perduto. E poi ci sono Arianna e Gaia, due sorelle orfane che non hanno nessuna rete di protezione se non l’una nell’altra: la loro fedeltà reciproca è forse la cosa moralmente più solida dell’intero romanzo. Spero che questa complessità — il fatto che nessuno sia del tutto innocente né del tutto colpevole — sia quello che rimane dopo l’ultima pagina.

Il romanzo segna un esordio nella narrativa, ma lei viene dall’archeologia. Quanto ha influito quel mestiere sulla scrittura?

Più di quanto si possa pensare. L’archeologia preventiva mi ha insegnato a leggere il territorio con una certa attenzione — non solo la superficie visibile, ma quello che c’è sotto, la stratificazione, i segni che il tempo lascia senza che nessuno se ne accorga. E in fondo è quello che fa un’indagine: scavare sotto la versione ufficiale delle cose, cercare ciò che è stato nascosto o dimenticato. C’è anche un’altra analogia che mi è cara: l’archeologia lavora con i frammenti. Non si trova quasi mai il reperto integro, si lavora con quello che rimane. Anche i personaggi di “Siedi con me” sono fatti di frammenti — memorie incomplete, silenzi, parole non dette. La verità, nel romanzo come nello scavo, emerge lentamente, per accumulo.

Estratto (dal capitolo 1)

Le prime luci dell’alba tingevano il cielo sopra Salerno con un tenue arancione, iniziando a distendere il loro velo luminoso su uno dei quartieri più vivaci e affollati del centro storico. Le strade, ancora avvolte in una calma sospesa tra la tranquillità della notte e il lento risveglio della domenica mattina, si preparavano a una nuova giornata. I vicoli, che poche ore prima erano stati il fulcro pulsante della movida del sabato sera, giacevano ora silenziosi e deserti. L’eco della musica e delle risate si era dissolto nel buio, lasciando spazio a un’atmosfera di quiete e riflessione.

Qua e là, i segni della notte trascorsa erano ancora visibili: qualche bicchiere rotto, mozziconi di sigarette abbandonati sul selciato, e cartacce che il vento, gentile e fresco, trasportava come spettri di una festa ormai conclusa. Una leggera brezza marina, che iniziava a dissipare l’umidità della notte, portava con sé l’odore salmastro del mare, un profumo che si mescolava ai resti del giorno precedente.

A un tratto delle urla sembrano staccare il silenzio della mattina: «Aiuto, lasciami stare, cosa vuoi da me?» intima una giovane voce femminile. «Non toccare mia sorella!» continua con insistenza mista a paura.

Una voce maschile roca, profonda e dall’accento campano risponde perentoria: «Zitta, ragazzina, e non fare storie, sali in auto».

Improvvisamente, una mano ruvida le afferrò il braccio, tirandola con forza. Arianna urlò, cercando di divincolarsi. Il rapitore, un uomo giovane con una cicatrice sulla guancia destra, la stringeva con una presa d’acciaio. «Dove pensi di andare?» ringhiò, tirandola verso di sé.

Arianna, con un ultimo sforzo di determinazione, girò il corpo e gli sferrò un calcio al ginocchio. L’uomo grugnì di dolore, ma non allentò la presa. «Piccola stronza» sibilò, cercando di bloccarle anche l’altro braccio. Nonostante la paura, Arianna sapeva che non poteva arrendersi. Usando la sua agilità, si contorse e riuscì a colpire l’uomo con il gomito allo stomaco.

Il rapitore barcollò indietro, lasciando per un attimo la presa. Era l’occasione che Arianna aspettava. Senza perdere un secondo, si girò e tentò di scappare, ma il rapitore afferrò i suoi capelli, tirandola violentemente indietro. La ragazza gridò di dolore, il suono acuto e straziante che emerse dalle sue labbra fu una miscela di paura e determinazione. In un lampo, con una forza disperata, affondò le unghie nella mano del rapitore che la stringeva con una presa gelida e minacciosa. La pressione e il dolore furono tali che il rapitore non poté fare a meno di ritirare la mano, lasciandola libera.

Con la coda dell’occhio, all’altezza di vicolo Adelberga, Arianna scorse un piccolo corridoio buio e, nello stesso istante, notò un camioncino della nettezza urbana che stava passando proprio in quel momento. Era solo un attimo, ma la ragazza prese una decisione impulsiva. Senza esitare, si lanciò nel corridoio. Il cuore le batteva forte mentre si gettava nel vicolo, il fiato sospeso e il corpo teso per l’adrenalina. Con una corsa disperata, riuscì a nascondersi dietro una pila di sacchi di rifiuti, cercando di restare il più silenziosa possibile.

Stremata, con il corpo dolorante per i colpi subiti durante la colluttazione e la mente scossa dalla consapevolezza di aver lasciato sua sorella nelle mani di quei criminali, Arianna riuscì a compiere solo pochi passi all’interno del cortile prima che la fatica la sopraffacesse.

Davide Finizio

Davide Finizio, nato a Salerno nel 1985, è archeologo e lavora nel campo dell’archeologia preventiva. Appassionato di lettura e scrittura, ha tratto ispirazione da autori come Camilleri e Lucarelli per sviluppare uno stile narrativo che unisce il poliziesco all’introspezione psicologica. “Siedi con me” è il suo romanzo d’esordio.

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