Quello che non c’è scritto – Rafael Reig
“Lui ha lasciato a Carmen il suo romanzo e lei gli ha lasciato suo figlio”.
Carlos (un aspirante scrittore) e Carmen (una editor) hanno divorziato; Jorge è il loro problematico figlio 14enne, che ha già tentato una volta il suicidio.
La famiglia si è disgregata dopo varie violenze domestiche – tali che Carmen ha anche ottenuto, in un primo periodo, che Carlos incontri il figlio soltanto in ambiente protetto e sorvegliato.
Per il weekend che Jorge passerà con il padre, stavolta Carlos ha organizzato una gita in montagna fuori Madrid; quando Carlos passa a prendere il ragazzino, lascia all’ex-moglie in lettura un proprio manoscritto dal titolo “Sulla donna morta” – con allegato il messaggio “Voglio solo che tu lo legga”.
Questa la premessa a “Quello che non c’è scritto” di Rafael Reig, Marcos y Marcos Editore 2013, traduzione di Francesca Conte e Claudia Tarolo – un thriller la cui trama si sviluppa in modo originale e ben costruito.
Di qui in avanti infatti tutto il romanzo è pervaso da ansia e preoccupazione a partire dal fatto che il manoscritto che Carlos lascia alla moglie racconta una vicenda cupa e molto violenta (il rapimento e segregazione di una donna) – e molte scene di quel romanzo ricordano a Carmen situazioni vissute negli anni in cui era spostata con Carlos cosicché, mano a mano che la donna procede nella lettura, Carmen (ed il lettore con lei) si domandano dove lui voglia arrivare a parare e quale sia il messaggio che sta trasmettendo fra le righe alla donna.
Parallelamente la gita in montagna assume contorni inquietanti: l’insussistente rapporto padre-figlio oscilla tra la reciproca incomprensione, il timore di Jorge per le reazioni del padre e la severità di quest’ultimo.
Inoltre Jorge e Carlos perdono il treno, poi sono costretti a passare la notte in tenda per raggiungere il rifugio che è l’obiettivo della scarpinata – dove poi si scopre che non saranno soli e che c’è un importante segreto che aspetta di essere rivelato ad Jorge.
Ad aggiungere tensione si aggiunga poi che i cellulari di Jorge e Carlos in montagna sono irraggiungibili (o sono stati intenzionalmente spenti?) per cui le molte insistenti telefonate di Carmen al figlio non ottengono risposta; e mentre la donna procede nella lettura del violento manoscritto dell’ex-marito, contemporaneamente cresce la paura per l’incolumità del ragazzino – perché troppe sono le coincidenze tra la cruenta trama di “Sulla donna morta” e la loro precedente vita coniugale.
Rafael Reig riesce ad intrecciare sapientemente le due trame sovrapposte, quella dei suoi protagonisti e quella del romanzo abbozzato da Carlos – accavallando situazioni di apprensione, scene violente ed un costante senso di attesa di ciò che accadrà in entrambi i livelli narrativi.
Il lettore sperimenta pertanto i dubbi su come stia procedendo il weekend in montagna e la tensione crescente tipica in una madre (“controllò il cellulare per vedere se c’erano chiamate degli escursionisti. Non c’era motivo di preoccuparsi, non ci sarà stato campo”), fino all’ipotesi estrema che si forma nella mente di Carmen (“d’improvviso le tornò la paura, non appena le venne in mente la parola sequestro. Ecco perché aveva scelto proprio quell’argomento per il suo romanzo”), la paura di Jorge che teme sia il padre che il bosco intorno a loro (“tremava, ma non di freddo. Era paura” ed ancora “sta calando la temperatura. Fuori dalla tenda si sentono rumori che suonano minacciosi, battiti d’ali nel buio, rami spezzati, qualcosa che viene trascinato per terra, corse di animali tra i cespugli”), e l’impossibilità di creare finalmente un sano rapporto padre-figlio che sino ad ora è stato condito solo da sfiducia e delusioni reciproche (“così è la vita, gli vuol bene. Nonostante suo figlio si allontani da lui. Come se si potesse sfuggire da un padre”).
Dolore, disorientamento (“appartengo a mia madre, tu non sei altro che un estraneo”) ed incapacità di reagire sono i tratti del carattere del giovane Jorge; sospetto e paura quelli di sua madre; disperazione ed amore per il figlio quelli di Carlos.
“L’amore di un padre è ruvido, sì: è nella natura delle cose” ma quando persino una madre teme lasciando il proprio figlio con il padre, allora l’agitazione prende piede.
Il manoscritto e la storia sanguinaria che vi è narrata sono una minaccia? Sono l’occasione di vendicare un rapporto che è andato a pezzi?
Rafael Reig parla di famiglie sfasciate, annientate dalla violenza familiare e dal dolore che i coniugi si sono l’un l’altro causati, trascinando gli incolpevoli figli in una battaglia che lascia sul campo solo sconfitti e sofferenza. Le paure che Rafael Reig descrive sono accentuate nel gioco di specchi tra la trama principale e la lettura del manoscritto di Carlos – identificabile perché ha un font diverso rispetto alla trama principale.
Colpiscono inoltre le geniali definizioni “stile cruciverba” che concludono tutti i capitoli del manoscritto, la soluzione delle quali è di volta in volta l’incipit del successivo capitolo della trama principale – annunciando al lettore le sensazioni che vivrà in quella parte del romanzo: a titolo di esempio “6 orizzontale. Dieci lettere. Per gli antichi greci, l’allontanamento di qualcuno dalla vita comune, volontario o imposto” e nell’incipit del capitolo successivo, parlando di Carlos: “Ostracismo. Gli avevano creato il vuoto intorno”; oppure “Quattordici lettere. Orizzontale. Ne soffre chi non viene capito dagli altri, né ritenuto degno di stima o ammirazione per le sue idee e sentimenti” e nel capitolo a seguire “Incomprensione. Carlos non trovava altro intorno a sé”.
“Quello che non c’è scritto” è un thriller raffinato e di qualità, che soffoca il lettore per le ambiguità che semina fra le pagine e per il peso di “ciò che non c’è scritto” e che quindi resta come dolore più profondo.
“Il petto di un padre è una lapide”.
Rafael Reig (asturiano classe 1963) è scrittore e critico letterario; ha vissuto in Colombia e negli Stati Uniti ed ora vive a Madrid.
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