In Ovunque giaguari Tommaso Pagano presenta tutte le tematiche del giallo italiano, ne rispetta i crismi, ma rivisitati in modo inedito e avvincente.
Questo è un libro da leggere sicuramente adesso, subito, magari al mare sulle spiagge sicule nel pieno di questa estate mai così rovente da sempre.
La vicenda si svolge a Siracusa e principalmente nella bellissima isola di Ortigia, la Sicilia orientale di Camilleri, tra Noto e la riserva naturale di Vendicari. Si respirano gli stessi luoghi del commissario Montalbano, ma i personaggi della sceneggiatura hanno una propria vita introspettiva che pur rispettando i tratti somatici scuri e le abitudini meridionali ricordano storie psicologiche interiori dei bianchi e chiari nevosi noir nordeuropei.
L’io narrante è Tommaso Coco un adolescente di tredici anni che vuole a tutti i costi scoprire come è morta la mamma, dirigente di polizia, Anna Musumeci, che è stata trovata in casa impiccata con in tasca un biglietto di addio nel rispetto della migliore tradizione suicida. Tommaso non ci può credere e non ci crede neanche l’omonimo nonno ottantenne Tommaso Musumeci, che vive nello stesso palazzo con una gatta alla quale dedica tutte le sue attenzioni. Le morti apparenti del vecchio nonno ci mettono subito in guardia, preludio e conseguenza della morte vera che aleggia nella chiusa del romanzo. Questa anomala coppia di nonno e nipote, Tommaso nel mito dei muscoli e delle imprese di Jury Chechi e il simpatico personaggio del nonno perso in una inutile visione pornografica attuale in ricordo della felice vita passata, sulla falsariga di coppie di investigatori ben più famosi, londinesi o americani, riuscirà con rocambolesche vicende a trovare il colpevole della morte di Anna Musumeci, celato astutamente dall’autore fino all’ultima pagina del libro.
Gli investigatori ufficiali sono invece i colleghi di Anna, il vice questore Vito Prestia e la collega Clementina Parodi e i pensieri reconditi di amore extra-coniugale (una traccia da seguire sulla via del delitto passionale?) attratti da un desiderio che mai si realizza e che sfocia nella ricerca del male endemico da sgominare della Sicilia e del sud, la mafia, la ‘ndrangheta, il caporalato, gli illeciti traffici di droga e la corruzione che lambisce anche la questura e tocca persino i colleghi e la massima autorità presente a Siracusa, il questore Santi Vagliasindi.
Si rasenta il poliziesco ma in chiave nuova e diversa. Nella coppia Vito e Clementina c’è qualcosa che non torna se Vito regolarmente sposato passa le notti in un furgone Ducato per sfuggire ad un rapporto coniugale ormai finito preso dall’amore platonico per Clementina ma che non si concretizzerà mai. In questo gruppo fa capolino anche un’altra coppia sempre più anomala, il vice dirigente Agata Santangelo e il fantomatico finanziere toscano Lapo inventato dalla stessa Agata e sulla cui reale esistenza si possono nutrire seri dubbi. Una certezza emerge tra le righe, i rapporti regolari e famigliari non funzionano e si intravede la trasgressione a movimentare vite abbandonate alla noia e alla deriva. Il trait d’union tra l’investigazione privata e quella pubblica è l’affetto dei colleghi nei confronti della dirigente scomparsa ma soprattutto il mezzo di comunicazione in voga al sud: le lettere anonime. Questo sistema di denuncia di tradimenti già di per sé equivoco diventa nella penna felice e divertita dell’autore del racconto ancora più ingarbugliato, quasi una commedia degli equivoci, per accennare ai falsi autori delle furtive missive.
Anna Musumeci indagava sulla morte di un extracomunitario, Amir, che lottava contro il caporalato e le sue indagini si sono imbattute nella cooperativa Amuni’ diretta dal prete don Damiano Gambino. Il lettore inizia ad intuire che qualcosa non quadra nella vicenda del suicidio di Anna e che la sua morte può nascondere celate e scomode verità. La soluzione sembra lontana ma è sotto i nostri occhi fin dall’inizio del racconto nella completa e solitaria assenza dell’unico personaggio che dovrebbe ancora cercare la verità e che invece si è abbandonato all’idea del suicidio della moglie.
Bisogna avere pazienza per trovare il colpevole come fanno i giaguari con la preda. L’assassino non può essere rivelato certamente per amore della suspence ma la chiave di volta è proprio nei classici e vecchi ritagli di giornale delle lettere anonime che paradossalmente insieme alla tecnologia di registratori e telefonini resuscitati, altra nota distintiva del racconto, portano a galla gli indizi di amanti insospettati e di delitti passionali.
Sullo sfondo non può mancare l’odore e il sapore della cucina siciliana paragonabile ai pranzi e alle trattorie di Montalbano, non può mancare il mare e le voci dei pescatori del mercato del pesce a tal punto che anche una tartare di gamberi diventa un indizio che rimanda ad un presunto colpevole, persona insospettabile anche di una presunta innocenza e che pecca in un estremo atto di autodifesa di un difetto comune da queste parti: l’omertà, vede l’assassino ma non lo rivela.
Tommaso apre il romanzo e lo chiude con il suo registratore dove lui ripone tutte le speranze di stanare e trovare il vero colpevole ma anche tutti i suoi rimpianti quando verrà a galla la verità che con un colpo di scena ci lascerà l’amaro in bocca.
Recensione di Michele Mennuni.
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