Notturno veneziano molto scuro, quasi nero – Michele Benedetti
Oggi al Thriller Café ci spostiamo a Venezia con “Notturno veneziano molto scuro, quasi nero“, romanzo di Michele Benedetti edito da Robin Edizioni.
Siamo negli anni ’70, gli Anni di Piombo, un periodo in cui la tensione politica in Italia si tagliava col coltello, e tutto inizia con un classico del genere: una mattina di novembre, un canale restituisce il corpo senza vita della figlia di un noto avvocato. Strangolata. La pista della droga sembra la più facile, la più comoda per chiudere il caso in fretta e tornare a casa. Ma qui, nulla è semplice come appare.
A indagare viene chiamato il commissario Martino Viel. Sulla carta è un poliziotto trasferito dalla provincia di Belluno, un pesce fuor d’acqua tra calli e campielli che deve consultare la cartina per non perdersi. In realtà, Viel è un ex agente dei Servizi Segreti, un uomo spezzato e ricomposto, mandato lì sotto copertura per dare la caccia a una pericolosa terrorista. Viel è uno “sbirro guercio”: ha perso l’occhio destro in un conflitto a fuoco quattro anni prima, proprio per colpa della donna che sta inseguendo. Eppure, paradossalmente, quell’unico occhio superstite sembra vedere più a fondo di tanti sguardi sani, cogliendo le sfumature di un’indagine che si trasforma presto in un gioco di specchi.
Benedetti costruisce una trama che si muove su due livelli: da una parte la caccia alla terrorista, tesa e silenziosa; dall’altra l’indagine sulla ragazza morta, che porta Viel a incrociare un’umanità dolente e ambigua. Tra amici tormentati dalla nevrosi, osti eccentrici, professori irreprensibili solo in apparenza e misteriose medium, il commissario scoprirà che a Venezia la verità è come l’immagine dei palazzi riflessa nell’acqua dei canali: tremula, deformata, mai dritta.
Questa in sintesi la storia raccontata da “Notturno veneziano molto scuro, quasi nero”; se volete saperne di più, a seguire trovate alcune domande all’autore e un estratto.
Tre domande all’autore
Come è nato questo libro?
Beh, innanzitutto perché avevo bisogno di ricordare. Sentivo il desiderio di rivivere alcuni momenti che rischiavo di dimenticare, ho provato allora ad evocare con la mente subconscia immagini e ricordi della mia città e del mio passato che erano nascosti nel profondo della mia memoria.
Anche se la mia famiglia mi ha sempre insegnato l’importanza di un’educazione civile e imposto un’istruzione regolare, sono cresciuto in un contesto urbano piuttosto difficile, nell’isola della Giudecca, isola veneziana derelitta e malfamata (almeno fino agli anni 70) dove le malelingue malignavano che… se piantavi fagioli, crescevano ladri. Eppure, è stato proprio quel contesto di strada a plasmarmi nei miei primi anni della mia vita. Ho vissuto un’infanzia a volte dura, ma sicuramente indimenticabile, circondato da compagni avidi, affamati e a volte generosissimi e nello sfondo altri soggetti bizzarri che se la giocherebbero in rivalità con i più celebri caratteristi di Fellini.
Le storie a cui ho assistito e che si intrecciavano tra questi eccentrici individui che erano poi i miei vicini di casa, potrebbero facilmente diventare sceneggiature per commedie, tragedie e… romanzi noir. Ecco allora il mio tentativo di descriverli, rivivendo situazioni che ho osservato da testimone con i miei occhi, arricchendole con qualche tocco di fantasia, ma senza mai cancellare la sporcizia di cui erano macchiate.
Cos’è che i lettori potrebbero apprezzare?
Un libro di genere giallo/noir non può deludere nel denouement! I miei lettori apprezzeranno sicuramente l’efficacia della soluzione del caso e il finale decisamente inaspettato. In molti romanzi purtroppo questo non è scontato e capita dopo 500 pagine di chiudere il libro e provare un po’ di delusione. Quante volte mi è capitato di leggere pagine e pagine avvincenti e piene di colpi di scena concludersi con un finale banale o scontato! Qui no! Inoltre il lettore potrà appassionarsi dei luoghi, percorrendone l’ambientazione oscura, quasi gotica che mostra una Venezia nebbiosa, indifferente, mezza vuota, dove fra le sue calli si muovono personaggi imperfetti che resteranno però impressi nella sua memoria.
Se dovessi scegliere un personaggio del passato a cui vorresti far leggere il tuo libro a chi penseresti?
Ad Alfred Hitchcock!
Estratto
Un giovane dall’aria spaventata camminava sotto il portico dell’Abbazia guardandosi di continuo alle spalle. Teneva le mani nelle tasche di un impermeabile sbottonato e i lembi della sciarpa che aveva legata al collo svolazzavano nell’aria fredda della notte. A quell’ora non vi era anima viva per la strada ma se qualche occasionale notturno osservatore lo avesse visto attraversare Campo San Gregorio avrebbe pensato che egli temesse di essere inseguito.
Dopo aver superato la chiesa si era affrettato in direzione di Campo San Vio e alla fine della Fondamenta della Fornace aveva imboccato il sottoportico che sbucava in Corte Santi.
Prima di svoltare l’angolo, aveva gettato uno sguardo dietro di sé, quindi si era avvicinato a una porta di legno sverniciato, dove la luce sfumata di un lampione illuminò la sua figura.
Era un ragazzo alto, biondo, come suo padre del resto, il noto chirurgo Cesare Pasini di cui era figlio unico. A differenza del padre però Lorenzo Pasini aveva i lineamenti più delicati, gli occhi di un azzurro più chiaro, il volto più pallido.
Davanti alla porta diede una rapida occhiata ai campanelli prima di suonare quello dell’ultimo piano.
«Vedrai che non apre! Vedrai che non c’è!» ripeteva guardandosi intorno.
Stava per suonare ancora quando udì lo scatto elettrico della serratura e la porta si socchiuse cigolando.
«Dio grazie!» disse a voce alta infilandosi nell’ingresso buio.
Salì le scale due gradini per volta, cercando di non fare rumore. Giunto al terzo piano si fermò per riprendere fiato e affrontò più lentamente l’ultima breve rampa di scale in legno, quella che portava alle soffitte. Da una di queste uscivano i riverberi di una luce e il profilo di un uomo appariva fermo sulla soglia della porta.
«È lei?» chiese l’uomo scrutandolo nell’oscurità.
«Scalabrin! Devo parlarle!»
«Ma chi è? Che diavolo!» esclamò l’uomo. «Credevo fosse…» aggiunse fra sé rientrando nella soffitta.
Lorenzo lo seguì e una volta dentro si mise una mano sul petto.
«Ho fatto le scale di corsa.»
«Gliel’ha ordinato il dottore?»
Il giovane sorrise per un attimo, poi la sua espressione tornò seria.
«Cos’altro le ha ordinato il dottore? Per farla venire fino a qui a quest’ora?»
Un fiato pesante di liquori dolciastri alitava dalla bocca dell’uomo.
Il pittore Lino Scalabrin aveva quarant’anni ma sembrava più vecchio. Di statura media, dava l’impressione di essere più alto per il modo in cui teneva dritte le spalle. La carnagione scura, i capelli e gli occhi neri lo potevano far sembrare un meridionale, se non addirittura un levantino, ma in realtà era originario di un piccolo paese in provincia di Vicenza.
«Deve scusarmi…» sussurrò il giovane, «So che lei lavora anche di notte e allora ho pensato…»
«Proprio perché lavoro non voglio essere disturbato!»
Booktrailer
Michele Benedetti
Michele Benedetti vive e lavora a Venezia, sua città natale. Spirito eclettico e viaggiatore attento, ha sempre cercato di trasformare le esperienze raccolte in giro per il mondo in espressione artistica, spaziando dalla musica alla poesia, fino alla narrativa. La sua scrittura nasce da una doppia esigenza: quella di ricordare e quella di inventare, con l’obiettivo costante di “scovare le piccole grandi anomalie nascoste in quella che sembra la normalità delle storie e della vita”.
Esordisce nella narrativa nel 2010 con il romanzo Una teoria dell’invisibilità, seguito nel 2013 da Giudecca graffiti. Quest’ultimo, incentrato sul doloroso tema dell’esodo delle famiglie veneziane verso la terraferma visto attraverso gli occhi di un gruppo di bambini, ha ricevuto un’ottima accoglienza a livello locale, anticipando con lucidità le criticità della monocultura turistica e dello spopolamento che affliggono la città lagunare.
Il suo ultimo lavoro, pubblicato da Robin Edizioni, segna il suo approdo al genere giallo/noir. Ambientato nella Venezia degli anni ’70 – i cosiddetti Anni di Piombo – il romanzo mescola i canoni dell’investigazione classica a un finale spiazzante, intrecciando la trama gialla con i tragici risvolti storici ed eversivi di quel periodo.
