Il Thriller Café apre oggi sulle placide ma ingannevoli rive del Lago di Lugano, luogo in cui è ambientato “Nessuna impronta nell’acqua” di Mirco Meccariello, un romanzo che ci ricorda una verità fondamentale: non esiste provincia così tranquilla da non nascondere ombre.
La fittizia quiete di Porto Ceresio viene spezzata dal ritrovamento del corpo di Brigitte Chavelon, una riservata e bellissima modella francese. Nessun segno di violenza sul cadavere, ma una macabra messa in scena sulla riva del lago, impreziosita da un dettaglio inquietante: una preziosa collana con uno smeraldo lasciata accanto al corpo.
A guidare questa indagine apparentemente incomprensibile è il tenente Marco Corvani. Ex ufficiale dei ROS, Corvani è un uomo in fuga dai propri fantasmi, trasferito in provincia dopo una profonda crisi personale e professionale. Al suo fianco c’è il maresciallo Manlio Loietto, la memoria storica del territorio. Quello che sembrava un mistero di rapida risoluzione si trasforma presto in un pantano di mezze verità, costringendo il disilluso tenente a scavare sotto la patina di perbenismo di una comunità che protegge gelosamente i propri torbidi affari.
Questa in sintesi la storia che ci racconta il libro di Meccariello, un noir provinciale in cui il lago è lo specchio di una comunità omertosa e dove le apparenze sociali sono maschere indossate per nascondere rivalità, relazioni clandestine e paure.
Se volete saperne di più, continuate a leggere qui sotto le domande/risposte con l’autore e un breve estratto del libro.
Domande all’autore
Com’è nato questo libro?
L’idea di Nessuna impronta nell’acqua è nata dal desiderio di raccontare una storia in cui il mistero non fosse soltanto legato all’identità dell’assassino, ma anche alle persone coinvolte e ai segreti che ciascuno porta con sé.
Mi affascinava l’idea di ambientare un’indagine in un luogo apparentemente tranquillo, dove tutto sembra immobile e ordinato, ma dove sotto la superficie si muovono tensioni, paure e verità nascoste.
Il lago è diventato fin da subito un elemento centrale della storia: un luogo capace di custodire segreti e di restituirli solo quando decide lui.
Allo stesso tempo volevo creare un protagonista credibile, lontano dall’immagine dell’investigatore infallibile. Marco Corvani è un uomo con le sue fragilità, segnato da esperienze personali difficili.
Attraverso la sua indagine ho cercato di raccontare non solo un delitto, ma anche le conseguenze che certe scelte possono avere sulle persone.
Da questi elementi è nata una storia che, pagina dopo pagina, è cresciuta fino a trasformarsi in un noir investigativo dove le apparenze contano spesso più della realtà e dove la verità è sempre più complessa di quanto sembri a prima vista.
Qual è la cosa che i lettori potrebbero apprezzare di più nel romanzo?
Credo che i lettori possano apprezzare soprattutto l’equilibrio tra l’indagine e la dimensione umana dei personaggi.
Da appassionato del genere, ho sempre amato le storie in cui il mistero non è fine a sé stesso, ma diventa uno strumento per raccontare persone, fragilità, relazioni e scelte. In Nessuna impronta nell’acqua ogni personaggio porta con sé qualcosa che va oltre il semplice ruolo nell’indagine e, proprio per questo, ho cercato di renderlo il più credibile possibile.
Penso possano colpire anche l’ambientazione e l’atmosfera del romanzo. Porto Ceresio e il Lago di Lugano non sono soltanto uno sfondo, ma diventano parte integrante della storia.
Infine, spero che i lettori apprezzino il taglio realistico dell’indagine. Ho cercato di costruire una storia credibile, dove le intuizioni contano, ma dove il lavoro investigativo si sviluppa attraverso verifiche, errori, dettagli e pazienza, proprio come accade nella realtà.
Quanto conta l’ambientazione nei tuoi romanzi?
Per me l’ambientazione è una parte fondamentale della storia. Non considero mai un luogo come un semplice sfondo, ma come un elemento che contribuisce a creare atmosfera, influenzare i personaggi e determinare molte delle loro scelte.
In Nessuna impronta nell’acqua ho scelto Porto Ceresio e il Lago di Lugano perché cercavo un luogo capace di trasmettere una sensazione di calma solo apparente. Il lago, con la sua bellezza silenziosa e i suoi angoli nascosti, mi sembrava perfetto per una storia fatta di segreti, verità sommerse e rapporti complessi.
Anche nel mio precedente romanzo, Sabbia sporca, il territorio aveva un ruolo importante. Credo che ogni luogo custodisca una propria identità e che una buona storia debba riuscire a valorizzarla.
Quando scrivo, cerco sempre di fare in modo che il lettore possa percepire i paesaggi, i suoni e le atmosfere quasi come se si trovasse lì accanto ai personaggi.
Estratto
L’Alfa blu ministeriale del 2011 si fermò sul ciglio sterrato, sollevando un leggero sbuffo di polvere. L’aria odorava di fango, foglie umide e acqua ferma. Il cielo era ancora basso, plumbeo e sulla riva, dietro un nastro bianco e rosso, due carabinieri in divisa parlavano a bassa voce con una donna visibilmente scossa. Accanto a lei, un cane di media taglia marrone chiaro, accucciato, osservava la scena con occhi spenti.
Il Tenente Marco Corvani scese dall’auto, indossava il solito giubbino in pelle nera, un po’ consumato ai bordi e stringeva tra i denti un sigaro toscano spento, che masticava con l’abitudine di chi ne ha fatto un compagno. Ogni tanto lo accendeva, più per il gesto che per il fumo e lo lasciava spegnere da solo, mentre i pensieri correvano.
Aveva quarantotto anni, ma ne dimostrava di più. Non per le rughe, ma per lo sguardo dei suoi occhi scuri color ambra, intensi, espressivi, di quelli che sembrano trattenere più cose di quante ne lascino uscire. Ma lo si capiva anche dal resto del corpo — la postura, le spalle leggermente incurvate, i movimenti misurati — da uomo che aveva imparato a scegliere dove spendere energie e dove invece lasciar correre. Le mani, grandi e nervose, portavano cicatrici invisibili, di quelle che non finiscono sulla pelle e di cui col tempo si perde persino l’origine. I capelli scuri erano già striati di grigio alle tempie, tagliati corti senza troppa cura e la barba, sempre di tre o quattro giorni, gli dava un’aria stanca anche quando non lo era davvero. Si muoveva con una lentezza controllata e, sotto gli abiti comodi e senza pretese, il fisico restava solido, asciutto, più resistente che atletico. Toscano doc, originario di San Casciano in Val di Pesa, aveva ancora quell’accento lento e rotondo, impossibile da estirpare. Una volta, una collega di Milano gli aveva detto che sembrava sempre sul punto di raccontare una barzelletta, anche quando parlava di omicidi. In un primo momento aveva riso, ma in seguito non aveva più risposto al telefono quando lei lo chiamava.
Dopo una carriera brillante nei ROS, il Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, Corvani si era trovato davanti ad un bivio. Ufficialmente, il trasferimento era stato disposto per esigenze di servizio, così recitavano le carte: rinforzare una piccola stazione in una zona tranquilla, dove la presenza di un uomo con la sua esperienza sarebbe stata “strategica”.
Ufficiosamente, invece, si parlava di incompatibilità ambientale. In gergo, significa che la permanenza in un determinato contesto rischia di danneggiare il prestigio dell’Arma o il benessere dell’ufficiale stesso. Nessuno glielo aveva detto apertamente, ma lui aveva capito.
Così aveva accettato senza protestare. Con la voglia di voltare pagina era finito a Porto Ceresio, in una stazione tanto piccola quanto silenziosa, lontana da traffici, retate e operazioni ad alto rischio. Un anno dopo, quella calma piatta si era trasformata in una specie di catalessi professionale. L’avevano relegato in un ufficio isolato, con vista sul cortile interno, lontano dal cuore pulsante — per quanto piccolo — della caserma.
Il trasferimento non era stato un fulmine a ciel sereno. Dopo il divorzio burrascoso da Angela — che lo aveva lasciato per un collega più giovane e, per giunta, di grado superiore, un maggiore dal sorriso da copertina e dalla fame insaziabile di carriera — Corvani aveva chiuso definitivamente con Torino senza voltarsi indietro. Due figli, Riccardo di quattordici e Gabriele di dieci: li vedeva di rado. Troppi turni, troppi chilometri e troppi silenzi nelle telefonate.
Ad accoglierlo a Porto Ceresio, un anno prima, c’era stato il maresciallo capo Manlio Loietto, comandante di stazione. Entusiasta di avere un uomo come lui a rinforzare il presidio, Loietto gli aveva aperto la porta con sincera cordialità. I due si erano trovati subito.
Il maresciallo aveva poco più di sessant’anni, capelli brizzolati pettinati all’indietro, occhi chiari e una voce da baritono smorzata dall’età. Portava la divisa con disciplina, ma senza ostentazione. Era uno di quei carabinieri che avevano fatto tutta la carriera in paese: piccoli furti nei bar, liti tra vicini, qualche rissa durante la festa patronale dell’8 settembre in onore di Nostra Signora del Sacro Cuore.
Gli mancava un anno alla pensione e lo diceva sempre con una punta di nostalgia.
Appena Corvani mise piede sul terreno umido, sentì il consueto scricchiolio sotto le suole. Si avvicinò alla scena, tenendo il sigaro spento all’angolo della bocca e il taccuino nella mano sinistra. Nell’altra, una matita, una semplice Staedtler gialla e nera, che puntualmente spezzava ogni volta che premeva troppo sulla carta. E lo faceva sempre.
Loietto lo vide avvicinarsi dal vialetto e gli andò incontro.
«Ti ci sei messo comodo, eh, tenente? Stavo quasi per mandarti un piccione viaggiatore.»
Corvani sorrise appena, aggiustandosi il colletto del giubbino. «Tra parcheggiare e schivare i curiosi, mi è sembrata la via più lunga del mondo.»
«Eh, qui la notizia corre più veloce della banda larga. Se continuiamo così, domani la sanno pure in Svizzera.»
Corvani rise piano, poi abbassò lo sguardo verso il corpo a terra. «E immagino che tu non mi abbia chiamato per una passeggiata di piacere.»
Loietto scosse la testa, lo sguardo serio che tornava in primo piano. «No, questa volta temo che ci sia poco da ridere.»
«Bene. Cos’abbiamo?» chiese Corvani, guardandosi attorno.
«Il corpo è stato trovato intorno alle 07:30. La signora lì, Bonfanti Carla, stava portando a spasso il cane. È stato lui a fiutare qualcosa nei cespugli. Lei ha chiamato il 112. Era in stato di choc.»
Corvani si avvicinò lentamente, osservando la scena come un predatore in fase di studio. Anche il più piccolo particolare doveva parlargli, perfino il più silenzioso.
La ragazza era lì, distesa su un letto d’erba e fango. Camicia da notte bianca, sottile, aderente al corpo inumidito, i capelli biondi sparsi come alghe, la pelle chiara, quasi trasparente e poi quella collana: brillante, vistosa, decisamente fuori posto.
Il tenente si abbassò sulle ginocchia, fissandola da pochi centimetri. La posizione della spalla sinistra era innaturale, il mento leggermente sollevato, come se fosse stata posata con attenzione. Il pendente della collana brillava anche sotto il cielo coperto. Sembrava uno smeraldo, contornato da diamanti.
«Non è roba che si perde per caso,» mormorò.
«No, signore. Secondo un primo esame, sembra integra. Nessun segno evidente di violenza. Ma la posizione… è tutto molto calibrato.»
Corvani prese il taccuino e iniziò a scrivere.
Booktrailer
Mirco Meccariello
Mirco Meccariello è nato e vive ad Olbia, in Sardegna, terra di mare, vento e orizzonti che spesso trova spazio nelle sue storie. Dopo aver vissuto e viaggiato in diverse città italiane, è tornato nella sua terra d’origine, portando con sé esperienze, incontri e suggestioni che hanno contribuito a formare il suo sguardo narrativo.
Lavora nel settore immobiliare e della consulenza creditizia, un’attività che gli ha insegnato l’importanza dell’osservazione, dell’ascolto e dell’attenzione ai dettagli. Elementi che ritornano anche nella sua scrittura, caratterizzata da ambientazioni curate, personaggi credibili e una particolare attenzione alle dinamiche umane.
Lettore appassionato e curioso, predilige il noir, il crime e la narrativa d’indagine, generi che apprezza per la loro capacità di esplorare non solo il mistero, ma anche le fragilità, le contraddizioni e le zone d’ombra dell’animo umano.
È autore di “Sabbia sporca” e “Nessuna impronta nell’acqua“, romanzi nei quali l’indagine si intreccia con il territorio, trasformando luoghi e atmosfere in una parte essenziale del racconto.
Sposato e padre di due figli, alterna la scrittura agli impegni professionali e familiari, trovando spesso nelle persone, nei paesaggi e nelle storie della vita quotidiana l’ispirazione per nuove narrazioni.

